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Saremo famosi

Arriva su Prime Video ‘Backstage – Dietro le quinte’, un ‘Fame’ meets ‘Chorus Line’ diretto dallo specialista di videoclip (e non solo) Cosimo Alemà. E con protagonisti, tra gli altri, Ilaria, Giuseppe, Yuri, Geneme... Segnatevi questi nomi

Yuri Pascale (total look Yezael by Angelo Cruciani), Geneme (dress Flavia Mardi), Giuseppe Futia (total look Vivienne Westwood) e Ilaria Nestovito (dress Byblos)

Foto: Luca Meneghel. Styling: Simone Folli. Glam: Fabiana Albanese e Filippo Monzio per Cotril

Nove ragazzi su centoundici passano le selezioni di uno spettacolo che debutterà al Teatro Sistina. Hanno una settimana per giocarsi tutto: alla fine solo quattro di loro verranno scelti per andare in scena, se conquisteranno un regista cinico e un aiutoregista stronzo, mentre sale l’hype per un progetto segreto di cui nessuno sa ancora nulla. Caso vuole che il dietro le quinte di Backstage – Dietro le quinte, dal 13 ottobre su Prime Video, abbia molto in comune con il film (eccetto i cinici e gli stronzi), perché sembra essere a tutti gli effetti l’esperimento di un film nel film. A partire dalle audizioni, che per settimane hanno coinvolto centinaia di persone in tutta Italia: «Sono state peggio di quelle della storia» scherza – ma neanche troppo – Yuri Pascale (nel film Rudy, cantautore). Chiacchierando con il cast, esce fuori che la lavorazione è stata quasi un tentativo di destrutturare certi vizi di settore (in primis la competizione un po’ malignetta tra gli artisti) e di scoprire cosa succede se metti nello stesso cast un gruppo di giovani emergenti che dovranno ballare, cantare e recitare insieme. Ovviamente sotto pressione.

Ilaria Nestovito. Dress: Versace. Earrings: Radà accessori. Foto: Luca Meneghel. Styling: Simone Folli. Glam: Fabiana Albanese e Filippo Monzio per Cotril

La storia dietro le quinte di Backstage inizia l’ultima settimana di luglio. I ragazzi ancora non si conoscono, ma condividono da giorni un casting che ormai sembra un travaglio destinato a non finire più, scandito dal caldo torrido: quattro selezioni per ogni disciplina, l’ansia di ottenere un ruolo in un progetto di cui si sa ancora poco, il tentativo di conquistarsi la parte ma anche il lasciapassare per un ritorno alla vita normale, dopo mesi di pandemia e di stallo. Molti di loro non lavorano da tempo. Nel film la pressione sul cast è spietata: i ritmi di lavoro sono quelli della grande Broadway trapiantata al Sistina. Regista e aiutoregista orchestrano una serie di prove ad ostacoli il cui unico obiettivo è stabilire chi crollerà e chi reggerà botta. Dopo ogni prova, un sms – se lo ricevi sei ancora dentro, sennò sei fuori e tanti saluti – seguendo alla lettera la struttura del musical, che oggi fa pensare più a un Chorus Line in salsa Squid Game: non muore nessuno, ma una risata può costarti il ruolo e l’affitto.

Cosimo Alemà e Roberto Proia (rispettivamente regista e sceneggiatore del film) sembrano aver trovato un’occasione ghiotta proprio nel testare certe dinamiche tipiche del dance movie anche dietro le quinte del set. «Alla fine delle selezioni ci siamo beccati uno scherzetto simile a quello fatto ai nostri protagonisti», racconta Geneme (nel film Sara, ballerina). «Succede che ci convocano per incontrare la prima volta il coreografo. Ci mandano un messaggio: “Dobbiamo rivederti sul pezzo ballato”. Arrivo lì con l’ansia, perché mi aspetto di sentire che hanno un problema con me. Quando mi dicono: “In realtà non c’è il coreografo. Secondo te perché?”, forse rispondo malissimo: “Che ne so, era una vostra responsabilità, non mia”. Ormai eravamo allo stremo». Una supercazzola, insomma, per comunicare che in realtà erano ufficialmente nel cast. In pieno stile musical.

Yuri Pascale. Total look: Yezael by Angelo Cruciani. Foto: Luca Meneghel. Styling: Simone Folli. Glam: Fabiana Albanese e Filippo Monzio per Cotril

Così i nostri nove si ritrovano ad affrontare un periodo di prove intense, come i loro personaggi. Cosimo Alemà, esperto dittatore del gusto in fatto di musica, gli consegna una playlist di tre ore e mezza e una lista di film da vedere per entrare nel mood: i grandi classici anni ’80 e Le relazioni pericolose di Stephen Frears, da cui è tratta una scena. Il primo giorno di prove li piazzano sul palco tutti insieme, e Roberto Proia fa partire One di Marvin Hamlisch, giusto per chiarire quali sono le aspettative. No pressure, eh. Sulla scia di “one singular sensation” gli chiedono subito di cantare, per la prima volta uno di fronte all’altro: ladies and gentlemen, ecco i vostri colleghi. Paura? Ma qui le dinamiche si ribaltano, dentro e fuori dal film, perché in Backstage emerge un elemento un po’ sospetto, dissonante e inverosimile. È una storia in cui tutti si vogliono bene (ma come?). Sono in gara per scannarsi, solo pochi di loro passeranno allo step successivo, ma comunque fanno il tifo l’uno per l’altro. I ballerini aiutano i cantanti, brindano insieme se passano al turno successivo, diventano amici, s’innamorano, si coprono le spalle a vicenda. Ora, a rischio di assecondare un cliché: tanta solidarietà tra colleghi non si vede neanche tra gli impiegati al Comune. Se vuoi un cambio turno te lo devi guadagnare.

Geneme. Total look: Roberto Cavalli. Earrings: Francesca Castiglioni Jewelry. Foto: Luca Meneghel. Styling: Simone Folli. Glam: Fabiana Albanese e Filippo Monzio per Cotril

Ilaria Nestovito (nel film Carmen), che nel gruppo è quella che non le manda a dire, coglie la palla al balzo: «È la prima cosa che ci siamo detti io e Yuri, che di provini ne abbiamo fatti parecchi nella vita: “Ma quando mai c’è tutta ’sta solidarietà?”. E nel musical è ancora peggio, è un continuo confronto con l’altro, e spesso è spietato». Geneme, che ha un passato da ballerina, parla di competizione accanita e subdola: «Nella danza è proprio cattiva: le altre ballerine magari ti rompono le punte o ti ci infilano gli spilli dentro. Nella mia accademia io avevo un bel gruppo, ma ogni volta che sono uscita dalla nostra bolla, lì sì che ho pianto tanto». «Però una cosa va detta», Ilaria ci ripensa, «e cioè che il mese di preparazione che abbiamo fatto noi, un po’ ci ha fatto riflettere. Allenarsi insieme e scambiarsi consigli, aiutarsi, dividere l’ansia… Si può fare». «Ne abbiamo discusso molto col regista» dice Giuseppe Futia (nel film Tommaso). «Cosimo si è proprio impuntato: voleva raccontare questa sorta di utopia. Non voleva un’arte che mettesse in competizione, ma che unisse».

Ok, ci piace. Ma continuiamo con le utopie: nel film anche l’accettazione dell’altro diventa la cosa più naturale di sempre. Dal figlio di una coppia omogenitoriale al cantautore omosessuale che si innamora del ballerino etero, e compreso il divario tra ricchi e poveri (menzione speciale al padre del ragazzo omosessuale che gli consiglia di fidanzarsi con il tipo che gli piace solo perché ha la Jacuzzi a casa: tanta verità), in Backstage ci si vuole bene per davvero. Senza pregiudizi. Se l’età scenica dei protagonisti si aggira intorno ai vent’anni, però, nella realtà c’è anche chi, come Ilaria, di anni ne ha quasi trenta. E oltre l’utopia, fiuta il cambiamento generazionale: «È un discorso che ho affrontato da poco con dei miei amici. I ventenni di oggi non sono pesanti come eravamo noi. Il modo di scherzare è cambiato, certi nomignoli denigratori non escono più fuori in modo spontaneo. Non so se si tratta di pudore o di apertura reale, però è diverso. Sono sicuramente più abituati ad accettare l’altro».

Giuseppe Futia. Total look: Cavalli. Foto: Luca Meneghel. Styling: Simone Folli. Glam: Fabiana Albanese e Filippo Monzio per Cotril

Giuseppe, ad esempio, riflette sulla reazione del suo personaggio, che si ritrova a dover declinare l’interesse di un altro ragazzo restandogli comunque amico. Lo rifiuta con una delicatezza che alla loro età avrei premiato con un bonifico istantaneo, solo per tutte le volte che mi hanno riso in faccia dopo essermi dichiarata. «Il personaggio di Yuri si innamora di un ragazzo eterosessuale, ma il dramma su cui ci concentriamo è il suo mal d’amore e non la circostanza. Così come con il personaggio di Riccardo, che ha due mamme che si stanno separando: ok, per un attimo ci si sofferma sul fatto che siano due madri, ma il dramma vero è la loro separazione in quanto genitori. Credo che Roberto Proia abbia raccontato le cose nella direzione in cui stanno cambiando, ma anche in quella in cui vorremmo che cambiassero».

Ok, ci piace anche questo. Soprattutto perché, con grande allegria e tra un omaggio a Loredana Berté e molti a Chorus Line (vera reference del film), Backstage tira una frecciata anche alla condizione di stress in cui vegetano la maggior parte degli artisti “nip” (ovvero quelli di cui non conosciamo il nome, ma che lavorano comunque; o che almeno ci provano). Il film ce lo racconta ridendo e ballando, certo, e magari sarà colpa dei tempi che cambiano, però rispetto alla Broadway del 1985, nell’Italia del 2022 fa riflettere vedere questo gruppo di giovanissimi non arrivare a fine mese e doversi sorbire anche le ire del regista megalomane, pur di debuttare a teatro e tirare su duemila euro. Attenzione, perché i ragazzi sono infuocati sul tema, soprattutto Geneme: «Se vuoi inseguire questo sogno ed essere economicamente autonomo, devi saperti organizzare. E a volte non è detto che ci riesci, a meno che non arrivi da famiglie ricche che possano mantenerti. Ragionando sul sistema, e qui parlo da ballerina, in Italia gli artisti non sono riconosciuti. Praticamente ti dicono che è un tuo sogno, quindi fai tu i sacrifici: se ci riesci bene, sennò sono affari tuoi. Volevo trasferirmi a ballare in Germania perché lì, anche nei mesi in cui non sei scelto da nessuna produzione, sei comunque riconosciuto come artista. E sei pagato, ma non con una disoccupazione: è lo Stato che ti riconosce il tuo mestiere, e anche la pensione. In Italia si smetterà mai di essere “artisti”?».

Da sinistra in senso orario: Yuri Pascale (total look Yezael by Angelo Cruciani), Geneme (dress Flavia Mardi), Giuseppe Futia (total look Vivienne Westwood) e Ilaria Nestovito (dress Byblos). Foto: Luca Meneghel. Styling: Simone Folli. Glam: Fabiana Albanese e Filippo Monzio per Cotril

Per esempio, Yuri fa questo mestiere da sette anni, ma adesso è fermo da quando ha girato Backstage. «Ho lavorato per vivere, ma non è fare cinema. Il mio obiettivo è lavorare almeno nove mesi l’anno, non conta il successo. Se gira bene, adesso ne lavoro al massimo tre, quando dovrebbe essere il contrario». E non è che trovare un altro lavoro sia così semplice: «Essere un artista non è percepito come un’esperienza professionale. Poco conta se hai un curriculum di quattro pagine, pensano che non sei affidabile. Devi convincerli». Essere continuamente sotto pressione, dunque. Instabili. Oggi lavori, domani chissà. Attese, alti e bassi, un provino dietro l’altro: promossi o bocciati. Sempre così. Nel frattempo diventi adulto, sopraffatto da una pandemia e dal caro bollette, e spesso non sei all’altezza della vita che c’è fuori. Ma allora perché continuare? I personaggi del film parlano di una non-scelta, dicono romanticamente cose tipo: «Faccio questo mestiere perché non posso evitarlo». È lo storytelling della passione che, se ti tocca, te la devi tenere. Una vita votata al sacrificio. Eppure, per quanto io provi a dissuaderli, anche per Ilaria, Yuri, Geneme e Giuseppe è un po’ la stessa cosa. Il momento in cui hanno capito che non potevano evitarlo se lo ricordano bene.

Per Ilaria è stato il Covid: rimasta senza lavoro in teatro, ha iniziato a fare qualsiasi colloquio. «Prima di andarci piangevo a casa. Mi chiedevano: “Sì ma quando riapriranno i teatri, tu che pensi di fare?”. Rispondevo: “Ovviamente tornerò a teatro”. Avrei imparato qualsiasi mestiere, ma non sarei mai stata me stessa. Backstage è arrivato dopo questo periodo e mi è sembrato un segnale enorme. Ho capito che o faccio, o non sono»». «Con la mia compagnia teatrale avevamo messo in scena Peter Pan, interpretato da me», racconta invece Yuri, e questa è una bella storia: «Per i primi venti minuti di spettacolo Peter Pan non si vede mai, la scena è tutta sulla casa di Wendy. Dopo due mesi di prove estenuanti, alla prima dello spettacolo ho passato quei venti minuti nascosto in uno spazio minuscolo dietro al palco, rannicchiato prima di poter uscire. In quel momento pensavo solo: “Ma perché sto qua? Chi me lo ha fatto fare? Ma che sto facendo?”. Quando però sono uscito fuori, con un salto di fronte a una platea di duemila persone, mi è arrivato uno schiaffo in faccia. Se ci ripenso mi batte il cuore fortissimo, è lì che ho capito: “Io questa adrenalina e questa meraviglia non le sostituirei con niente al mondo”».

Sarà romantico, disperato e anche utopico. Sarà paradossale, perché oggi se guardi un film come Backstage pure l’happy ending è disincantato: i nostri eroi ballano nello show finale e, anziché pensare che da quel momento spaccheranno il mondo, ti chiedi se dopo i titoli di coda riusciranno a pagare l’affitto. Eppure questa storia di inseguire una passione, di emozionarsi solo in scena, di sentire una voce interiore che forse è quella del sacro fuoco dell’arte o solo quella della pazzia, ancora funziona. Sia in Backstage che nel suo dietro le quinte. Se chiedi a questi ragazzi di cosa parla un film del genere, ti rispondono ancora – e ancora, e ancora – che è il ritratto di un sogno, dell’adrenalina da cui non si scappa. Come il giorno in cui hanno girato la scena della coreografia, In alto mare di Loredana Bertè. «Ci è sembrato davvero qualcosa di grosso. Eravamo circondati da macchine da presa, dei mostri mai visti prima. Ci chiamavano a sorpresa per ballare sul palco, proprio come nel film». Oh, te lo raccontano con gli occhi che brillano, e sarà romantico o perfino disperato, ma sicuramente fa sognare più della Naspi. Piuttosto che tornare giù, per dirsi non si vola più.