Renato Zero: «Senza trasgressione non sarei qua»

Per quanto il nuovo "Zerovskji" sia uno spettacolo umanamente impegnato, in ogni suo personaggio si nasconde sempre la stessa ribellione di 40 anni fa. Da oggi al cinema.

Il più grande complimento che si possa fare a Renato Zero è dirgli che non è cambiato di una virgola dagli anni Settanta. Lo stesso ragazzo eccentrico e incazzato che girava per Roma vestito di piume vive ancora dentro lo showman navigato, che a settembre ne spegnerà 68.

Una trasgressione radicata che gli è costata guai ma soprattutto soddisfazioni. Merito di una tenacia che raramente trova casi analoghi nella storia della musica di questo Paese. La stessa determinazione che oggi, 40 anni dopo, gli permette di imbarcarsi in spettacoli sempre più stravaganti e gli concede ovazioni sempre più lunghe dei fedeli sorcini.

L’ennesima dimostrazione dell’effetto Zero si chiama Zerovskji: Solo per Amore, uno show a metà fra live e spettacolo teatrale, registrato durante il tour del 2017, in cui il pianeta Terra si trasforma in una stazione ferroviaria e Renato nel capostazione. Mille figure e situazioni, fra un brano e l’altro del concerto, finiscono così per animare lo show, che arriva al cinema proprio oggi. Ed è interessante come, nella piega quasi religiosa che prendono i personaggi delle sue storie (perlopiù attori che impersonano Amore, Morte, Odio ecc), Renato sia riuscito comunque a nascondere una forma di ribellione.

C’è una cosa che mi ha colpito, a parte la grandiosità dello spettacolo: i pochi telefonini.
Mi fa piacere che tu l’abbia notato. Quello che mi ha emozionato è stato l’assetto che di solito si confà al teatro dell’Opera di Milano, la Scala. Perché vedere un pubblico così attento e colpito mi dimostra che il successo di Zerovsji sta fondamentalmente lì. In quell’atteggiamento così raccolto e silenzioso. Veramente un bel risultato.

Non è scontato di questi tempi che un fan sfegatato si trattenga dal fare foto.
Bisogna avere un pochino l’acume che hai tu. Ho fatto una miriade d’interviste oggi ed è la prima volta che emerge questo dettaglio. È davvero un risultato, posso vantarmi di aver educato il mio pubblico. Ci sono state alcune volte in cui mi sono girato dando le spalle al pubblico, continuando a cantare girato finché non avrebbero tolto il flash ai telefonini. Piano piano hanno capito. “I flash Renato non li vuole”. Con Zerovskji è successo che che le foto non le hanno fatte proprio. Se non è un trionfo questo..

Quindi c’è ancora speranza per la Stazione Terra?
Sì, c’è speranza, dai. Anche perché Dio in fondo, avrà mandato un altro figlio, ma alla fine non abbandona mai quest’umanità. Pure se scellerata, la continuerà a sostenere. E poi lui lo dice proprio: “Io sono un uomo mancato”. Tu pensa quanto ha scommesso sull’uomo questo Dio. Lui stesso avrebbe voluto esserlo, infatti ha mandato un figlio sulla Terra con sembianze umane. Può darsi che ne manderà un altro. Speriamo solo che non abbia le sembianze di Trump.

Sono d’accordissimo.
In quel caso la mia fede potrebbe vacillare, ecco. Vergognoso che gli americani, che non so’ du’ gatti, accettino supinamente queste dittature. Un uomo che licenzia un collaboratore al giorno e che sta compromettendo anche i rapporti col mondo. Siamo tornati al Medioevo.

E soprattutto se ne sta fregando del cambiamento climatico.
Eh, tra l’altro.

A proposito, non ho visto una personificazione della natura in Zerovskji. C’è il tempo, la morte, l’amore ma niente natura. Come mai?
Sai, non mi sono spinto sulla natura. Ho messo a fuoco più che altro elementi di grande rilevanza umana come l’odio, l’amore, il futuro, la vita e la morte. Insomma gli elementi che muovono l’Universo e in generale gli uomini. E poi ho voluto soffermarmi su NN, che rappresenta i ragazzi abbandonati dalle stesse famiglie. L’unica cosa che mi preoccupa di tutto ciò è il futuro di questi ragazzi. Noi abbiamo avuto la fortuna di ricevere esempi validi e una tutela familiare per cui alle otto bisognava essere tutti a casa seduti attorno a una tavola. Tutto ciò a vantaggio delle tecnologie, di una TV ruffiana e di questi cellulari che ci hanno rubato l’intelligenza. La natura è tutta immacolata ma fra gli uomini c’è guerra, c’è odio. La natura, detto fra noi, avrà sempre la meglio sugli uomini. Non la si può controllare, guarda solo ai terremoti e gli Tsunami. La natura quando si rompe il cazzo veramente, ti fa vedere i sorci verdi. Altro che presidenti, monarchi. Non si muove foglia che Dio non voglia. Ovvio che il clima dipende anche dall’uomo, ma la natura vive anche senza gli umori umani.

Il Renato Zero di qualche anno fa avrebbe mai ceduto scena e microfono a queste personificazioni? Che alla fine sono degli attori.
Ma l’ho fatto già con Zerofobia. E poi qui da noi se nasci quadro non puoi morire tondo. L’idea che Renato Zero possa scrivere una sceneggiatura e fare da regia di una cosa cinematografica—o addirittura l’attore—è un imprevisto che molti non ti perdonano in questo Paese. Negli Stati Uniti succede tutti i giorni: sono paesi educati anche all’evoluzione degli. Noi invece tendiamo a imprigionarli nel loro pentagramma, nelle loro trame, senza dare loro uno spiraglio di essere qualcosa di diverso. E questo lo trovo abbastanza amaro.

Parliamo delle personificazioni che ha scelto, per esempio il tempo e la morte. Come li si riesce ad accettare con lo scorrere degli anni? Domanda da fratello minore a fratello maggiore, più che da giornalista ad artista.
Loro sono stati ben liberati. Abbiamo dato loro tutto lo spago come nessuno mai. Abbiamo sempre imputato al tempo e alla morte elementi ben determinati. Io questa volta ho fatto l’inverso, ho detto: “Lasciamoli liberi”. Che dicano esattamente quello che pensano di noi umani. Con tutte le cose che facciamo loro subire, cerchiamo di capire come ci sopportano. Questo è il loro riscatto, capito? È la riscossa, come direbbero nei telefilm di Rin Tin Tin. Abbiamo dato a queste entità la possibilità di difendersi e dialogare con gli uomini a parità di condizioni.

Come mai l’amore è rappresentato su una sedia rotelle elettrica?
L’amore purtroppo è vittima di questi abusi umani, è stato strumentalizzato, violato e spesso tradito. Lui che ha fatto tanto bene, improvvisamente si rende conto che il gioco è cambiato. Gli umani ne fanno un uso sbagliato.

Anche verso gli artisti, forse è meglio concedere loro più amore e più libertà. Per tornare al discorso di prima.
Quello però fa parte soprattutto di un discorso di educazione. Se non c’è una mentalità più aperta, è difficile che il pubblico accolga bene la scelta del loro beniamino di dedicarsi a più ambiti. In America, un attore deve prima andare nella palestra di danza e farsi alla sbarra plié, grand plié et relevé. Poi deve andare da un insegnante di canto. Se non fai quello, da quelle parti non vai da nessuna parte. Prendi Lady Gaga, che a me un tempo non scuciva nemmeno un baffo. Un bel giorno, quando l’ho sentita duettare con Tony Bennett, sono rimasto scioccato dalla qualità del suo canto. Uno strumento che, non so, magari all’inizio ha utilizzato in malo modo per accelerare la scalata al successo. Un’interprete eccezionale.

Lei, Maestro, tra l’altro ha provato a dare vita a un progetto dal sapore un po’ americano. Che fine ha fatto poi Fonopoli?
È finito che tutti quelli che concorrevano con me alla riqualificazione di questo quadrante della Magliana si sono sistemati bene, io invece no. Per colpa mia, perché mi sono rifiutato di stringere una partnership con chi voleva fare 27mila metri quadri di commerciale e 5mila di Fonopoli. Se avessi accettato una cosa del genere, mi sarei andato a nascondere. Quindi Fonopoli non l’abbiamo fatto, ma siamo rimasti puliti e limpidi. E io garantisco che prima di lasciare questo meraviglioso palcoscenico che è la Terra, vedrai che riusciremo a realizzare Fonopoli, magari a spese mie. Un’enorme palestra dove non si muovono solo gli artisti ma anche gli operatori del settore: macchinisti, elettricisti, costumisti, direttori della fotografia. Tutte professioni che sono sparite ma di cui c’è sempre bisogno. E oltretutto, questa struttura non sarebbe costata nulla ai giovani che l’avrebbero frequentata, quindi era il migliore trampolino di lancio per nuovi talenti del teatro, della musica, della comunicazione. E anche i politici, ‘sti coglioni, hanno rinunciato alla paternità dell’opera per colpa della superbia. Ora ho sentito che Rutelli farà Fonopoli ma senza chiamarla così. Neanche lui come i suoi predecessori ha smosso una paglia. L’unica nostra colpa è che siamo stati puliti e trasparenti. Quando cammino per strada e un ragazzo di 18 anni mi chiama Maestro mi commuovo. Vuol dire che i miei sacrifici, quello che ho fatto per gli altri, al popolo sono arrivati. Magari ai palazzi dei politici no, ma alla gente sì.

E quando le danno del profeta come si sente?
No, profeta no. Ci abbiamo scherzato, ci facciamo due risate sopra e voltiamo pagina. È un alibi posticcio.

Con gli anni i suoi spettacoli trasgressivi hanno preso una piega più mistica, quasi religiosa. Non trova?
Beh, c’è Il Triangolo che smentisce sia me che te. Vuoi altri titoli? Sbattiamoci, Mi Vendo.

Insomma, lei non è cambiato una virgola dal Renato Zero degli anni Settanta.
Oh, ma è un bel complimento! Me mandi l’IBAN, che te faccio un bonifico?

Volentieri! Però non dev’essere stato una passeggiata girare all’epoca tutto vestito di piume.
Se la trasgressione non mi avesse creato problemi, stai tranquillo che non sarei qui. È quello che mi ha incaponito. È lì che sono diventato tignoso. “Ah, nun me volete proprio? Ah, ce l’avete proprio con le mie piume? E adesso ve faccio vedè io!” E lì ho cominciato ad incazzarmi sul serio, in senso ovviamente artistico.

E i suoi genitori invece?
Io ho avuto due genitori amabili, due pigmalioni. Sono stati i primi a credere in me. Ti puoi immaginare quando uno in casa è avvolto da questo abbraccio di solidarietà e di complicità. Meglio di così non mi poteva andare. Mio padre era un poliziotto, mia madre un’infermiera. Non navigavamo di certo nell’oro, né i miei genitori erano tanto borghesi da non accettarmi nella mia stravaganza.

Come vive la sua Roma? Si deve travestire come una volta per fare due passi, per non essere riconosciuto?
Una volta l’ho fatto a un concerto in cui si esibiva Loredana [Berté]. Avevo una parrucca corta, un paio di occhiali che mi coprivano metà della faccia e un vestito normalissimo. Appena sono arrivato in mezzo alla folla, qualcuno si è girato e mi ha detto: “A Renà, ma come te sei conciato?” Da allora non l’ho mai più fatto, ho capito che i sorcini hanno proprio l’olfatto buono. Ed è proprio perché giro tanto per Roma che la posso girare in tranquillità. I romani mi sanno talmente a memoria che mi salutano, mi chiedono come sto, mi augurano buona giornata. C’è molta complicità ed educazione.