Saverio Raimondo: «Mi dicono tutti che somiglio a Di Maio. Finchè sta zitto»

Il numero uno degli stand-up comedian italiani torna il 13 aprile con CCN, la sua striscia satirica sul canale 124 di Sky. L'occasione per parlare con lui di tv, politica e satira - «ma preferirei farla dalla Svizzera» - e ansia

«Per la prima volta proponiamo le grandi interviste fake di CCN. Abbiamo intervistato Grillo, Berlusconi, Mattarella e persino Andreotti. Avrei intervistato anche papa Francesco, da mandare in onda stasera prima puntata, ma i nostri uffici legali l’hanno censurata». Anche perché, nel frattempo, era stata bruciata dalla performance di Eugenio Scalfari su Repubblica. «Evidentemente lui se la può permettere, io sono ancora troppo giovane».

Inizia così la chiacchierata con Saverio Raimondo, 34 anni, il numero uno degli stand-up comedian italiani, che torna venerdì 13 alle ore 23 su Comedy Central Italia (canale 124 di Sky) per la quarta stagione della sua striscia satirica CCN – Comedy Central News, raro caso di late night show di casa nostra, dichiaratamente ispirato ai modelli americani.

Questa nuova edizione sarà caratterizzata dalla presenza di un personaggio di spicco del mondo dello spettacolo, del costume, della società italiana o dello sport in ogni puntata. Si va da Roberto Burioni a Elettra Lamborghini, da Fabio Volo a Mara Maionchi, protagonista della prima puntata. Gli ospiti saranno “vittime” delle domande di Saverio Raimondo, al cui fianco, come cast fisso, ci saranno comici emergenti come Francesco De Carlo, Stefano Rapone, Francesco Lancia, Michela Giraud, Martina Catuzzi, Edoardo Ferrario e Giulia Salemi.

Viacom – CNN

Saverio, nei quattro anni di vita CCN è riuscito a smuovere le acque per un certo tipo di umorismo in Italia. O rimanete riserva indiana?
Qualcosa è cambiato. Oggi ho la certezza che esiste un pubblico per una comicità all’americana, disposto a vedere trattati argomenti seri e adulti con un linguaggio satirico. Un pubblico di nicchia, ma non trascurabile. Me ne accorgo quando vado in giro a fare spettacoli di stand-up comedy. C’è tanta gente che apprezza questo genere e affolla i teatri. Purtroppo però la stragrande maggioranza degli editori italiani ignora questa nicchia. Il ritardo è loro, non del pubblico. È una comicità marginalizzata nella tv italiana, ma non più marginale.

Che non si fruisce solo in tv.
Sempre più gente accede via streaming, grazie a Netflix e non solo. Eppure gli editori italiani continuano a guardare da un’altra parte. Ma per paura di cosa? Di una battuta scorretta? Al più uno ti rimbrotta con un tweet. E non si può avere paura di un tweet oggi. Non ci vorrebbe tutto questo coraggio a fare certi programmi, basterebbe essere un po’ più contemporanei con la testa e con il cuore.

Il cabaret delle tv generaliste ha contribuito a questo ritardo?
Il cabaret italiano più tradizionale ha spremuto fino all’ultima goccia il genere, finendo per ammazzarlo e omologare il gusto. Oggi vedere l’ennesimo programma con un comico via l’altro suscita immediatamente stanchezza, che è decisamente un male per un programma comico. Questa mancanza di rinnovamento ha cancellato o quasi i programmi comici dai palinsesti italiani, e quei pochi che resistono sono vecchi.

Viacom – CNN

I due nomi americani imperdibili nel genere?
Il Late Show di Stephen Colbert e The Last Week Tonight di John Oliver.

Questa fase di esplosione della politica italiana ti aiuta nel tuo lavoro. O avere qualche punto fermo in più aiuta?
Per venti anni abbiamo avuto Berlusconi e si andava in automatico, ma alla fine quella satira ha inevitabilmente stancato. Lo scenario odierno è molto stimolante, anche perché assistiamo al fenomeno del cosiddetto gentismo. In una democrazia si deve fare satira più sugli elettori che sugli eletti, e questa fase cade a pennello, con eletti ed elettori che si somigliano fin troppo.

Quale è il tema, il personaggio o l’aspetto della politica di oggi che più ti affascina?
La stupidità umana. Trovo che sia il vero pericolo che stiamo vivendo, molto più della cattiveria. Sono affascinato dalla negazione dei fatti, il rifiuto collettivo della realtà. Da un punto di vista professionale è un pezzo di carne da addentare. Da un punto di vista civile, invece, sono molto preoccupato.

Che assomigli a Di Maio te lo hanno già detto?
Sì, sì. Infatti sto provando a scoprire come sfruttare la somiglianza. Finché stiamo zitti siamo interscambiabili. Se poi apro bocca si capisce che non solo lui, per via del mio tono di voce squillante e perché io so coniugare i congiuntivi.

Nel tuo recente libro Stiamo calmi racconti il tuo rapporto molto intenso – e di lunga durata – con l’ansia. Questa situazione di caos politico contribuisce alla tua ansia?
Da un punto di vista civile, invece, il momento è molto preoccupante. Mi piacerebbe poter fare satira sull’Italia dalla Svizzera. Non avere un governo mi trasmette un po’ d’ansia, ma se penso ai governi possibili preferisco l’ingovernabilità. La mia ansia è a mille, spero che almeno alimenti la mia creatività.


Oltre al tuo libro, il clamoroso successo di Storia della mia ansia di Daria Bignardi. Perché il tema oggi è così sentito?

L’ansia è un tema attualissimo: il periodo che viviamo, tra precarietà e quant’altro, è quanto mai ansiogeno. Se i ’90 erano gli anni della depressione, ora, secondo gli ultimi studi, i malati d’ansia sono al primo posto. Negli Stati Uniti, ad esempio, è pieno di libri sull’ansia.

In questo momento qual è la tua ansia maggiore?
Che proprio domani devo prendere un aereo. Per me è salire sul patibolo, l’ansia più banale, ma invincibile. Prendere un aereo è un’ansia ancora più grande del governo Salvini-Di Maio, che è al secondo posto.

Vista da qua, l’ansiosità estrema suona come incompatibile con il tuo lavoro, che ti porta da solo sul palco con un faretto puntato.
Vero. Ma se sei davvero un ansioso sei a disagio in ogni circostanza, anche se sei solo in cameretta. Disagio per disagio, tanto vale metterlo a reddito. Tutto sa nel saper far ridere del proprio disagio.

Le mie reazioni davanti a una battuta che non fa ridere possono essere di vario genere. Prima pensavo “ma non si vergogna”, ora sono diventato più buono e provo imbarazzo e tenerezza per chi le fa, consapevole della difficoltà e del coraggio che serve per affrontare questo genere comunicativo. Il giudizio di quelli come me ti mette ansia?
Io faccio di tutto per non essere irritante, nonostante il mio tono di voce. Mi impegno molto in quello che faccio. Spero di non fare pena a nessuno, quello sì.