Renato De Maria: «Ho raccontato un Franco Battiato libero, ma soprattutto vivo» | Rolling Stone Italia
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Renato De Maria: «Ho raccontato un Franco Battiato libero, ma soprattutto vivo»

Il 2, 3 e 4 febbraio arriva al cinema 'Franco Battiato - Il lungo viaggio', non un "biopic" ma una biografia meravigliosamente sghemba, come solo il regista di 'Paz!' avrebbe potuto darci. Ne abbiamo parlato con lui

Dario Aita Franco Battiato

Dario Aita in 'Franco Battiato - Il lungo viaggio'

Foto: Azzurra Primavera

C’è qualcosa in Franco Battiato. Il lungo viaggio (distribuito nelle sale con un’uscita evento da Nexo (in collaborazione con RTL102.5 e Mymovies) il 2, 3 e 4 febbraio 2026 e prodotto da Rai Fiction e Casta Diva Pictures) che poteva essere raccontato solo da Renato De Maria, dalla sua capacità di stringere tra le mani più e meglio di altri le vite sghembe, straordinarie, spezzate, stupefacenti.

Che sia Paz! in bilico meravigliosamente tra fantasia e realtà, nella testa e nei mondi di un genio, oppure La vita oscena di Aldo Nove, lacerante e implosa, fino appunto al cantautore che ci ha cambiato il modo di pensare, vedere, amare, ballare. E lo senti anche nelle musiche, perché questo regista segue uno spartito nei film sempre sperimentale, alla ricerca di un suono che si assomiglia, pur nelle sue radicali diversità.

Franco Battiato. Il lungo viaggio non è un biopic, anzi lo è. Sa essere filologico e libero, com’era d’altronde chi racconta, sa portarti indietro nel tempo e avanti, nella mente, nel cuore, nelle contraddizioni e nei sorrisi di un genio. E lo deve anche a Dario Aita (Sandrino in Parthenope, Claudio Fava in Prima che la notte), uno di quegli interpreti che al talento sanno unire la devozione per il personaggio e che ogni volta che lo vedi sul set ha imparato qualcosa di nuovo. E lo sa restituire con bravura disarmante.

Renato De Maria

Renato De Maria. Foto cortesia

Manca molto Franco Battiato. Tanto che sono già usciti documentari, dossier, libri. C’era bisogno di un film di finzione?
Era una sfida enorme, quella di raccontare Franco Battiato. Perché ci sono già stati bellissimi documentari, ma ancora di più per quello che rappresenta per la musica e per quanto ha determinato e plasmato il nostro immaginario. Con le sue creazioni ha operato una rivoluzione culturale e artistica, ha mostrato spazi di originalità con profondità e ironia.

Per questo all’inizio non volevo farlo, al di là dell’impegno e del talento, certe cose ti vengono meglio e altre peggio e di fronte a un compito così importante inizialmente non accettavo che potesse esistere questo margine, anche per quello che ha rappresentato per me. Quando me l’hanno proposto – figuriamoci se mi ci mettevo io in questa situazione! – mi sono subito chiesto “perché espormi a un rischio così grande, ho solo da perdere”. Ma subito dopo ho capito che preferivo fare una brutta figura che sopportare il rimpianto di non aver affrontato una vita e una parabola artistica così potenti, piene di svolte e di opportunità di racconto.

Non ha paura della reazione dei suoi adepti?
So che avremo i fan pronti ad abbaiarci contro, ma essendo suoi ammiratori spero che apprezzino l’amore per lui che traspare dall’opera e come abbiamo rappresentato la sua capacità di sconvolgere lo status quo. Di fare questo film lo ha chiesto Francesca Chiappetta, amica storica di Battiato e produttrice dei suoi videoclip degli anni Novanta, che a un certo punto si è messa in testa di voler raccontare la sua storia, pur non avendo lei alcuna esperienza cinematografica. La Rai e la casa di produzione per cui lavora, Casta Diva, hanno subito risposto con entusiasmo, e lei ha pensato a me perché aveva amato molto Paz!. E allora ho capito che si poteva fare: «Se tutto parte da lì, allora ne possiamo parlare», le ho detto.

Una bella intuizione la sua. Ha capito che solo il poeta delle biografie sghembe, delle vite irracontabili poteva entrare dentro il pianeta Battiato.
Non mi dispiace affatto questa definizione, anzi, ti dirò, ne vado orgoglioso. In qualche maniera so che ho, non so, un karma: Paz! l’ho scelto io e lui poi mi ha portato Aldo Nove che ha insistito per fare un film da quel suo libro così personale e ora arriva questo. Certo, la vita poi riesce sempre a sorprenderti, questa volta è bello che a produrlo sia RaiFiction, che mi ha lasciato una libertà totale. Anche grazie alla bellissima e documentatissima sceneggiatura di Monica Rametta, uno degli elementi che mi hanno convinto. Io ci ho aggiunto solo il mio biografismo sghembo, come dici tu!

Nei suoni, nelle armonie, persino nei rumori di questo film riconosco un’eco musicale dei tuoi film precedenti, come se costituissero un unico racconto sonoro.
Ovvio che la parte musicale è stata determinante. Ti basti sapere che tra le condizioni per dire di sì ho messo quella di poter rifare i suoi videoclip. Era qualcosa che volevo a ogni costo, sono un fan di quei capolavori, erano antivideoclip e io li ho replicati in modo quasi ossessivo, non però come imitazione, ma cercando di riportare lui qui e ora. E poi ci sono tante belle coincidenze che riguardano la musica. A partire dal compositore della colonna sonora, Vittorio Cosma dei Deproducers, che già era con me ne La vita oscena. Una coincidenza casuale, come il fatto che io Battiato l’ho conosciuto, a 21 anni. Per tre ore, bellissime.

Franco Battiato Dario Aita

Aita nei panni di Battiato. Foto: Lorenzo Silano

Questa la devi raccontare.
Ad Andrea Pazienza avevano proposto un bel progetto, ma non facile. E così ci siamo trovati a Milano a cercare di metter su una trasmissione che fosse la versione sghemba e underground di Fumetti in Tv, un classico di più di 50 anni fa. Facemmo un pilota e chi lo produsse portò Battiato in studio perché doveva farne la colonna sonora. E quando Francesca mi ha parlato del progetto mi è tornato in mente quell’incontro: lui era famosissimo, noi non eravamo nessuno ma lui fu educatissimo, gentile e con una gran voglia di giocare, di provare cose nuove.

Con te hai voluto come protagonista un talento luminoso e a mio parere sottovalutato rispetto al suo valore. Come lo hai scelto?
Dario Aita, sono d’accordo, è molto sottovalutato rispetto al suo enorme talento. Lui ha esordito con me, era uno dei terroristi che assaltava il carcere di Rovigo ne La prima linea, aveva 22 anni. Quando abbiamo lanciato il casting abbiamo scelto una quindicina di attori che pensavamo potessero andare bene. Abbiamo chiesto loro di fare un selftape e gli abbiamo mandato Prospettiva Nevskj, perché una delle cose a cui la Rai teneva è che il protagonista cantasse davvero.

Non proprio un pezzo facile, una sorta di impietosa selezione naturale. Quando abbiamo visto e sentito quello di Dario, abbiamo capito che lui era il film. Era incredibile, per la prima e forse ultima volta mi è accaduta una sorta di sindrome di Stendhal di fronte a un attore al primo approccio al ruolo.

E non solo ci ha stesi con quel video ma nel provino, come posseduto, come se avesse avuto una chiamata, ha fatto L’ombra della luce a cappella. Non c’è nel film e non hai idea di che cos’è stato. Inoltre nei mesi tra la scelta e il set lui si è preparato meravigliosamente, con un’abnegazione e un’intelligenza straordinarie. E se penso alla sua interpretazione nella scena, per dire, dell’intervista con Luzzatto Fegiz, vedo quello che volevamo entrambi: riproporre nel dettaglio anche certe movenze, certi piccoli particolari, ma non in modo calligrafico. Noi lo volevamo vivo, Franco Battiato.

Come hai fatto a unire quest’appassionata filologia alla grande libertà del film?
Voglio abbracciarti. Fa piacere, cazzo, sapere che si percepisce. Abbiamo cercato l’essenza sua e delle cose e delle persone e delle idee che gli gravitavano attorno. Non ci interessava l’aderenza totale di voce, lineamenti, tic. Non abbiamo voluto prostetici anche per questo, o parrucche. Per dire, quando aveva la criniera afro degli anni Settanta, Dario se l’è fatta ricreare con una permanente!

Se davvero siamo riusciti a unire le due cose è perché ci siamo preparati con un grande rigore: libri, testi, interviste, non abbiamo trascurato nulla, così che anche l’unico personaggio inventato che è una crasi di varie figure, come quello interpretato da Joan Thiele, si attiene a un grande realismo. Che non è pedante o pedissequo, ecco, chiamiamolo, ma un realismo colorato, un realismo dell’immaginario. Che abbiamo riportato anche nell’ambientazione: sono anni Settanta credibili, ma che non interrompano la magia dei suoi deliri artistici. Capisci l’epoca dall’ispirazione e dall’atmosfera, non dalle scritte delle BR sui muri. Abbiamo preferito ricostruire il suo teatro d’avanguardia o lui in giro per Milano con la maschera antigas, di cui non esistono testimonianze video ma solo fotografie, rappresentano perfettamente cos’era lui e cos’erano quegli anni. E così alla fine casa sua nel film è quella che ricordavo di aver abitato io, nella mia giovinezza.

Domanda da un milione di dollari. Dopo averlo “frequentato” per mesi, hai capito cosa rende unico Franco Battiato?
Comprenderlo completamente nella sua multiforme grandezza non è per i comuni mortali. Però ho capito che il suo essere raffinatissimo, elitario ma anche pop e di nuovo capace di andare oltre le frontiere dell’arte conosciuta lo rendevano capace di avere una produzione artistica incredibile. Pensa solo a che sperimentatore della musica elettronica sia stato. Viene considerato mitico e geniale in Germania dove gli album di quel periodo lì, da Fetus fino a Pollution, sono cult assoluti. Conta che il VCS3, il computer avveniristico che lui usava e per cui si era svenato, per cui si tolse letteralmente il pane di bocca – lui fu il terzo ad avere quella macchina (la prima è dell’inventore, la seconda dei Pink Floyd) – ora lo ricostruisce proprio un’azienda tedesca. Quando ha saputo che ci serviva per un biopic su Battiato ci ha regalato la ricostruzione della scocca, perché non potevamo permetterci il sintetizzatore originale.

Quanto ha influito l’immaginario cinematografico di Franco Battiato nel tuo film? Perché non dobbiamo dimenticarci che è stato anche un grande cineasta.
Certo che qui c’è anche il Franco Battiato regista. Noi dovevamo calarci nel suo mondo al 100%, anche se nel film ci fermiamo a La Cura, prima del 1994, ma per raccontarlo mi sono imbevuto di ogni singolo anno della sua produzione artistica. Conta che lui verso la fine dipingeva, sul modello delle icone russe, e noi l’ultimo ritratto che stava facendo prima di morire lo abbiamo messo, lo vedi nel finale. E per le scene familiari, pur mantenendo il mio linguaggio perché scimmiottare il suo sarebbe stato demenziale, è naturale che Perdutoamor ci abbia ispirato.

Hai mai pensato di usare materiale di repertorio?
Non abbiamo mai voluto usare il repertorio, neanche in quel modo furbo e appagante che molti azzardano, sui titoli di coda, per dimostrare di essere stati filologici, per creare un collegamento emotivo e forse un po’ ricattatorio con la realtà. Noi non volevamo rompere la magia e vedere Battiato, quello vero, con tutto il suo carisma anche visivo, avrebbe rotto l’incanto creato da Dario, dal film, dalla nostra visione. Abbiamo preferito evocarlo e citarlo con degli oggetti reali, come le cover originali dei suoi album e per il resto dare al nostro mondo, al nostro Franco Battiato, il massimo della potenza visiva, creare il nostro immaginario.

Dario Aita Franco Battiato

Foto cortesia

Ci sono cose rimaste fuori che vorresti fossero viste?
La prima versione che abbiamo montato durava quaranta minuti in più. Ce ne sono parecchie. Ci sono delle scene che ho tagliato con dolore: una sequenza a Tunisi, un’altra prima della visita militare – un’inquadratura lisergica nella sua stanza vuota, piena di colori acidi, con il suo giubbotto, la moquette verde, il tappeto viola, gli occhiali arancioni, una bomba -, l’ho vista e ho pensato, questa è la firma del film. L’ho tagliata ovviamente, non dovresti mai dire una cosa del genere sul set. E poi il videoclip di Giuni Russo, che a schermo intero era clamoroso, ma abbiamo potuto mostrarlo meno di quanto avremmo voluto.

Avete raccontato anche cose di cui ci sono arrivati solo resoconti o foto sbiadite. Sai che quei pezzi di cinema diverranno memoria storica, vero?
Non lo so, so che è stato meraviglioso. Ti racconto una chicca: di Cuccurrucucù Paloma non esiste il videoclip, anche se tutti sono convinti di sì. E io l’ho ricostruito da una trasmissione spagnola dove si era esibito cantando quella canzone e in cui erano stati utilizzati, dal regista del programma, effetti anni Ottanta molto naif, come il cromaki tipico di quei tempi che triplicava la sua immagine. E poi tra le canzoni, tante le avrei voluto dentro il film. Perché io che pensavo di conoscere tutto di Battiato ma con questo film ho (ri)scoperto dischi, capolavori, canzoni di un livello clamoroso, per genio, ironia, per tutto. E sono tutti viaggi meravigliosi, fatti di accostamenti improvvidi, strane chicche, poesie che uniscono spunti esoterici e racconti del banale, ma mai banali, che creano immagini ed emozioni che tu non sai come e dove le hai vissute, ma le hai vissute. Lui non raccontava mai storie, costruiva esperienze, sentimenti, emozioni.