‘Romulus II’, prova d’attrice | Rolling Stone Italia

Foto: Gioele Vettraino. Direzione creativa: LeftLoft

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‘Romulus II’, prova d’attrice

Marianna Fontana, Vanessa Scalera, Valentina Bellè: le tre donne della seconda stagione. Tre incontri separati, in cui facciamo a ognuna di loro quasi le stesse domande: nessuna sa cosa abbiano risposto le altre. Ne esce una specie di simposio al buio, dialogando sulla serie e sul mestiere dell’attore. Ché, se c’è un progetto sul quale è davvero affascinante soffermarsi a indagare il ruolo dell’interprete, è proprio questo


«Quando sei lì non devi pensare né al freddo né al caldo, né alla tua luna storta», è la prima cosa che mi dice Marianna Fontana. «Le tue più grandi alleate sono la costanza e la pazienza: solo così si affronta un ruolo del genere. E posso essere sincera? Per me questa è la parte più divertente, perché un lavoro come Romulus non ti capita da nessun’altra parte». «Lo sai perché io faccio spesso fatica a fare le interviste? Perché mi affatica vendere le cose per come non sono in realtà»: questa, invece, è la prima cosa che mi dice Valentina Bellè. «Ci sono personaggi che, già mentre sono sul set, inizio a chiedermi come caspita li venderò in pompa magna durante le interviste. Ma con Ersilia è diverso: qui partiamo da una pagina completamente bianca. E il bello è che fa molta paura, se devi interpretarla». «Io il provino per Silvia lo volevo vincere e basta. Perché era una sfida»: questa terza voce, un po’ roca e divertita, è quella di Vanessa Scalera. «Il primo re mi era piaciuto e mi aveva incuriosito tanto, ho visto che tipo di lavoro avevano fatto gli attori. E allora al provino ci ho messo l’anima, non sapendo una mazza di niente: come affrontare il protolatino, di cosa stavamo parlando davvero, dove si sarebbe collocata Silvia nell’universo Romulus».

Eccole: le tre donne di Romulus II – La guerra per Roma (seconda stagione della serie creata da Matteo Rovere e prodotta da Sky Studios, Cattleya e Groenlandia, su Sky e in streaming su NOW dal 21 ottobre). Che poi in realtà sono sei: Marianna e Ilia, Vanessa e Silvia, Valentina ed Ersilia. Sempre due facce della stessa medaglia, come in una coppia, e me lo fa notare proprio Marianna Fontana. Praticamente è come quando ti innamori di una persona, «all’inizio non la conosci davvero e quindi ti trattieni. Poi cominci a scoprirla e ad amarla davvero, allora ti apri e ti entra dentro. E lasciarsi diventa difficile». Lo dice un’attrice “costretta” a convivere col suo personaggio sei mesi l’anno, in condizioni scomode, con una incomunicabilità di fondo dettata dalla lingua, per cui le coppie vere scoppierebbero molto prima. «A livello di pose io avevo la possibilità di respirare», se la ride Scalera, «mentre Marianna… Be’, mi viene da dire: Marianna poraccia! Lei era sempre in scena, e ha tutta la mia stima».

Foto: Gioele Vettraino. Direzione creativa: LeftLoft

Questa chiacchierata nasce in realtà da tre incontri separati. Tre appuntamenti diversi in cui rivolgo a ognuna di loro quasi le stesse domande, le stesse riflessioni: nessuna sa cosa abbiano risposto le altre. Ne esce una specie di simposio al buio, dialogando sulla serie e sul mestiere dell’attore in senso assoluto, tra contraddizioni e punti di vista incredibilmente simili. Ché, se c’è un progetto sul quale è davvero affascinante soffermarsi a indagare il ruolo dell’interprete, è proprio Romulus. «Una serie tutta nostra, che parla di una storia tutta nostra, e che stavolta siamo noi a raccontare». Parola di Valentina Bellè. Una serie, anche questo va detto subito, che non costringe nessuno – né la stampa né gli attori (da Andrea Arcangeli a Francesco Di Napoli, da Emanuele Maria Di Stefano a Ludovica Nasti) – a sottoporsi alla retorica a cui siamo spesso costretti in fase di promozione. Domande sullo spessore di personaggi con cui non parleresti neanche del meteo, risposte arrampicate su ruoli da raccontare come grandi sfide che in realtà sono passeggiate di salute. O banalmente, delle parentesi un po’ soporifere nella carriera di ogni attore. Che poi fanno parte del gioco, se solo potessimo ammetterlo tutti e risparmiarci di nascondere sotto il tappeto i compromessi di quella che, dopotutto, è un’industria dell’intrattenimento (Bellè la chiama «la regola non detta ma che tutti devono sapere: non si parla mai male di un progetto»). Per fortuna qui – e rubo l’ironia di Scalera – siamo lontani dal doverci “tappare il naso”. «Se c’è veramente qualcosa da dire, è perché lo sforzo che abbiamo fatto nel girare questa serie poi lo vedi onorare sullo schermo. E infatti mentre faccio l’intervista riemerge tutto».

La prima cosa che emerge è l’aspetto primordiale di Romulus, in scena ma soprattutto nella messa in scena. È come se sulle riprese incombesse una sorta di alterità che alle volte è minacciosa e sinistra, e altre volte è autentica come può esserlo solo l’essere umano al suo stato primitivo. Quando è preso a combattere per la propria sopravvivenza, anziché per le stronzate. Marianna fa notare che nessun personaggio nella serie sta col telefonino in mano, Vanessa che c’è tutta la differenza del mondo nel girare illuminati dal fuoco, anziché da una lampada per interni. E non solo per gli attori. Tra gli insider che in questi anni mi hanno riportato gli aneddoti più assurdi dal set delle due stagioni, ci sono perlopiù maestranze: una lunga serie di racconti su tecnici che si armano di galosce, pantaloni e attrezzatura da battaglia, come dovessero prepararsi al cammino di Santiago. Pronti ad affrontare notti, fango e pioggia. E già qui inizia a compiersi il rito di Romulus, come un cammino collettivo verso una mèta ‘altra’. Sì, ma quale? Probabilmente un luogo in cui il cinema si riconcilia con chi il cinema lo fa. Forse un cinema che – paradossalmente grazie alla lunga serialità – riconquista i suoi tempi lenti, la sua dimensione collettiva e straniante. Oltre la routine di piani di lavorazione impossibili, i runner che non bastano, ’sta scena che va tagliata o non portiamo la giornata a casa, quel tramonto che se lo trasformiamo in un’alba che dici, se ne accorge qualcuno? Che sia leggenda o verità, pare che Romulus abbia portato cast e crew a riscoprire un amore quasi bambinesco per il mestiere.

Vanessa Scalera. Foto: Gioele Vettraino. MUA: Chiara Corsaletti per Making Beauty. Hair Stylist: Domenica Ricciardi

«È assurdo, potrà sembrarti un discorso un po’ da santona», dice Vanessa, «però tutto questo provoca qualcosa nell’attore. Già solo perché sei acconciato così, che magari all’inizio ti senti un po’ ridicolo e poi sposi in pieno quel progetto. Tu stai lì, in quel fango, al gelo, con quei vestiti, senza luce elettrica. Di notte siamo tutti illuminati dalle torce, in mezzo alle capanne ricostruite, e non è come interpretare una scena in una stanza con un’abat-jour: noi ci muoviamo vicino al fuoco. E questo rende tutto un po’ mistico». Il fuoco dei riti e della terra, dei sacrifici umani, delle morti spietate. Viscerale come una narrazione – tipica di Romulus – che ci costringe a interrogarci sul conflitto originale: quello tra destino e libero arbitrio. Ci riguarda tutti. Dove finisce l’uno, dove inizia l’altro? Vanessa esordisce categorica: «Per me il destino è inesistente. È un concetto quasi religioso che non mi appartiene, riporta a dei piani mistici che non fanno parte di me. Io credo che ogni persona abbia il potere, oltre che la necessità, di decidere del proprio vissuto, del proprio agire». Un attimo dopo però, analizzando il personaggio di Silvia, si concede il beneficio del dubbio (oh, pure questo è il bello di Romulus): «Forse all’epoca, in quell’epoca che esisteva prima di tutto, avrei esercitato il libero arbitrio come Silvia. Lei dice al figlio: “Devi tornare. Devi stare qui, nella nostra città”, e quello altro non è che scegliere di agire, no? Perché tu, e solo tu, puoi scegliere di farlo. Però poi ci sono gli dei, i presagi… E allora è un macello, perché col libero arbitrio non c’entrano nulla. Quindi, come ne usciamo?».

Marianna attribuisce il merito di un certo misticismo durante le riprese proprio alla lingua (vedrete che lei ha maturato una forma di venerazione nei confronti del protolatino, ed è forse l’unica): «È una lingua che influisce anche sui tempi dilatati del set e sulla ritualità che si va a creare. Romulus ti concede un ritmo lento che neanche nella vita ci è più concesso veramente». Per Valentina l’incontro con la spiritualità è invece una questione delicata, di ricerca infinita e conflittuale, che la accompagna da anni: «È forse la cosa più personale che ho. La più fragile e insieme la più forte. Forse è anche la più preziosa». E, neanche a dirlo, in questa seconda stagione il suo personaggio è in assoluto la figura più mistica della serie.
Quello di Ersilia, a capo delle sacerdotesse sabine, è un ingresso prepotente. È un corpo ibrido che connette il terreno al divino: gitana e regale insieme. E proprio Ersilia – e Valentina – sono portatrici di una ritualità quasi bestiale, fatta di cerimoniali angoscianti in cui sangue e corpi nudi si mescolano, quasi a far l’amore. Scene per cui, mi racconta lei, il gruppo di attrici sabine ha studiato la qualunque. Dal film del 2019 di Ari Aster, Midsommar – Il villaggio dei dannati, alla danza giapponese Butoh (che ha ispirato certi movimenti compulsivi delle sabine). Ma anche la figura della prefica (nota nell’antico Egitto e nell’antica Roma, e poi tradizionale del Sud Italia, per emulare i lamenti dei cortei funebri), e ancora i canti gutturali mongoli (per un lavoro di ricerca su un’emissione del suono bassa e profonda, legata a un dio che si manifesta attraverso tuoni e fulmini). «Abbiamo visto anche dei video di alcune pratiche culturali di preparazione al parto, dove era ricorrente questo moto oscillatorio delle donne in gruppo, come se partorissero tutte insieme. Così anche noi abbiamo creato una sorta di catena, come per aiutare Ersilia a partorire una verità divina». Le dico che in certi momenti danno anche l’impressione d’essersi calate un acido, in effetti. «L’odore del fumo mi ha aiutato molto ad entrare in un’altra dimensione, a suggestionarmi. Non ricordo cosa fosse, forse palosanto? È stata importante anche la presenza di questo sangue quasi mestruale, dalla consistenza viscosa. Un’idea estrema di donna: sporchiamoci come se fosse il nostro stesso sangue».

Valentina Bellè. Foto: Gioele Vettraino. MUA: Chiara Corsaletti per Making Beauty. Hair Stylist: Domenica Ricciardi

Sangue e corpi, quindi. Ma anche una femminilità sempre più impetuosa, che in questa seconda stagione riguarda tutte le protagoniste della serie. E che è in fondo parte della natura stessa di Romulus: siamo nell’universo filmico dell’epoca e della ricostruzione storica, che però qui non si rifà agli anni Sessanta, ma a un immaginario arcaico. Una sorta di Game of Thrones tratto da una storia vera. E un costume che si colloca tra action e sci-fi – va da sé – pretende letteralmente d’essere abitato: è l’emblema dell’attore che si “infila nei panni del personaggio”. «Vestendo quegli abiti ti senti una supereroina. È una percezione di sé quasi erotica, viene quasi da compiacersi di questa immagine che rimandi», ammette Bellè, mentre ragioniamo sul rischio di lasciarsi sopraffare da un “carnevale cinematografico” che culturalmente associamo alle grandi produzioni americane. «Ecco, il pericolo era proprio quello di compiacersi, quindi io e le mie meravigliose sorelle sabine abbiamo tenuto a mente dall’inizio che non volevamo in alcun modo cadere nella vanità».

Anche Vanessa in questa stagione esplode in potenza e bellezza: «Quest’anno ho soddisfatto una parte di ego, perché Silvia riemerge nel suo ruolo di regina. Prima era vestita di stracci, sempre dietro al padre, e adesso eccola coperta di gioielli, con una capigliatura più sensuale. A differenza del personaggio di Valentina, però, lei rimane pur sempre una madre e una donna attaccata alla polis». Marianna invece riflette su come il cambiamento interiore si esprima attraverso il costume anche nella vita reale: «Magari metti una magliettina aderente al posto della tuta e provi un’altra acconciatura. Sei più sicura di te? Allora il tuo aspetto inizia a modificarsi insieme alla tua personalità». Per Ilia questa è la stagione della scoperta della carnalità, dei capelli sciolti e dell’armatura (con annesse scene di sesso statuario e bello da far invidia). «Dalla casta vestale che era, adesso diventa una guerriera. Scopre se stessa e anche il suo erotismo. Una forma di compiacimento che per me è stata quasi utile a raccontare l’arco evolutivo del personaggio».

Marianna Fontana. Foto: Gioele Vettraino. MUA: Fulvia Tellone per Simone Belli Agency. Hair Stylist: Antonio Leone per Roberto D’Antonio

A un certo punto tocca arrivarci, certo: il protolatino. Un incubo così presente nel cast che ormai è diventato il beat comico di ogni intervista su Romulus. Tipo che nessuno di loro avrà mai più niente di così traumatizzante da raccontare (eccetto Vanessa Scalera, lei no: ai tacchi di Imma Tataranni preferirebbe pure una serie in greco antico). Della difficoltà del protolatino ne fa soprattutto una questione mnemonica: «Al liceo il latino lo odiavo, e per me è ancora come risolvere un rebus: soggetto, predicato, complemento. Sei costretta a sapere la tua parte a menadito, non c’è spazio per l’improvvisazione. Ma come si dice una battuta in protolatino? Dove “batti”, letteralmente? Sul verbo? Sul soggetto? Quasi tutti gli attori hanno bisogno di “mettersi la battuta in bocca”, come si dice in gergo. Noi la battuta ce la mastichiamo proprio per farla funzionare, ma con il protolatino che ti mastichi?». Che ci fosse il rischio di snaturarsi, chiaramente, mi viene da chiederglielo, visto che per lei il dialetto è uno strumento identitario fortissimo. «Quello no, perché ero coperta da una lingua che neanche gli altri conoscono. Non è come parlare in dizione, lì sì che mi sento un po’ snaturata. Qui invece c’è il pubblico che quel suono non lo conosce, devi ricrearlo tu. E questo potrebbe essere un elemento di improvvisazione: fingere di sapere benissimo il protolatino, di essere tra i pochi a padroneggiarlo». Se per Scalera la sfida è quella di «riconquistare una disciplina scolastica» che tende intenzionalmente a evitare, Bellè mi parla di impatto terapeutico. Lei ha sempre avuto paura dei dialetti, ma il protolatino prende le distanze da qualsiasi lingua praticata: «Invece quello che a me è mancato di più è l’ascolto. Nonostante tentassi sempre di memorizzare le battute degli altri, mi mancava una parola che mi facesse da gancio». Mi spiega che c’è un livello di difficoltà differente nell’arrivare in scena conoscendo il significato dei dialoghi, ma non il dettaglio delle singole parole (per inciso: ogni attore di Romulus riceve le sceneggiature con testo in protolatino più traduzione italiana). «Il discorso è proprio sul link emotivo che una parola pronunciata dall’altro suscita in te, quando devi recitare. In questo caso parli una lingua che non esiste, che non ha alcun appiglio a una storia emotiva che potrebbe riguardarti. Allo stesso tempo c’è qualcosa di affascinante nel pronunciare le battute in protolatino, che ha a che fare con l’emissione della parola. È come se dovessi far passare un po’ di aria nella gola per rendere il suono meno accademico».

È Marianna Fontana, però, ad uscirsene a sorpresa con un romanticismo che non t’aspetti sul tema, e mi parla del protolatino come di un’improvvisazione jazz: «Non hai mai dei veri ganci, non sai mai quando finisce l’assolo dell’altro. Così devi ascoltare e capire quand’è il momento giusto per attaccare tu, col tuo strumento. Proprio come nel jazz, no? Il protolatino è una lingua davvero molto musicale, con dei ritmi precisi. Io lavoro sempre con la musica, prima di una scena individuo dei brani che possano suggerirmi il ritmo giusto, e magari calco una battuta proprio grazie al suono. Ho bisogno di sentire la musica crescere insieme alla parola. Ecco: quando parli in protolatino il punto non è come scandisci, ma come emetti. Prima del lessico devi trovare il suono. Infatti sul set di Romulus anche i piani d’ascolto richiedono un’attenzione che in genere non dai». Credo che questa sua interpretazione musicale di una lingua che nessuno tollera possa avere a che fare con il suo DNA campano, non mi pare un caso: «In effetti da campana ci sono suoni che è bello sperimentare proprio perché non vengono utilizzati in italiano. Il protolatino qui è come il mio dialetto: armonioso, spontaneo, naturale».

Marianna Fontana e Valentina Bellè. Foto: Gioele Vettraino. MUA Marianna: Fulvia Tellone per Simone Belli Agency. MUA Valentina: Chiara Corsaletti per Making Beauty. Hair Stylist Marianna: Antonio Leone per Roberto D’Antonio. Hair Stylist Valentina: Domenica Ricciardi

In tempi violenti, non dovresti vendere la tua anima. E visto che abbiamo scelto di andare fino in fondo, e che qui in ogni episodio un personaggio rischia di vendersi l’anima (il confine tra etica e giustizia personale è attualissimo), partiamo da Ilia: «Lei è un personaggio giusto. E infatti la giustizia e la determinazione sono anche i suoi punti di forza: Ilia è ferma. Sa benissimo dove andare e cosa fare, è addestrata dal dio Marte e per questo è come un gufo: sempre guardinga, combattiva e determinata. Sicuramente ora il padre è il suo tallone d’Achille, il suo segreto e il suo peso interiore. Lei lo dice: “Io sono fatta di ferro, come una lama”, così il mio punto di riferimento è stata la spada. L’armatura mi ha dato l’impostazione del guerriero. Ho un rapporto viscerale col costume, quando torno a casa penso a cosa indosserei se fossi il personaggio. A volte inizio a vestirmi nello stesso modo anche nella vita, a fare le stesse cose, capita che smetta di truccarmi in modo inconscio. Con Ilia spesso mi vengono in mente Cassandra, Romeo e Giulietta, i grandi classici della drammaturgia».

La connessione con gli archetipi della mitologia è inevitabile. Perlopiù violenta, ma anche contemporanea e per certi versi pop, come da identikit del buon supereroe. Nel caso di Vanessa Scalera, «il superpotere più grande e più umano di Silvia sarebbe il suo rigore. La sua morale oggi diventa un superpotere, perché la moralità si è persa e sfilacciata, ognuno ha la sua e non si capisce più dove stiamo andando. Silvia è una donna di Stato, è Antigone e insieme Creonte: si sono fatti la lotta per una vita, ma in questa seconda stagione lei rappresenta l’unione dei due opposti. Come Antigone, per amore farebbe di tutto; ma come Creonte rispetta la legge dello Stato in modo ferreo e dice: “La mia città prima di tutto”. Il punto più alto di questo personaggio è il suo senso di comunità, se vogliamo parlare di comunità ai suoi albori». E se Silvia è un personaggio politico, è vero anche che deve muoversi in un mondo pre-civilizzato e dominato dalla brutalità, dove vige la legge del più forte e il più debole soccombe per dinamiche quasi evolutive. Ma nella nostra democrazia chi è che ha vinto? «Attualmente comandano quelli che hanno dimostrato di essere i più rabbiosi e violenti rispetto alla presentazione di sé, che è diverso. L’amore per la politica è un’altra cosa: a me non sembra che oggi qualcuno parli come Silvia. Lei è sempre – sempre – mossa dall’amore, per il figlio ma anche per la società. Non utilizza la retorica della politica, quei mezzucci che ormai noi tutti conosciamo per convincere le masse».

Vanessa Scalera. Foto: Gioele Vettraino. MUA: Chiara Corsaletti per Making Beauty. Hair Stylist: Domenica Ricciardi

Rimanendo sulle questioni scomode: Valentina Bellè incarna con Ersilia l’ideale di un corpo che si fa strumento di potere, ma non solo. Rispetto alle scene di nudo, al sesso o alla masturbazione al cinema, il rito orgiastico delle sabine corre il rischio – nel 2022 – di passare per esibizione remissiva del corpo femminile (vedi alla voce Blonde di Andrew Dominik: imbarazzante per chi lo interpreta o distrubante per chi lo osserva dal divano?). «Il pudore non era nell’equazione», mi dice lei. «Ma la cosa più importante è che non era neanche nelle ritualità che abbiamo studiato: le sabine sono costruite su un concetto di sorellanza che coincide anche con l’estrema esaltazione della femminilità, è vero. Ma per loro il corpo è potenza, è bellezza, è un ponte con il divino. E questo concetto non ha per niente a che fare con la nostra cultura».

Marianna Fontana è Ilia in ‘Romulus II – La guerra per Roma’. Foto Sky

Eccole qui, quindi: le tre donne di Romulus. All’apice delle loro carriere. Un attimo prima dell’uscita della seconda stagione, con Marianna che è cresciuta insieme a Ilia e la cosa le fa ancora una certa impressione: «Ho iniziato che avevo 22 anni, oggi ne ho 25. Separarmene non è mai facile. È sempre un po’ una morte di te stessa: ho lasciato quella cosa lì, ora devo ricominciare da capo e riprendere la mia vita, ma senza quella persona. In Romulus più sei primitivo e più funziona. Scopri dei suoni che non pensavi di possedere, assumi movenze inedite, non moderne. Torni bambino per imparare di nuovo a camminare. Sicuramente stavolta ne esco più muscolosa, più forte e determinata. Quando affronti questo tipo di set capisci quanto puoi spingerti oltre il tuo limite».

Senza saperlo Vanessa le fa eco: «Dopo aver fatto Romulus, tutto il resto è noia. Non mi lamenterò mai più perché ho freddo. Non ti dico che è stato il ruolo più difficile della mia carriera solo perché non tollero l’idea di gavetta. Ho fatto delle cose complicatissime per me, anche a teatro, che magari la gente non ha visto. Pensaci: ma che vuol dire gavetta? Andiamo a cercare l’etimo. Mi fa girare i coglioni perché tutti la utilizzano come a dire: “Poraccia, ha fatto tanta gavetta”». E insieme controlliamo davvero la definizione di gavetta sul dizionario: “Per indicare un lungo periodo di apprendistato, svolto ricoprendo ruoli modesti”. E ancora: “Provenire da una condizione socialmente umile o dai livelli più bassi di una carriera”. «Ecco, vedi? Si tira in ballo il successo, come se quello che al successo ti ci ha portato fosse di qualità inferiore, come se il fine ultimo del mestiere dell’attore dovesse essere la fama. Nessun attore dovrebbe più usare la parola gavetta: scrivi proprio che abbiamo controllato il significato di gavetta, e vuol di’ un’altra cosa».

Vanessa Scalera alias Silvia. Foto: Sky

«Sai perché sono fiera di far parte di Romulus?», mi dice Bellè. «Perché è un progetto ancora sperimentale, perché è ancora tra i primi». La provoco un po’ ricordandole che ha lavorato anche all’estero con Clooney, Cruz, Driver e Banderas, ma non molla: «Io non ci credo nel sogno americano, per me è una menzogna che aiuta tanti a tirare avanti, e alle volte anche a fare grandi cose. Ma non è quello che mi fa battere il cuore. Quello che mi fa battere il cuore è un cinema che non pensa al dopo, e quello che mi piace di Romulus è che non abbiano provato a far troppo gli americani. Così ne è uscito un prodotto molto sincero e rispettoso. Non sai le volte che sento dire: “Questo è un film da cinema, questo è un film che andrà ai festival” ancor prima di girarlo. Questa roba mi fa venire i brividi, mi dico ma perché fai ’sto mestiere? Stai pensando solo al dopo e invece la parte più bella è adesso, ma di che stiamo parlando? Soffriamo un attimo ma rieduchiamoci, noi che il cinema lo facciamo. È inutile dire “rieduchiamo il pubblico”. Che cazzo, vorrei parlare a tutti e dire: ma vi ricordate a vent’anni, quando volevate fare il cinema vero? Ecco, ricordatevelo».

Valentina Bellè nei panni di Ersilia. Foto: Sky

***Credits***

Fotografo: Gioele Vettraino
RS Art Director: Alex Calcatelli per Left Loft
RS Producer: Maria Rosaria Cautilli
Vanessa Scalera & Valentina Bellè MUA: Chiara Corsaletti per Making Beauty
Vanessa Scalera & Valentina Bellè Hair Stylist: Domenica Ricciardi
Marianna Fontana MUA: Fulvia Tellone per Simone Belli Agency
Marianna Fontana Hai Stylist: Antonio Leone per Roberto D’Antonio
Studio Location: Studiophotographia e Coho Loft
Backstage Video: Maurizio Valentini e Lorenzo Pontecorvi per Soundimplosion