Siamo i ragazzi di… ieri | Rolling Stone Italia

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Siamo i ragazzi di… ieri

Si può fare un fantasy-action italiano su un gruppo di adolescenti che vogliono salvare il mondo? Sì, se affidi l’operazione a Ludovico Di Martino. Che contamina la Storia (con la maiuscola) con il videogame per creare un film (prodotto da Sky Studios con Groenlandia) che torna, letteralmente, alle pagine più buie dell’Italia di ieri per raccontare la generazione di oggi. E dove tutto è possibile, anche le provocazioni. Come i fascisti che cantano ‘Bella ciao’

«Ok, adesso però parliamo della mia scena preferita», gli dico a un certo punto, e lui capisce subito a cosa mi riferisco. «Quella con Bella ciao in salsa swing e le camicie nere che tengono il ritmo con il saluto romano». «Vuoi o non vuoi», mi risponde Ludovico Di Martino, «anche i fascisti credevano di morire per la libertà. Ma vai a capire cos’era per loro la libertà». Con un cortocircuito possibile solo grazie a una macchina del tempo, capita che nei Viaggiatori (il film Sky Original prodotto da Sky Studios e Groenlandia, dal 21 novembre in esclusiva su Sky Cinema e in streaming su NOW) i nostri giovani eroi attacchino a cantare il futuro inno della Resistenza prima del dovuto, di fronte a una platea di fascisti che, senza averlo mai ascoltato prima, se ne innamora. È probabilmente la scena più provocatoria del film e anche una delle più riuscite, perché dichiara in modo plateale la volontà di sollecitare una riflessione scomoda. E in effetti ci riesce. Chiaramente il rischio di sollevare anche del casino c’era eccome, e lui lo sa. Perché Ludovico Di Martino, qui con un budget che sembrerebbe aver superato qualsiasi aspettativa, al mercato ci pensa. Si definisce prima di tutto «uno spettatore medio e disordinato», uno che i film li guarda tutti, ma la maggior parte dal divano di casa sua. D’altronde è nato negli anni Novanta, e senza temere d’essere troppo pop rivendica le radici cinefile di una generazione cresciuta a tv e VHS, pause rewind/play, fino a consumarle. Non ha paura di dire che la sala è un culto, ma forse non ci appartiene fino in fondo. E non è un caso che questo film sia un po’ il trionfo dell’adolescente che è stato e del trentenne che è oggi: affezionato al cazzeggio e ai videogiochi, ma con il rimpianto latente di aver perso la parte forte della grande Storia.

Dopo l’esordio nel 2015 con Il nostro ultimo (viaggio drammatico tra due fratelli), il passaggio nel 2019 dalla “scuola SKAM Italia” (ha co-diretto la terza stagione) e La Belva nel 2020 (storia di un veterano dell’esercito, interpretato da Fabrizio Gifuni, che combatte con un disturbo da stress post-traumatico), oggi Di Martino è alla sua terza prova d’autore, e a sorpresa decide di ribaltare le premesse costruite fin qui. I viaggiatori è un film italiano in cui dei ragazzini (Matteo Schiavone nel ruolo di Max, Fabio Bizzarro nei panni di Flebo, AndreaGaia Wlderk in quelli di Greta) decidono di salvare il mondo. Come? Viaggiando nel tempo e ritrovandosi nella Roma fascista del 1939, alla ricerca – anche se all’inizio ancora non sanno che tutto è collegato – del fratello di uno di loro, un ricercatore di Fisica (Gianmarco Saurino) scomparso misteriosamente nel nulla. Un’operazione che ha molto a che fare con l’estetica del videogame e con una messa in scena che si diverte proprio a spingere l’acceleratore della macchina cinema: «È come se mi avessero dato le chiavi di una Porsche». Una cosa è certa: riprodurre fedelmente la realtà lo annoia. Perciò dategli Fabrizio Gifuni (di nuovo), Vanessa Scalera e, appunto, Saurino, e ai primi due aggiungerà cicatrici e parecchi anni di make-up prostetico, mentre al terzo 15 chili per il ruolo. Neanche a dirlo, non nega neppure questo: «Certo che mi sono divertito a provocare».

Il regista Ludovico Di Martino dirige Gianmarco Saurino. Foto: Sky

Arrivato a trent’anni e al terzo film, come si alza l’asticella?
È un argomento di cui sto parlando molto con i miei amici ultimamente. Seguivo il caso Meta e mi chiedevo: “Ma chi cazzo gliel’ha fatto fare a Zuckerberg? Hai creato Facebook, hai un impero miliardario, e allora perché ti lanci nell’ignoto?”. È giovanissimo, ha praticamente la nostra età e ha già fatto tutto. Ma sta rischiando di nuovo tutto. Quindi nel mio caso alzare l’asticella significherebbe fare un film e poi farne un altro, ma questa è la risposta scontata. La vera domanda che mi pongo è: come migliorare il lavoro che noi tutti stiamo facendo, e non solo io Ludovico? La qualità del tuo articolo o del mio film non bastano.

Perché siamo quelli a cui hanno sempre detto che i giornalisti sono diventati giornalai, e che i registi non hanno più niente d’interessante da dire?
Certo. Sia l’informazione che l’audiovisivo sono mutati e stanno mutando ancora. Quando spopolava la televisione e la gente iniziava a comparire nelle case delle famiglie, Fellini già criticava il sistema. Noi però siamo cresciuti lì davanti, che ci piaccia o meno. In un’intervista stupenda Tarantino diceva: “Certo, io posso dire che la sala è importante, ma alla fine i film con cui sono cresciuto li guardavo di notte, in tv, su reti locali piene di pause pubblicitarie”. Anche io i film ho imparato ad amarli così. Oggi quando si parla di piattaforme penso spesso alla musica, perché forse è più avanti del cinema, almeno da quando è uscito Spotify.

Ho appena finito di guardare The Playlist su Netflix, che racconta la nascita di Spotify ma anche le zone d’ombra del sistema attuale.
Molti sostenevano che, con la nascita di Spotify, la musica sarebbe morta. In realtà oggi la musica è vivissima: anche solo andare a sentire Venerus in Cavea (all’Auditorium Parco della Musica di Roma, nda) e trovarla piena zeppa di gente prima era impensabile. Grazie a Spotify anche i giovanissimi iniziano a riempire gli stadi, io ricordo ancora Calcutta che riempie l’Arena di Verona con una manciata di anni di carriera alle spalle. L’elemento che avrebbe dovuto distruggere l’industria musicale la sta rilanciando. Magari i soldi non girano con le vendite dei dischi ma con i live, e quindi? Netflix è un po’ lo Spotify dell’industria cinema. Ok la bulimia, ok il caos, ok che si produce di tutto… ma effettivamente i soldi ci sono e gli autori vengono prodotti.

I tre ‘viaggiatori’ Fabio Bizzarro, Matteo Schiavone e Andreagaia Wlderk. Foto: Sky

The Playlist però si conclude criticando il monopolio della piattaforma e della casta composta da big della musica e major, mentre gli artisti indipendenti con gli stream ci fanno giusto la fame. Tu invece arrivi su piattaforma con un film per cui Sky e Groenlandia hanno investito un budget enorme.
Come direbbero in Boris 4: “Tu hai l’algoritmo”. C’è una puntata stupenda della serie di Letterman, quella con Obama, in cui parlano proprio della bolla che crea l’algoritmo. Loro la applicano alla politica, ma vale anche per film e musica: ognuno di noi ha dei gusti che l’algoritmo riconosce, e poi continua a riproporre quello che è già il tuo mondo. Difficilmente arriva qualcosa di diverso: se sono salviniano, apro Facebook e sono tutti salviniani. Stessa cosa a sinistra.

Quindi stai dicendo che ti collochi in un algoritmo che funziona bene?
No, ma credo che la mia fortuna sia quella di aver puntato in maniera abbastanza spontanea su storie che mirano al pubblico e considerano il pubblico. Questo solo perché io sono uno spettatore medio, guardo di tutto e sono disordinato, non finisco i film, seguo X Factor, passo molto tempo sul divano e mi piace guardare i film da casa, non per forza in sala. Forse la fortuna è quella di fare i film che vorrei vedere sul divano? (ride, nda) Ma appunto, non è una decisione presa a monte.

Il viaggio nel tempo invece è una furbata a monte o c’è del sentimentalismo?
A me divertiva un botto l’idea di portare dei ragazzini nel fascismo e di gonfiare di botte un ingente numero di camicie nere, con Machete in sottofondo. Mi esaltava il cortocircuito fortissimo che si sarebbe creato raccontando questo universo con gli occhi dei giovani del nostro presente. Poi l’obiettivo era fare un film che giocasse con i paradossi temporali ma che parlasse anche di elaborazione del lutto e di un dramma che appartiene al passato, con i suoi ricordi e i suoi traumi.

Un irriconoscibile Fabrizio Gifuni alias il cattivo Luzio. Foto: Sky

Il giorno della conferenza stampa, un mio collega ti ha provocato (Di Martino già se la ride, nda): “Sparare addosso al fascismo è uno sport semplice” . Be’, in effetti…
Io volevo provare ad abbattere questo freddo muro che c’è tra noi e la Storia del nostro Paese, considerando che in realtà non sono passati neanche cento anni dal fascismo. La mia percezione, e anche quella dei ragazzi giovanissimi del cast, è che si tratti di qualcosa di distante, come se non avesse coinvolto davvero i nostri nonni. Cosa che invece è stata.

Tra le riprese e l’uscita del film è successo di tutto sullo scenario geopolitico.
Lo scoppio della guerra in Ucraina c’è stato dopo la fine delle riprese, e non ti nego che mi ha molto impressionato, perché è come se avesse reso il film qualcosa di diverso. Un ragazzo di oggi come vive un personaggio come Lena, cresciuta nel ventennio fascista, che sente questa guerra arrivare? Ora forse la questione si è allontanata geograficamente da noi, ma se ammazzano una ragazza in Iran non è anche lei una persona che lotta e muore per la libertà?

Battuta-slogan: “Hai mai visto un film italiano dove salvano il mondo?”. Quanto ti sei divertito a provocare una risposta?
Quello che preferisco di questa battuta è proprio la risposta: “Sarebbe orribile”. È quello che pensano anche tutti i ragazzi di oggi, no? Cioè che il nostro cinema sia ridicolo. Be’, certo che mi sono divertito a provocare. Quando ne ho parlato la prima volta con Matteo Rovere (produttore del film, nda) gli ho detto: “Guarda, c’ho in testa questo film e ci sono dei ragazzini che salvano il mondo”. Chiaramente era qualcosa che mi esaltava, l’idea di giocare a fare spettacolo.

C’è un’altra battuta: “Non sempre ciò che viene dopo è progresso”. Ci credi davvero?
Molto. Credo che nel passato ci siano tantissime lezioni da imparare, ma che noi le studiamo senza prenderle davvero in considerazione. Mi fa pensare a quello che diceva Primo Levi: “Coloro che dimenticano il passato sono destinati a riviverlo”. Se vai avanti ma non ti sei portato dietro il passato, dove vai? Da nessuna parte, stai facendo un giro su te stesso.

Francesca Alice Antonini è Lena. Foto: Sky

I ragazzi contemporanei spiegano i videogiochi a Lena, la ragazza degli anni Trenta. Le dicono che se ti ammazzano in un gioco muori, ma tanto poi rinasci. E lei risponde: “Allora me pare un po’ ’na stronzata”. È come dire che ormai tutto è sostituibile e anche la morte perde valore?
È bella quest’osservazione. I partigiani non esistevano ancora, perciò Lena è una resistente, un’antifascista che combatte e mette a repentaglio la propria vita per un ideale. Ma a questo punto: quanto vale la tua vita singola e quanto vale invece la vita del gruppo? Oggi ci attacchiamo alla nostra vita in maniera morbosa, e sembra che con la nostra morte finisca anche il mondo. Invece prima finiva la tua vita ma il mondo andava avanti.

O la tua vita finiva per amore del mondo.
Esatto. Prendiamo la questione climatica: io sono del parere che “salviamo il pianeta Terra” non si possa sentire. Salviamo prima l’uomo, ché la natura è più intelligente di noi. Però ecco che ci troviamo in una situazione in cui l’uomo non riusciamo a salvarlo più, perché si è smesso di pensare al futuro inteso come parte integrante di una vita che prosegue anche dopo la nostra morte. Secondo me i personaggi del passato ci insegnano che il valore della nostra esistenza era relazionato alla collettività e al senso di appartenenza. Non si limitava alla tua casa e al tuo lavoro.

Quindi vince il disprezzo per il presente o la voglia di proteggerlo?
La scena che citavi tu incarna questa provocazione: Lena è una ragazza che non ha avuto il tempo di giocare e cazzeggiare, quindi qualcosa le è mancato. Dall’altra parte ci sono dei ragazzi di oggi che hanno tutto il tempo di cazzeggiare, ma che non hanno mai partecipato alla Storia. In qualche modo ognuno invidia l’altro.

Sei irrimediabilmente anni Novanta. Come quando critichi i videogame ma poi diventano una skill per i tuoi personaggi sul campo di battaglia.
(Ride) Io ci gioco molto e studio tutto, dagli artbook ai concept. So più di videogiochi che di film, e vedo quanto in America le migliori penne di Hollywood siano anche sceneggiatori di videogiochi: loro lo sanno che è un tipo di linguaggio nuovo rispetto al cinema, ma su cui puntare seriamente. Invece noi siamo ancora nel mood “Ma dai, che carini i nerd”. Se pensi a un prodotto come The Last of Us (videogioco del 2013 pluripremiato, nda), ti emozioni come quando guardi un film, e non a caso adesso ne faranno una serie tv. Sono linguaggi che necessariamente si stanno contaminando, perché chi è nato negli anni Novanta è cresciuto anche con i videogiochi, e oggi magari sta scrivendo dei film. Quando a far cinema saranno i ragazzi nati nel Duemila, ci saranno nuovi linguaggi.

Gianmarco Saurino sul set. Foto: Sky

Sembra che la cosa ti diverta.
Molto, perché credo sia tutta una suggestione irrazionale. Riguardando I viaggiatori ultimamente, mi sono accorto di aver fatto un match con un videogioco che ho consumato da ragazzino: “Cazzo, ma è un botto Kingdom Hearts! Cioè, il mio Max è Sora!”. I protagonisti sono uguali, e così ho capito che a volte ti ritrovi a fare cose che sono parte della tua adolescenza e ormai anche parte di te, come i dischi che hai ascoltato. Ma lasciamo che questa roba si veda nel nostro lavoro, senza troppe pippe mentali.

Sei partito dai videogiochi anche per trovare il look del film? Il contrasto tra buio profondo e neon, la costruzione di ambienti ibridi, Cristiano Di Nicola che qui fa una fotografia diversa dal solito…
Di base c’è sicuramente il videogioco che ci hai visto dentro tu. Con Cristiano volevamo ricostruire tutto da zero, e qui il lavoro è simile a quello che si fa nell’animazione: ogni luce e ogni dettaglio vanno pensati e creati dal nulla, e questo stimola molto la creatività. Non è come partire da un ambiente già esistente e rimetterci mano.

Non a caso tu dici: “Non cercavo realismo, ma credibilità”.
Esatto. Se giochi con gli ambienti, ad esempio scrivendo in sceneggiatura “l’officina delle armi”, ti costringi a costruire dei luoghi che poi effettivamente producono costume, volti, luce, trucco. Permetti anche ad ogni reparto di lavorare su qualcosa di inedito, di uscire fuori dalla mera ricostruzione. Ci siamo interrogati tanto anche sul camera work: come muovere la macchina da presa e come giocare coi linguaggi temporali. Avevamo questo diktat di cercare di farla orbitare sempre e di non fissarci mai a comporre l’inquadratura.

Vanessa Scalera nei panni della dottoressa Sestrieri. Foto: Sky

Adesso però parliamo della mia scena preferita: Bella ciao in salsa swing e le camicie nere che tengono il ritmo con il saluto romano. A proposito di spontaneità: hai considerato insulti vari ed eventuali?
Quando abbiamo avuto l’idea eravamo in fase di scrittura grezza, ed eravamo ubriachi. Infatti il giorno dopo ci siamo telefonati e ci siamo detti: “Comunque non è male quella roba di Bella ciao”. Sicuramente sentivo una voce che diceva che queste cose sono rischiose, ed è la voce dell’autocensura. Però secondo me se ti metti a fare le cose per mettere d’accordo tutti, non risolvi un cazzo. Quindi faccio le cose che mi piacciono, e a me quella roba mi divertiva troppo. Quando ho chiamato Rodrigo D’Erasmo per gli arrangiamenti siamo partiti da Django Reinhardt, quindi cercando di immaginare come un musicista di metà Novecento potesse andare dietro a questi ragazzi, improvvisando su un brano che non aveva mai ascoltato.

Il paradosso è che ipotizzando che i fascisti potessero innamorarsi di Bella ciao prima che storicamente assumesse un altro valore, apri una riflessione fastidiosissima sui risvolti politici di quel canto. Per colpa tua credo d’aver cambiato opinione altre due o tre volte.
Vuoi o non vuoi, i fascisti credevano di morire per la libertà, ma vai a vedere cos’era per loro la libertà. Quella canzone, decontestualizzata, può scuotere anche l’animo di un fascista. E infatti quella è la scena che più sintetizza la mia volontà di provocare delle riflessioni, senza doversi sempre contenere e senza avere paura delle risposte certe.

E invece Vanessa Scalera in versione invecchiata? Uno sfizio oppure volevi proprio lei?
Volevo proprio lei. L’ho conosciuta ai provini per La Belva e mi rimase molto impressa, la stimo tantissimo ed era perfetta per questo ruolo (breve scambio di battute incontenibile, in cui io replico che Scalera è perfetta per tutto e lui risponde che sì, Scalera può fare davvero tutto, nda). Poi, come ti dicevo, mi piace giocare con il mezzo: pensa che Gianmarco Saurino per fare questo film ha preso 15 chili, anche se non sembra. Degli attori a me interessa l’anima, anche perché, grazie a tutte le armi bellissime che ti offre il cinema, con il trucco, il costume e il prostetico, scegli un attore e puoi trasformarlo in un personaggio perfetto, anziché cercare ossessivamente questo famoso realismo.

Sono già partiti i primi paragoni con Freaks Out di Mainetti: la cosa ti lusinga o ti disturba?
Mi disturba-slash-non me ne frega nulla. Gabriele lo conosco bene, ha visto il film mentre lo stavo montando, gli è piaciuto tanto. Lui stesso mi ha detto: “Figo vedere un film del genere fatto da uno della tua generazione”, perché in effetti io e lui ci passiamo circa 15 anni. Avevo paura quando sono andato a vedere Freaks Out, perché sapevo che le mani si erano messe un po’ nella stessa pasta, ma alla fine sono due film che non c’entrano un cazzo. Questa necessità di accostare sempre le cose io non la sopporto.

Al netto di tutto, questo è il classico film dove o fai le cose per bene o fai una brutta figura. Sei stato davvero libero come sembra?
Totalmente, e non lo dico per piaggeria. Mi sono stati dati gli strumenti per fare il cazzo che volevo, e veramente non c’è una cosa di cui mi possa lamentare. Abbiamo avuto il tempo per girare il film e soprattutto per prepararlo, e qui faccio un po’ di polemica: noi siamo un Paese che deve imparare prima di tutto a prepararli, i film. Io qui ho fatto mesi di preparazione con gli stunt e con i costumi, i casting sono partiti nove mesi prima delle riprese, ho chiuso gli attori prima di iniziare qualsiasi altra cosa e ho avuto undici settimane per girare. Sky e Groenlandia mi hanno dato in mano le chiavi di una Porsche, e spero di averla portata a casa per bene. Il coraggio di fare un film del genere ce l’hanno avuto loro, non io. Però io adesso mi accollo ogni responsabilità sul risultato… (e se la ride, ancora).