Il Marvel Cinematic Universe ha attraversato alti e bassi dopo Avengers: Endgame del 2019, ma Shang-Chi e la leggenda dei Dieci Anelli (2021) è stato unanimemente considerato uno dei suoi punti più alti, grazie a spettacolari scene d’azione ispirate alle arti marziali e a momenti comici che, incredibilmente, facevano ridere davvero. Sembrava inevitabile che il regista del film, Destin Daniel Cretton, sarebbe tornato presto con un altro progetto Marvel, ma ci è voluto un po’ di tempo: il sequel di Shang-Chi è ancora in fase di sviluppo e Cretton ha trascorso circa un anno coinvolto nel mai realizzato Avengers: Kang Dynasty, poi sostituito da Avengers: Doomsday dei fratelli Russo, in uscita a dicembre.
Quest’anno, però, Cretton è tornato nell’universo Marvel con ben due progetti: l’ottmia serie Disney+ Wonder Man, uscita a gennaio, e Spider-Man: Brand New Day, quarto film dedicato allo Spider-Man interpretato da Tom Holland, nelle sale dal 29 luglio.
Brand New Day riparte dal finale di Spider-Man: No Way Home (2021), che si concludeva con la cancellazione, tramite un incantesimo, di ogni ricordo di Peter Parker. Ora Peter è un adulto isolato, senza altra vita al di fuori del suo ruolo come Spider-Man, mentre MJ (Zendaya) e Ned (Jacob Batalon) proseguono la loro esistenza senza di lui. Nel film compaiono anche The Punisher (Jon Bernthal) e Bruce Banner (Mark Ruffalo), oltre a Sadie Sink in un ruolo ancora avvolto nel mistero, anche se molti fan sono convinti interpreti Jean Grey degli X-Men.
Cretton ha incontrato Rolling Stone in un hotel di Manhattan per parlare della segretezza attorno al personaggio di Sink, di ciò che Tom Holland ha portato con sé dall’esperienza di Odissea, del destino di Shang-Chi 2 e molto altro.
Dopo aver visto i primi 35 minuti del film posso dire che sembra il terzo progetto supereroistico consecutivo che ti riesce perfettamente. Hai una filosofia generale nell’affrontare questo genere?
Non faccio mai un film tanto per farlo. Non ho diretto Shang-Chi semplicemente perché volevo fare un cinecomic. Non ho accettato Spider-Man solo perché volevo dirigere un film su Spider-Man. Devo trovare quell’elemento che mi restituisce la stessa sensazione che avevo quando realizzavo un film indipendente come Short Term 12: qualcosa di personale, intimo. Finché non trovo quella connessione, non credo di poter fare un buon lavoro, non penso di essere la persona giusta per raccontare quella storia. L’ho detto anche a Jon Watts: il regalo che mi ha fatto è stato il finale di No Way Home. Ha portato Peter Parker in un momento della sua vita in cui gli resta soltanto il lavoro. Gli è stata tolta la sua comunità, ha attraversato tragedie enormi ed è arrivato a convincersi che il suo dovere sia vivere da solo e lavorare. È una sensazione che conosco bene. Mi è capitato più volte nella vita di convincermi che il mio destino fosse quello di restare solo e lavorare. Per questo mi sono sentito immediatamente molto vicino al punto in cui si trova Peter Parker. La cosa che amo di più nel raccontare storie è prendere un personaggio da un luogo emotivo che conosco e seguirlo mentre trova il modo di uscirne. Ed è proprio il viaggio che Peter affronta in questo film.
Guardando agli incassi e al successo creativo, Batman e Spider-Man sembrano i due personaggi più inesauribili del genere. Perché, secondo te?
Hanno molte cose in comune: il trauma, la perdita. Entrambi possiedono un’anima profonda e un senso morale molto chiaro. Cercano di fare ciò che ritengono giusto nonostante tutto quello che hanno sofferto. Per me trascorrere del tempo con Peter Parker è davvero un’esperienza che cambia la vita. È un personaggio che continua a cercare di fare la cosa giusta e che, nonostante tutto quello che gli è successo, conserva una leggerezza, una gioia, un’innocenza quasi infantile. Insegue ciò che ritiene giusto con un entusiasmo contagioso. Anche quando sbaglia (e sbaglia spesso) il modo in cui continua a inseguire ciò che pensa sia corretto mi contagia. Amo esplorare personaggi del genere perché sento che qualcosa di loro rimane anche addosso a me.
Fin dalla prima inquadratura, con Peter in cima a un grattacielo, ho percepito un senso di altezza, vertigine e pericolo che forse non avevo mai provato in un film di Spider-Man. Era un aspetto su cui volevi lavorare?
Assolutamente sì. Fin dall’inizio ci siamo chiesti come creare un vero senso di vertigine. Come far sentire il pubblico accanto a Spider-Man quando le dita dei piedi sporgono dal bordo di un grattacielo. Che sensazione darebbe precipitare fino a raggiungere la velocità terminale? Come far percepire davvero la velocità dell’oscillazione dopo la caduta? Grazie ai progressi tecnologici, ad esempio alle telecamere sempre più piccole, abbiamo potuto studiare filmati su YouTube di persone che praticano wingsuit e parkour… parkouristi? Non so come si chiamino (ride). Abbiamo analizzato quali angolazioni fanno venire il vuoto allo stomaco e ti fanno sentire davvero lì con loro. Naturalmente abbiamo studiato anche tutti gli altri film di Spider-Man: questo film non esisterebbe senza le fondamenta costruite dai precedenti. Però volevamo che il modo di oscillare tra i palazzi e quell’esperienza sembrassero nuovi. Così abbiamo preso soprattutto come riferimento i filmati GoPro trovati su YouTube.
Tom Holland oggi è la vera star del franchise, è anche produttore del film e le riprese sono state rimandate per permettergli di girare Odissea. Lui stesso ha detto che quell’esperienza ha cambiato il suo modo di vedere il cinema. Quanto ha influito?
È vero che il carattere autentico di una persona emerge quando acquisisce potere, e per fortuna il vero carattere di Tom Holland è quello di una persona splendida. È estremamente aperto e collaborativo. Arriva sempre con tante ottime idee, ma sa anche che il cinema è un’arte collettiva e che bisogna trovare insieme la strada migliore per il film. Quando è arrivato sul set ha portato un’energia contagiosa. Da Odissea ha portato soprattutto una cosa che adoro: un’etica del lavoro incredibile. La disponibilità a sporcarsi le mani, a correre rischi, a tentare qualcosa che possa sembrare davvero nuovo. Se vuoi offrire al pubblico qualcosa di fresco devi osare, fare scelte magari un po’ fuori dagli schemi. Credo che quell’esperienza gli abbia dato ancora più voglia di provarci.
Hai detto che gli hai chiesto di fare cose quasi impossibili dal punto di vista fisico. Qualche esempio?
Tantissime. È raro trovare un attore così bravo sia nelle scene drammatiche e comiche sia nell’espressione fisica del personaggio. Immagino dipenda anche dalla memoria muscolare sviluppata quando faceva il ballerino. Molte delle copertine che abbiamo ricreato richiedevano di recitare a 420 fotogrammi al secondo.
Ti riferisci alle ricostruzioni di celebri copertine dei fumetti.
Esatto. La sua capacità di controllare il corpo per riprodurre quelle pose era impressionante. Guardavamo la copertina e spesso erano posizioni quasi impossibili per un essere umano. Lui le osservava, provava un paio di volte, poi diceva: “Credo di poter fare meglio”, quindi tornava davanti alla macchina da presa e ci riusciva. È stato davvero incredibile.
Perché mantenere segreta l’identità del personaggio interpretato da Sadie Sink? Non temi che creare un mistero possa far arrabbiare il pubblico se poi la risposta non soddisfa le aspettative?
Se la gente si arrabbia, non posso controllarlo! Io vorrei che tutto restasse segreto. C’è chi vuole sapere tutto e chi invece no. Io appartengo alla seconda categoria: se so già che andrò a vedere un film, cerco persino di evitare i trailer. Quando vedrete il film capirete che esiste un motivo molto concreto per non rivelare chi interpreta Sadie Sink. E non credo che vi arrabbierete. Credo invece che penserete: “Sono contento di non averlo saputo prima”.
Tramell Tillman interpreta un personaggio dei fumetti legato ai mutanti, quindi c’è già un piccolo spoiler. Nel film è il capo della Damage Control e, almeno nella parte che ho visto, sembra piuttosto innocuo, anche se forse nasconde qualcosa. È perfetto per interpretare qualcuno che potrebbe avere diversi livelli di lettura.
È questa la tua interpretazione? (ride)
Sì.
Ah sì? Bene! (ride di nuovo)
Allora ribalto la domanda: perché hai scelto lui?
Ho adorato Tramell in tutto quello che ha fatto. In Mission: Impossible, naturalmente, ma anche nel suo straordinario lavoro in televisione. È un attore eccezionale e una persona meravigliosa. Lavorerei di nuovo con lui senza pensarci due volte.
E Sadie? Cosa ti ha colpito in particolare?
Ho lavorato con lei quando aveva, credo, quattordici anni, nel Castello di vetro. Da allora ho seguito tutta la sua carriera. È stato bellissimo poter lavorare di nuovo insieme dopo tutti questi anni. Sono andato a vederla a Broadway in John Proctor Is the Villain e mi ha devastato emotivamente. Alla fine dello spettacolo piangevo a dirotto. E quando vedrete la sua interpretazione in questo film capirete: è incredibile. Davvero incredibile.
All’inizio del film c’è un montaggio in cui vediamo Spider-Man affrontare vari criminali. Sullo schermo dura pochissimo, ma immagino sia stato molto complesso da girare. Come avete scelto quali villain inserire?
I montaggi sono un incubo! Ogni inquadratura significa un nuovo set, una nuova location, a volte persino un diverso periodo temporale. Sono terribili da girare, ma divertentissimi da vedere. Stiamo raccontando quello che Peter Parker ha fatto nei quattro anni in cui i suoi amici erano a scuola. Più che decidere quali villain inserire, ci interessava mostrare come lui abbia ripulito la città dal crimine e capire quali copertine dei fumetti ci aiutassero meglio a raccontare questa storia. La parte più divertente è stata scegliere le copertine che ci permettevano di immaginare cosa fosse accaduto un attimo prima o subito dopo quell’immagine iconica che tutti conosciamo.

Zendaya e Tom Holland sul set di ‘Spider-Man: Brand New Day’. Foto: Jay Maidment/Sony Pictures
Tom Holland ha detto che il titolo Brand New Day trova davvero il suo significato “nell’ultima inquadratura del film”. Ha parlato troppo?
Per me il titolo riflette davvero il punto in cui Peter arriva alla fine del suo viaggio. Questo film parla della ricerca della sensazione di vivere un nuovo giorno, un nuovo inizio. All’inizio della storia lui non prova affatto quella sensazione. Ed è proprio questo il tema del film.
È il film più grande che tu abbia mai diretto. Tu però vieni dal cinema indipendente. Ti capita ancora di fermarti un momento sul set, vedere carri armati, centinaia di persone al lavoro e pensare: “Sono io a dirigere tutto questo”?
Sì, continuamente. Mi è sempre successo, anche sul set di Short Term 12, che costava appena 700mila dollari. Ogni volta che entro su un set e vedo centinaia di persone impegnate a raccontare una storia che un tempo esisteva soltanto nella tua testa, in una stanza dove cercavi di mettere parole su una pagina… e in questo caso parliamo di migliaia di persone che lavorano con passione per rendere questa storia la migliore possibile. È umiliante rendersi conto che tutti stanno facendo del loro meglio per far fare bella figura a me, a Tom, a Zendaya. Questa è la magia del cinema. Ci sono pochissime esperienze che ti permettono di lavorare insieme a così tante menti creative su un unico progetto.
Perché alcuni cinecomic funzionano e altri no?
Vale per i cinecomic come per L’ultima missione – Project Hail Mary. Ci sono mille motivi per cui un film del genere potrebbe non funzionare. Ma quelli con cui entro davvero in sintonia hanno sempre, al centro, qualcosa di profondamente personale per il regista. Si percepisce che dietro quelle immagini c’è una persona che prova davvero quelle emozioni e che lotta perché certe scene siano presenti nel film. È quello che ho sentito in Project Hail Mary. È quello che provo guardando il lavoro di Ryan Coogler. Per me è questo l’elemento comune di tutti i film che amo, indipendentemente dal budget: che siano grandi produzioni o piccoli film indipendenti.
Puoi anticipare qualcosa sul tuo approccio a Naruto? Considerando la popolarità dell’anime, è una saga importante quasi quanto Spider-Man.
Onestamente il mio approccio non cambia rispetto a qualsiasi altro progetto. Mi sento molto vicino a quel personaggio e mi è sempre successo. Quando ho incontrato Kishimoto-san, il creatore della serie, quella connessione si è rafforzata ancora di più. Il viaggio che racconteremo è qualcosa che sento molto personale, sia dal punto di vista culturale sia da quello emotivo. La sua traiettoria, il sentirsi un emarginato, la sensazione di avere dentro qualcosa di brutto, un mostro, una parte di sé di cui vergognarsi, fino a capire che è proprio quella parte a renderti unico e a darti la tua forza: è una storia che sento profondamente vicina.
Personalmente mi piacerebbe moltissimo vedere Shang-Chi 2. È ancora in sviluppo?
Sì. Anche a me piacerebbe moltissimo vedere Shang-Chi 2! Proprio qualche settimana fa ne parlavo con il nostro sceneggiatore Dave Callaham. Quindi… incrociamo le dita.















