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Rocco Papaleo: «Sono in equilibrio tra il mestierante e lo squinternato»

L’attore lucano torna alla regia per la quarta volta con ‘Scordato’, un film «leggermente arrabbiato» ma che mantiene tutta la sua poetica: l’amore per la propria terra, la nostalgia per gli ideali, il tempo che ci cambia inesorabile e un adorabile stile naïf

Foto: Vision Distribution

Ma ci fa o ci è? Ce lo chiediamo spesso quando abbiamo di fronte qualcuno che si espone pubblicamente, ma con Rocco Papaleo non ci sono dubbi. E per i più sospettosi, l’ennesima dimostrazione ce l’ha data quando ci siamo accordati per farci raccontare del suo nuovo film, Scordato (nelle sale dal 13 aprile), il quarto da regista. «Sono in lavanderia», esordisce al telefono, «per cui mi fai compagnia mentre aspetto il bucato». Non poteva esserci situazione migliore per parlare di questa pellicola che racconta di Orlando, un tranquillo accordatore di pianoforti che nasconde “una contrattura emotiva” a causa della quale si innescheranno una serie di vicende difficilmente prevedibili e che porteranno il protagonista a incontrare una fisioterapista (la cantante Giorgia, alla sua prima volta da attrice) che lo spingerà a compiere un viaggio a ritroso attraverso il suo passato e a tutti i motivi che lo hanno portato alla “scordatura” che lo affligge.

Ma come spesso accade con Papaleo, dietro al sorriso agrodolce si nasconde molto altro. L’attaccamento alla sua terrà, verso la quale – a differenza di Basilicata coast to coast – esprime stavolta una «velata polemica». Gli ideali della sua giovinezza, ormai quasi completamente scomparsi, tanto che rendono questo film «leggermente più arrabbiato» rispetto ai precedenti. Oltre allo scorrere del tempo che, inesorabile, ci porta a una maggiore disillusione: «I 60 anni mi hanno fatto perdere fiducia nel cambiamento». Nonostante questo, riesce sempre a mantenere una sua personalissima poetica, che poi è anche un tratto distintivo del suo carattere: «Mi sento in equilibrio tra il mestierante e lo squinternato».

Da Basilicata coast to coast, passando per Una piccola impresa meridionale e Onda su onda e fino, oggi, a Scordato, sembri mantenere costante una tua personale poetica. Ne sei consapevole?
Mi piacerebbe avere una risposta, ma non sono sicuro di conoscere esattamente il meccanismo che mi guida. Piuttosto, credo di essere una via di mezzo tra un naïf e un professionista, dopo tanti anni di militanza in questo mondo. Non sono mai diventato completamente tecnico e nemmeno l’ho ignorata, la tecnica. Quindi credo di rimanere in equilibrio tra il mestierante e lo squinternato.

Come Orlando, il protagonista del film, c’è mai stato un momento in cui anche Rocco Papaleo si è sentito “scordato”?
Sarebbe più indicato chiedermi se c’è stato qualche momento in cui non mi sono sentito “scordato”. Mi sento sempre piuttosto “scordato” con il contesto. Anche se sono integrato nel lavoro e nelle relazioni, la scordatura è una mia condizione. Spinto da te a un’autoanalisi, posso arrivare a dire che forse dipende dal fatto che sono molto miope. Correggo la miopia con occhiali e lenti a contatto, ma rimane questa sfocatura, una sorta di velo davanti davanti agli occhi che mi fa sempre essere un po’ distaccato.

Rocco Papaleo con Giorgia, al suo debutto da attrice, in una scena del film. Foto: Vision Distribution

Con Giorgia ci hai visto giusto: alla sua prima da attrice non sfigura affatto.
Lei è un mio vecchio pallino, sono innamorato di Giorgia platonicamente da trent’anni. L’ho sempre seguita, ci conoscevamo anche se non ci siamo mai davvero frequentati. In lei percepivo una simpatia reciproca e la ammiravo nelle divagazioni esterne alla musica, come quando parla al pubblico o fa le interviste, per delle sue particolari componenti di comunicativa e di musicalità.

È stata una scommessa reciproca?
Lei aveva avuto proposte dal cinema in passato che aveva rifiutato, quindi ci siamo ripromessi che, dopo un periodo di prova, potevamo tirarci indietro reciprocamente. Da lì in poi ci siamo visti tante volte e alla fine è andata bene. A me sarebbe bastata anche una sua semplice spontaneità, visto che il personaggio le corrisponde, invece ha avuto la carineria di stupirmi e ha proprio recitato andando oltre alle mie aspettative e mettendo in mostra una capacità attoriale. Perché “attriciale” ancora non si può dire, vero?

Non ancora, ma ci arriveremo. Altra protagonista “occulta” che spesso è presente nelle tue opere è la Basilicata, la terra che ti ha dato i natali. In questo caso, però, c’è anche una forma di denuncia latente…
È vero, infatti trovo che sia un film velatamente polemico. C’è la questione dei trasporti, quella della cultura, quella degli ideali. È un film affettuoso e polemico, questa era la mia intenzione. Così come ho inserito la storica rivalità tra Potenza e Matera. Non è Basilicata coast to coast, che era invece un omaggio musicale alla mia terra. Questo è un film leggermente più arrabbiato.

Arrabbiato ma sempre innamorato delle proprie origini. Ci ho trovato dei rimandi anche al poeta Franco Arminio, visto che anche lui si batte per quei territori che rischiano di scomparire.
Io e Franco Arminio siamo grandi amici. Organizza il festival “La luna e i calanchi” ad Aliano, e più di una volta le serate sono finite a esibirci insieme. Per cui se ci hai letto Arminio nella mia proposta è un’altra intuizione giusta, visto che siamo molto legati.

Un altro tema sotteso in tutta la pellicola è lo scorrere del tempo. A un certo punto al protagonista dicono questa frase: “C’è chi dice che 60 anni è un’età di merda. Altri che è l’età migliore”. Rocco Papaleo per quale interpretazione propende?
È un’età in cui non si può generalizzare, perché dipende come ci arrivi a livello di salute. È un’età di maturità, di consapevolezza, ma incide moltissimo lo stato fisico. Io ci sono arrivato più o meno bene, a parte che ne ho 65 e quindi sono verso il crollo, però diciamo che sono “scordato” ma anche felice nel mio metro quadrato. Devo ammettere che oggi il contesto agisce molto più prepotentemente sul mio umore, rispetto a quando ero più giovane. Ora somatizzo di più le questioni sociali e politiche o gli equilibri mondiali. E mi deprimono più di prima, quando forse avevo più fiducia in un possibile cambiamento. Per sintetizzare, la consapevolezza dei 60 anni è un po’ una rottura di palle, perché mi ha fatto perdere fiducia nel miglioramento della situazione.

Senza spoilerare troppo, nel film rievochi la figura di Rocco Scotellaro, un simbolo del riscatto del Sud, così come trovano spazio ideali che oggi sembrano ormai un lontano ricordo. C’è un po’ di nostalgia da parte tua per un periodo in cui tutti sapevano in cosa credere?
Altroché se mi manca. Ho cercato proprio di esprimerlo con la nostalgia per quel momento poetico di ribellione. Se poi la ribellione ha fallito è perché è degenerata, ma provo ancora più nostalgia per quello che sarebbe potuto essere e non è stato. Non dico che non ci sia più quella spinta, però mi pare che il potere sia molto più stabile, incancrenito, arroccato, vedi le elezioni… certo lo spirito degli anni ’70 mi manca, anche se è degenerato nella violenza, e quella non paga mai.

In questi mesi certe bandiere sono tornate a sventolare, in particolare dopo il caso di Alfredo Cospito, l’anarchico in carcere in sciopero della fame contro il 41-bis. Che idea ti sei fatto?
Io sono un pacifista. Sono per la rivoluzione bianca. Non credo nella violenza e che possa spostare gli equilibri. Per me è fondamentale la rivoluzione culturale che renda consapevoli le masse, che è molto più efficace di armarle. Nei secoli scorsi forse poteva essere utile, ma oggi credo nella democrazia e nella cultura. La cultura, purtroppo, è merce rara e anche nel film ho provato di dirlo.

Un altro tratto un po’ rétro del protagonista è il suo rapporto con il fumo. Anche in questo ti somiglia?
Purtroppo sono ancora un fumatore di sigarette, ma proprio in questi giorni sto cercando di smettere. Fumo da cinquant’anni, tra poco festeggio le nozze d’oro con il fumo e inizio ad accusare qualche problematica. Diventa limitante, per esempio a teatro e nei live perché il fiato comincia a mancare. Mi salvo con il mestiere, ma se avessi più resistenza sarei più performante. Stamattina ne ho fumata solo una, anche se non è facile. Con il film in uscita, che ha raccolto dei buoni consensi, sono eccitato e quindi più lo sono e più fumo. È un po’ un sale che va sotto le emozioni.

Se dovessi provare a spiegare a un bambino di cosa parla Scordato, cosa gli diresti?
Non è facile, però gli direi che è una favola. Un film un po’ divertente e un po’ triste. Ma di quella tristezza che fa diventare il divertimento più bello. Gli direi questo, e vediamo se ci casca.

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