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Romano Reggiani sta scaldando i motori

L’attore bolognese interpreta il giovane ‘Lamborghini’ nel biopic appena uscito negli USA. Ma l’American Dream non fa per lui. Una lunga chiacchierata con un giovane interprete ‘contro’: le lobby del cinema italiano, le convenzioni, e anche la musica di oggi. Infatti continua a scegliere Bob Dylan e De Gregori

Romano Reggiani

Foto press

Bologna l’ha lasciata quando era ancora minorenne, per andare a studiare a Roma e costruirsi una carriera d’attore. Ma a Bologna ci è tornato appena ha guadagnato abbastanza per distaccarsi dall’idea compulsiva di successo e recuperare una dimensione di normalità, accanto agli amici d’infanzia, quelli che del cinema quasi se ne fregano. Senza poi chiedermi di ometterlo, confessa che «si è rotto i coglioni di questo giro», perché alle strette di mano e allo stare sul pezzo nei “salotti che contano” preferisce lo stile di vita anglosassone: «Gli inglesi fanno tutto prima: io se posso pranzo a mezzogiorno e ceno alle sette di sera. Sul set i miei colleghi vogliono uscire a bere qualcosa alle dieci, ma oh, io voglio dormire».

Sarà per via di quell’aria scompigliata, per il ruolo di Guido Cavalcanti nel Dante di Pupi Avati e ancor di più per quello del giovane imprenditore in Lamborghini, biopic americano scritto e diretto da Robert Moresco dove è protagonista nei panni di Ferruccio Lamborghini da giovane, ma il ritratto che viene fuori di Romano Reggiani da questa chiacchierata-fiume è quello che non ci si aspetta (da non confondere la sua spiazzante incapacità d’ipocrisia con una sciatta forma di arroganza). Mi fa una premessa: «Sarò pragmatico e poco diplomatico», e poi inizia a raccontare dell’incontro intimo con Tonino Lamborghini, di quel diario dal fronte della Prima guerra mondiale che gli ha lasciato in eredità il suo bisnonno, dell’American Dream che sarà pure un bluff ma funziona, di Bob Dylan, Kerouac e De Gregori (i suoi «irraggiungibili tre» della letteratura), del fatto che è cresciuto in una famiglia normale, senza grandi risorse finanziarie, e questo cambia parecchio l’approccio al mestiere di attore. Poi ci pensa un attimo e aggiunge: «Il mio primo telefonino è stato un Nokia 3310, figurati se oggi ho voglia di essere social per ottenere un ruolo in più. Da una parte però invidio ’sti stronzi che si sono comprati casa grazie ai follower: forse il pazzo sono io?». Pragmatico e poco diplomatico, insomma, ça va sans dire.

Quindi, senza diplomazia, possiamo dire che metà del film è nelle tue mani?
Ok, in questo caso: hai notato come la prima parte del film sia molto meglio della seconda? (ride) In America lo stanno guardando in questi giorni, mi hanno mandato un messaggio dalla Lionsgate e dicono che lì è al terzo posto su Apple TV+. In molti mi stanno scrivendo che avrebbero voluto approfondire di più la gioventù e l’ascesa di Lamborghini, e che si sono commossi con alcune mie scene.

Le prime critiche invece riguardano la verosimiglianza e la poca attinenza ai fatti. Le hai lette?
Per gli americani la verità è solo qualcosa che deve funzionare sullo schermo. È una delle cifre del loro cinema e lo sappiamo. Per me è stato un lavoro difficile, non scherzo. Loro in sceneggiatura sono anche estremamente sintetici, e se vogliamo superficiali, perciò molte battute sono bellissime da sentire, quasi favolesche direi, ma capire come trovarci la verità dentro non è semplice. Poi però penso alla scena tra me e mio padre, interpretato da Fortunato Cerlino, che è davvero forte e ben fatta. Per esempio, lui ha questo modo di approcciarsi alla lingua inglese che trovo davvero autentico.

È stata una lavorazione delirante: provini lunghissimi, uno stop per cambi di cast e regia, e poi il Covid. Quante volte hai chiamato amici e familiari imprecando?
Tu ridi, ma più o meno è andata così. Già come mi presero per il film fu incredibile, e da lì è stato tutto un percorso tortuoso. Inizialmente il film era scritto da Bobby Moresco ma avrebbe dovuto dirigerlo Michael Radford (il regista di Il postino e Il mercante di Venezia, nda), infatti feci il primo casting con lui, e mi scelse. Un anno dopo la produzione si bloccò: al posto di Antonio Banderas subentrò Frank Grillo perché italoamericano, e alla regia passò Bobby Moresco. Di questo sono felice, perché lui è veramente forte con gli attori e in particolare con i giovani. Però in tutto ciò mi chiesero di rifare il provino, perché Bobby giustamente voleva poter scegliere secondo i suoi criteri. E fu divertente quanto snervante, perché lui rivide mezzo mondo, anche colleghi molto più quotati di me, per poi tornare a dirmi: “Niente, quindi sei proprio tu”. Nel frattempo io avevo penato per un anno.

Nel 1993 Ferruccio moriva e tu nascevi: Lamborghini era ancora il simbolo di uno status, e non di Elettra. Come te la sei cavata con il mito?
La verità è che ho seguito un approccio molto diretto, sulla scia degli americani. Una cosa che mi piace molto è il fatto che loro considerano l’arte come un modello commerciale d’investimento e introito, l’ideale di “cinema d’autore” non li tocca proprio. Quindi anche il modo di lavorare di Bobby è completamente diverso dal concetto di cinema europeo, lui ha vinto un Oscar per Crash e ha co-prodotto Million Dollar Baby, ma è uno che ti dice: “Io scrivo un film e lo dirigo, oppure dirigo il film di un altro. Che cambia? Cosa vuol dire cinema d’autore?”. Allo stesso modo, anche l’approccio al ruolo è fisico e diretto, quasi coreografico. Quindi ho pensato a questo, più che a fare una ricerca e uno studio forsennato sulla storia, come magari avrei fatto per un film italiano.

Quindi l’approccio fisico al personaggio da cosa è partito?
Per prima cosa ho scelto di ingrassare almeno cinque chili. Volevo diventare un po’ più morbido e paffutello, perché Lamborghini era un uomo della sua epoca, e loro erano meno perfetti, meno costruiti e definiti.

Magari non sei neanche un fanatico dei motori…
Ti dico la verità: io non sono per niente fan delle macchine. Invece amo le motociclette. Quindi parlare di tutti ’sti trattori e ’sti motori in una lingua straniera è stata una fatica. Per fortuna ci è venuto a trovare uno dei primi operai-ingegneri di Ferruccio e ci ha spiegato molto del trattore che vedi nel film, che è un prototipo del modello originale. Grazie a lui abbiamo capito dove mettere le mani e cosa dire in certe scene.

Nel film Ferruccio dice: “Per molti uomini il sole sorge e tramonta, e poi muoiono. Ma il nome di alcuni uomini, grandi uomini, viene ricordato in eterno”. Come attore è un genere di ambizione che conosci?
Sicuramente riguarda anche chi fa mestieri legati all’arte, sì. La gente critica spesso questi biopic – e per certi versi fa bene – però la verità è che questa retorica manca molto nel nostro cinema. È una retorica pulita, a volte banale ma anche shakespeariana, che vuoi o non vuoi rafforza il prodotto di finzione. Quella lì è una frase determinante per il personaggio, perché gli uomini come Lamborghini o Ferrari, così come ogni grande imprenditore, cercavano quello: la grandezza, l’essere ricordati nel tempo. Oggigiorno ce lo siamo un po’ dimenticati.

Vabbè, gli americani ci hanno costruito un’egemonia culturale.
Be’, se è per questo hanno girato il film su Lamborghini l’italiano, ma la verità è che sono riusciti a fare la solita cazzo di storia sul sogno americano.

Non dirmi che ti è venuta voglia di cambiare il mondo?
In realtà no. Ferruccio Lamborghini è un personaggio talmente fuori portata, un uomo d’altri tempi con un genio particolarissimo. L’unica cosa che abbiamo in comune io e lui è che non smettiamo di lottare, con la differenza che io comunque prediligo la mia vita, mentre lui purtroppo ha sempre scelto il lavoro.

Perché dici purtroppo?
Perché ho conosciuto suo figlio Tonino. Se devi andare a distruggere la tua vita per ottenere il successo, non lo so poi cosa ti porti davvero a casa.

La scena in cui Tonino Lamborghini nasce e sua madre muore di parto è forse la più intensa. Ferruccio non arriva in tempo né per il figlio né per la moglie, perché troppo preso dal suo obiettivo. Ne avete parlato con Tonino?
Tonino dice sempre che quello è il suo più grande dolore nei confronti del padre: il non esserci stato. Lui è venuto spesso sul set, ha voluto assistere a tutte le scene in cui c’era la madre (Clelia Monti, interpretata da Hannah van der Westhuysenper, nda). In qualche modo voleva vedere sua madre ancora viva, ridere e parlare. Per lui è stato come rivivere qualcosa che non aveva mai potuto conoscere. E sì, ha voluto esserci anche quando abbiamo girato quella scena fortissima con Clelia che muore di parto per metterlo al mondo. È stato davvero commovente per tutti noi. Mi ha detto molte volte di essere grato a me e a Hannah per aver riportato in vita i suoi genitori nel momento più bello della loro vita.

Romano Reggiani in ‘Lamborghini’. Foto: Lionsgate

In questa fase Lamborghini viene anche raccontato come uno che, di fronte al rischio di fallire, ha l’ardire di chiedere i soldi al padre agricoltore. Tu sei andato via da Bologna per fare l’attore: sei mai dovuto tornare dai tuoi genitori con la coda tra le gambe?
Quando scegli di fare l’attore non sai né se guadagnerai e né per quanto tempo. I miei genitori mi hanno sempre sostenuto, e lo hanno fatto anche finanziariamente durante il primo anno di Centro Sperimentale. Avevo 18 anni, sono entrato lì giovanissimo. Poi però ho avuto la fortuna di iniziare a lavorare e arrangiarmi da solo.

Questo pragmatismo ha a che fare con la tua famiglia?
Io vengo da una famiglia molto normale, purtroppo non ho proprietà o le spalle coperte. Per esempio non ho una casa mia, e in questo momento sarebbe folle pensare di aprire un mutuo. Per questo sono molto legato al mio lavoro e alla mia costanza tra televisione e cinema, sì. Ecco, non sono invidioso artisticamente di altri colleghi, ma invidio chi può permettersi il lusso di selezionare i ruoli e dire dei no. Io non ho mai potuto farlo, parliamoci chiaro.

C’entra qualcosa con il tuo ritorno a Bologna?
Succede che arriva un anno in cui fatturo qualcosa in più, così torno nella mia città e mi apro un music club, una sorta di covo sotterraneo in zona centro. E lì anche mio padre è stato determinante, perché entrambi ci abbiamo messo i nostri risparmi. È stato un siparietto di circa due anni che ha funzionato da dio, il posto era davvero fico e sempre pieno, a Bologna se ne parlava molto. Finché la proprietaria non ha venduto i muri. La verità è che dopo aver studiato e iniziato a lavorare, ho cominciato ad odiare Roma e a sentire il bisogno di tornare a Bologna per fare una vita normale. Mi ero rotto i coglioni di frequentare tutti questi attori, tutto questo giro.

Parli del giro di eventi, strette di mano e “adesso a cosa stai lavorando?”
Sì, lo soffro tantissimo. Questo lavoro è tutto lobby, tutto giri, tu sì e tu no per motivi che non c’entrano niente con il mestiere in sé. Sono tornato a Bologna perché ho scelto di godermi prima la mia vita e poi il mio lavoro, anche se amo entrambi. Qui ho i miei amici d’infanzia che neanche si intendono di cinema, è un ambiente più semplice e operaio. Mi ha risvegliato da una città che alla fine ti fa pensare solo ai soldi, alla convenienza e al desiderio di raggiungere per forza la fama.

I primi soldi veri li hai usati per un progetto legato alla musica, il club bolognese. Dici di essere “autodidatta e malato di Bob Dylan”, ma che è stato soprattutto l’aspetto letterario di Dylan a influenzarti. Cioè?
Il punto è che oltre ad avere un talento spropositato per la letteratura – ancor prima che per la musica – lui è riuscito ad essere commerciale convincendo tutti di non esserlo. È quell’uomo che ce la fa. Ed è il più pop di tutti. Ha sempre fatto tutto per convenienza e io amo questa cosa. Dietro alla sua idea c’è sempre la volontà di andare fuori dal coro, ma uno come lui desta interesse proprio nel coro. E poi viene da un mondo che a me interessa molto, quella post-Beat Generation di Kerouac, Burroughs, Ginsberg, e tutto un universo che mi ha sempre sconvolto.

Della tecnica letteraria di Dylan invece cos’è che ti sconvolge?
Il modo in cui scrive la prosa. Lui parte proprio da lì, e se per prima cosa scrivi la prosa vuol dire che hai una necessità diversa nel porre le parole e poi nell’adattamento musicale. Non a caso è l’unico artista dietro cui c’è un vero mercato di bootleg delle sue sessioni in studio, ed è una cosa rara che mette in luce proprio il suo percorso di ricerca basato sulla parola. Questo per me è molto fico anche attorialmente.

Nel 2019 sei uscito con un album, Time Is a Time: l’idea di una carriera discografica c’è davvero?
Credo di no. Quel disco folk l’ho fatto per divertimento con un’etichetta indipendente di Bologna, non ho mai preteso che la musica fosse un lavoro. È una passione, due o tre volte l’anno organizzo dei live in qualche club o a teatro, suono dei miei pezzi inediti in italiano, tanto Dylan e un po’ del repertorio di De Gregori e De André.

E con De Gregori e De André sempre di prosa si parla…
Esatto. De André viene da una cultura più francese e da una poetica classica, che si sofferma sul concetto di rima della parola. Invece sono follemente innamorato di De Gregori, per me è l’unico artista italiano che con la prosa si spinge davvero oltre. Io ci ho messo un mese per capire a fondo Rimmel, cosa sta dicendo in quel brano e soprattutto a chi. Ecco, lui per me ha questo elemento di legame con Dylan, anche se ultimamente questa cosa dei concerti con Venditti non fa per me.

Strano, visto che dici che la gente “non fa che dirti che sei un vecchio”.
(Ride) Me lo dicono i miei amici di Bologna ma anche i miei colleghi attori. Giancarlo Commare e Alessio Lapice mi chiamano “nonno Romano”, ma oh, io voglio andare a letto presto. Sono un grande fan della cultura anglosassone, perché loro fanno tutto prima. Nel mio mondo ideale io voglio digerire ed andare a letto, e per farlo bisogna mangiare e bere presto. Se posso pranzo a mezzogiorno e ceno alle sette di sera, e per fortuna ho trovato una compagna che appoggia questa routine anziana. Sui set invece è un casino, con i colleghi che vogliono andare a bere una cosa alle dieci di sera…

A proposito di set, il primissimo battesimo è stato con Pupi Avati (Gli amici del bar Margherita e Un matrimonio) fino al progetto di Dante, con il ruolo di Guido Cavalcanti accanto ad Alessandro Sperduti.
Alessandro è un grande amico. E soprattutto è stata la prima persona alla quale chiesi un consiglio su questo mestiere, nonostante la vicinanza di età. La cosa bella di Dante, oltre al film in sé, è che Pupi culturalmente riesce sempre a far dibattere, grazie ai film che fa ma anche alle cose che dice.

Romano Reggiani è Guido Cavalcanti accanto ad Alessandro Sperduti/Dante in ‘Dante’ di Pupi Avati. Foto: 01 Distribution

Possiamo dire però che la vera sterzata è arrivata con il film di Marco Pontecorvo nel 2014, Tempo instabile con probabili schiarite?
È la verità. Ma ancor prima è stato fondamentale Gianluca Minucci: adesso faremo un film insieme, però io sarò il suo executive producer, per dirti come cambiano le cose. All’epoca mi scelse per un cortometraggio, Il taglio, e quello è stato il mio primo contratto professionale, che mi ha portato a ottenere il ruolo per il film di Pontecorvo, poi a propormi alla Rai per Una grande famiglia, e tutto il resto. Tra poco uscirò con una bellissima serie di Lucio Pellegrini insieme a Sergio Castellitto, Il nostro generale, sul nucleo antiterrorismo delle Brigate Rosse capitanato dal generale Dalla Chiesa.

È vero che hai il sogno di interpretare un soldato della Prima guerra mondiale, perché tuo nonno ti ha lasciato un diario dal fronte?
Questo legame con il mio bisnonno mi ha fatto appassionare a quel conflitto bellico, fino quasi a diventare un esperto. A noi nipoti ha lasciato un diario di guerra dettagliatissimo, forse in Italia è l’unico integrale. Si chiamava Francesco Ricci, ha iniziato da soldato semplice ed è tornato che era capitano, ha combattuto tutti gli anni della guerra ed è sopravvissuto a tutti gli assalti in prima linea, non si sa per quale motivo. È stato sempre coronato sul campo, e l’aspetto più bello di questo diario atroce è proprio la sua consapevolezza: “Non ho mai capito perché mi davano tutte queste medaglie, finché non sono tornato a casa. Mi premiavano perché ero uno dei pochi sopravvissuti, perché per caso riuscivo a non morire”. Crescendo il sogno nel cassetto si è trasformato, mi piacerebbe farne una serie tv o un adattamento cinematografico, tratto dal suo diario nonché dalla storia della mia famiglia.

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