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Ryūsuke Hamaguchi: «‘Il male non esiste’, la natura e i miei finali sorprendenti»

Il regista giapponese premio Oscar per ‘Drive My Car’ torna con un film , Gran premio della giuria a Venezia 80 , che celebra i villaggi rurali minacciati dal capitalismo. Mantenendo il suo inconfondibile mistero

Foto: Teodora Film

Di alberi, di zuppe di udon e di scontri tra mondi. E di enigmi, di connessioni intime con la Natura, di sostenibilità, anche emotiva, affettiva. È uno dei film più intriganti – sin dalla bellissima, ipnotica, sequenza di apertura – di questa stagione, Il male non esiste, il cui potere di suggestione incatena lo sguardo anche a mesi di distanza dalla prima alla Mostra del Cinema di Venezia, dove la pellicola ha vinto, meritatamente, il Gran premio della giuria, contendendo a lungo, a quanto pare, il Leone d’oro a Povere creature! di Lanthimos.

Storia di un villaggio rurale minacciato dalla costruzione di un glamping, un camping di lusso la cui realizzazione avrebbe ripercussioni pesantissime su quel luogo incontaminato, Il male non esiste è l’ultimo lavoro di un regista giapponese dalla straordinaria gentilezza e umiltà: Ryūsuke Hamaguchi, già premio Oscar per Drive My Car. Lo abbiamo incontrato per parlare con lui del suo nuovo film: e di quello che, per lui, è il dovere di un regista.

So che Il male non esiste nasce in un certo senso dalla musica: e in particolare dalla collaborazione con Eriko Ishibashi, che aveva firmato la colonna sonora di Drive My Car.
Sì, Ishibashi mi ha chiesto di realizzare il video per una sua live session. Lavorando insieme a quel video abbiamo cominciato a pensare al film: abbiamo continuato a parlare di questo progetto per più di un anno, ma non eravamo ancora riusciti a decidere che direzione prendere. Allora un giorno ho pensato di andare a vedere dove abitava Ishibashi, dove lei stessa crea la sua musica. Sono zone immerse nella natura, incontaminate, vicine a dove abbiamo effettivamente poi girato.

Il Giappone rurale che racconti in maniera così profonda nel film lo conoscevi già, ti era familiare, o hai fatto delle ricerche per riuscire a riprodurlo in questo modo sullo schermo?
Io abito in città, vicino a Tokyo. Non conoscevo molto bene la situazione del Giappone rurale, mi sono documentato. E il fatto che Ishibashi abitasse in un luogo circondato dalla natura è stato di grande aiuto. C’è una grossa differenza tra la città e l’ambito rurale perché nella città la base è una camera chiusa: dove tutti quanti utilizziamo l’aria condizionata, e viviamo a una temperatura costante, che è sempre quella. E non ci rendiamo conto che all’esterno la temperatura sta aumentando perché siamo sempre all’interno delle stesse quattro mura, sempre con la stessa aria condizionata, sempre con la stessa temperatura. Invece, se siamo in un villaggio rurale, sappiamo benissimo qual è la temperatura esterna, perché laggiù viviamo in armonia con la natura. Ma questo significa che le zone rurali riescono a vivere senza farsi influenzare dalle città’? No, le città continuano ad avere un’influenza sulle zone rurali: portano lì i loro progetti e idee che poi vanno gestiti. Ho pensato che questa interazione tra quei due mondi, tra queste due realtà, sarebbe potuta essere interessante ai fini della storia.

Ryūsuke Hamaguchi riceve il Leone d’argento a Venezia 80 dal presidente di giuria Damien Chazelle. Foto: Teodora Film

Nel Male non esiste quanto c’è di vero? Ti sei ispirato a fatti realmente accaduti?
Si tratta di una parte abbastanza cospicua della storia: il caso del glamping, ad esempio, si rifà a un episodio realmente accaduto nelle vicinanze del luogo dove abbiamo effettivamente girato. Era stato presentato un progetto poco credibile, e dell’interazione tra chi voleva costruirlo e i residenti del villaggio sono rimaste le registrazioni audio di un incontro pubblico, del quale ci siamo serviti per realizzare la scena del confronto tra i cittadini e i funzionari dell’azienda. Il resto è frutto della mia fantasia.

Trovo che il finale del film sia spiazzante: alla Mostra di Venezia ognuno usciva dalla sala con la sua personalissima interpretazione. Mi è piaciuto molto l’aspetto misterioso, enigmatico in qualche modo, di questo finale: mi chiedevo se la tua intenzione era proprio quella di mandare a casa lo spettatore con una domanda, con qualcosa con cui il film potesse continuare anche dopo averlo visto.
Come regista non voglio confondere lo spettatore per fargli un dispetto: credo che ciò che bisogna fare come cineasti, nei confronti dello spettatore, è fornire un’esperienza interessante, intensa. E allora mi sono chiesto: quando sono io lo spettatore, cos’è che mi dà un valore aggiunto nella visione di un film? Ebbene, si tratta proprio dell’elemento della sorpresa, dell’incomprensione, della confusione. Perché ovviamente io ho una mia visione delle cose: ma se un film la mette in discussione questa mia visione crolla, come forse crolla anche il modo in cui io ho visto il mondo fino a quel momento. E questo per me è il massimo intrattenimento che un film può fornire, anzi, di più: è anche il dovere di un regista fornire allo spettatore questa sorpresa, questa esitazione, questa confusione. È un servizio che faccio allo spettatore.

Foto: Teodora Film

Tornando alla collaborazione con Eriko Ishibashi, cosa mi puoi dire del suo apporto alla colonna sonora in questo film? La musica che sentiamo è quella che poi ha portato all’idea del film?
Non completamente. Il tema principale del film, ad esempio, è stato realizzato dopo la fine delle riprese. Ci sono stati anche elementi di improvvisazione, come nel jazz: in ogni scena cercavo di creare qualcosa che fosse adatto a quel momento. E poi anche la stessa Ishibashi aveva accennato che all’interno della sua live performance ci sarebbero state delle improvvisazioni, e quindi anche questo mi ha molto stimolato. Come strumenti abbiamo usato archi, fiati, sintetizzatore, chitarra e batteria.

Mi pare notevole anche la formazione del cast, anche in virtù del fatto che in alcuni ruoli chiave hai scelto dei non professionisti.
Il casting per me è un elemento fondamentale, ha un’importanza che va dal 70 all’80% dell’intero film. Il protagonista faceva parte della troupe, non è un attore. Ma anche l’attore che interpreta l’agente in Drive My Car era uno dei driver: lui aveva già esperienze da attore, ma diciamo che non riusciva a vivere facendo solo quello. Girando Drive My Car lo avevo potuto conoscere, ricordo alcune sue osservazioni e mi era piaciuta soprattutto la sua umanità. E ho pensato che fosse un’umanità che poi avrei potuto collegare ad alcuni personaggi. Perché poi è quella la cosa importante: collegare l’umanità delle persone che hai davanti a te con quella dei personaggi che vuoi creare. Con il cast quello che conta è creare un rapporto di fiducia, e in questo caso io posso solo dire di essere stato fortunato ad avere avuto un team davvero straordinario.

Foto: Teodora Film

Parliamo del personaggio che non c’è: quello della madre della bambina. Si vede solo in foto, in un quadro: il film sembra voglia dirci che è morta. Eppure è una “presenza” forte.
Va detto che in realtà non c’è alcun elemento all’interno della storia che ci faccia capire che lei è morta. Piuttosto, è assente: e all’interno di questa storia, l’assenza di uno dei genitori diventa una forza motrice. Ovvero il fatto che siano rimasti solo il padre e la figlia fa sì che la loro vicinanza sia maggiore. Però ci ritroviamo con un padre che ha chiaramente dei deficit comunicativi, quindi piuttosto che gli esseri umani preferisce frequentare gli alberi, preferisce stare in compagnia dell’acqua, dell’erba e di altri elementi naturali. Mentre al contrario la bambina ha delle potenzialità comunicative molto superiori: probabilmente, se la madre fosse stata presente, la comunicazione tra padre e figlia sarebbe stata molto diversa, mentre quella che loro due si ritrovano ad avere è una comunicazione a spizzichi e bocconi. E questa probabilmente è una delle questioni maggiori all’interno della storia. Perché alla fine padre e figlia vivono un momento di crisi che poi fa sì che il padre reagisca in una certa maniera: ma se la madre fosse stata presente, lui non avrebbe agito così. Quindi sì, l’assenza della madre ha un peso forte sul film.

Anche nel Male non esiste il ruolo dell’auto – come ovviamente in Drive My Car – ha una grande importanza: per te è un po’ come stare sul lettino dello psicanalista?
Non saprei, perché su un lettino dello psicanalista non mi è mai capitato di sedermi. Ma posso dire che senza dubbio stare seduti in macchina porta a volere parlare e a volte confrontarsi con gli altri in modo molto naturale.

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