Rolling Stone Italia

Questo è il film italiano che vorremmo

Terminato lo scatto della copertina del numero speciale in edicola sulla nuova prospettiva e coralità nel cinema e nella serialità italiani, i protagonisti si sono riuniti (fra entrate e uscite di scena) intorno a una manciata di tavoli e qualche drink. Ecco le prime battute della cover story

Foto: Andrea De Sica


Terminato lo scatto della copertina che voleva raccontare – ovviamente forzando la mano – una nuova prospettiva e coralità forse allo stato nascente nel cinema e nella serialità italiani, i sette protagonisti (Valentina Bellè, Linda Caridi, Andrea Carpenzano, Andrea De Sica, Damiano e Fabio D’Innocenzo e Benedetta Porcaroli) si sono riuniti fra entrate e uscite di scena intorno a una manciata di tavoli e qualche drink. Non ci aspettavamo una messa laica in favore del Dio sistemico del Cinema, ma credevamo di incrociare un istante di fermento e magari anche di contenuta celebrazione di un momento che a molti potrebbe addirittura apparire aureo. Non è andata così. Quella che segue è la trascrizione dell’ora e mezza di discussione che si è aperta a partire dai concetti di industria cinematografica, nuove e vecchie regole, star system, denaro, arte, scelta, ricerca, sopravvivenza, autorialità, contaminazione e macchinoni in grado di travolgere tutto. Il risultato è un regalo assoluto, un sorprendente incontro a viso aperto – e da condizioni di partenza anche molto diverse – come non ne esistono più, del tutto privo di complessi e manierismi tattici, nel solco di quei talk anni ’70 alla Match che tanto ci sorprendono per furore intellettuale e inflessibilità dialettica quando capita di sbattercisi contro. La scelta editoriale è stata quella di mantenersi il più fedeli possibili alle argomentazioni così come al linguaggio utilizzato dai protagonisti, limitando gli interventi di editing a quei passaggi in cui la trasposizione dal parlato avrebbe creato qualche piccolo ostacolo di comprensione. Il dibattito sì.


ROLLING STONE: C’è un nuovo sistema che sta cambiando le cose, tra cinema e serie. C’è un’attenzione globale a un cambiamento di volti, di posti diversi in cui accadono le cose. Voi come vivete questo momento?
Benedetta Porcaroli: Penso che ci sia sicuramente un’attenzione diversa, anche rispetto a dei ruoli per una generazione che prima soffriva di più. Me ne rendo conto dai copioni che mi arrivano da leggere, dai provini che faccio, che c’è la voglia di raccontare questa generazione. Certo, è ancora una strada lunga secondo me, un percorso ancora un po’ faticoso, però sempre più spesso mi arrivano delle proposte interessanti, che hanno le donne come figure centrali, e che sempre di più racconta no il passaggio dall’adolescenza all’età adulta. Forse succede teoricamente, poi chiaramente secondo me siamo ancora lontani, però…


RS: Lo spirito voleva essere quello di trovarci qua e capire che cosa accade.
Valentina Bellè: Be’, per esempio quello che credo è che sì, si stanno raccontando storie che vedono sempre più protagoniste le generazioni più giovani. Ma perché? Perché c’è un pubblico nuovo, giovane, che usufruisce delle piattaforme più di tutti, per cui si investe su quella fascia là. Non so quanto ci sia la necessità di indagare quella generazione, quanto piuttosto un’intenzione a raccogliere un bacino d’utenza sempre più importante. Nonostante questo esistono sicuramente operazioni interessanti.


RS: Tu, Benedetta, stai vivendo il passaggio da Baby e la sua platea vastissima, che ti ha dato una popolarità immediata, al cinema d’autore. Dunque è vero che il sistema ora è più contaminato.
Porcaroli: A me piace avere queste possibilità diverse, variare, raccontare una storia che ha a che fare con la mia generazione magari in un pro dotto più di largo consumo come una serie per Netflix e poi fare un film per il cinema, che è un racconto invece più autoriale, più intimo forse. Mi piace oscillare, mi sento di poter appartenere a entrambi questi due mondi, credo che sia un’opportunità che abbiamo noi in più, adesso che ci sono tutte queste piattaforme che comunque ti offrono tantissimi progetti. C’è la possibilità di arrivare in tanti altri Paesi, di entrare nelle case di tanta altra gente, di allargare un po’ i confini rispetto a prima… Sicuramente stiamo andando in una direzione più di apertura. Forse.


RS: Insistiamo. Noi vediamo accadere qualcosa che ricorda quello che c’era negli anni ’60 e ’70, un’ondata di nomi, dalla produzione alla recitazione, che lavorano insieme. Lo chiamiamo star system per capirci, lo possiamo chiamare sistema e basta. È vero che c’è qualcosa che vi collega?
Andrea Carpenzano: Io non ho mai pensato a questo, non mi sono mai soffermato su questi discorsi.


RS: Però non è un caso che su questa cover ci sia tu con i Fratelli D’Innocenzo. Avete fatto insieme il loro primo film (La terra dell’abbastanza, ndr), e oggi siete simbolo di questa cosa che sta avvenendo.
Carpenzano: Vabbè, certo, poi tra cinque anni ci saranno altre persone.


RS: O forse ci sarete ancora voi.
Carpenzano: Chi sopravvive, forse.

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