Pupi Avati: «‘La casa dalle finestre che ridono’ è uno dei film più spaventosi che vedrete». Ancora oggi | Rolling Stone Italia
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Pupi Avati: «‘La casa dalle finestre che ridono’ è uno dei film più spaventosi che vedrete». Ancora oggi

Torna in sala il cult del regista bolognese. Una storia girata «per salvarmi dal baratro» che ha inventato l’horror padano. E che pure adesso non teme la concorrenza dei “colleghi” USA. L’intervista

Pupi Avati: «‘La casa dalle finestre che ridono’ è uno dei film più spaventosi che vedrete». Ancora oggi

Pupi Avati

Foto: Elen Rizzoni

«Ho fatto più di cinquanta film ma mi chiedono sempre di questo. È una cosa che un po’ mi imbarazza e un po’ mi umilia, perché credo di aver fatto anche cose migliori», dice Pupi Avati a Rolling Stone a proposito della Casa dalle finestre che ridono (1976), prima incursione nell’horror del regista bolognese che dal 13 al 15 luglio tornerà nelle sale distribuito da CG Entertainment in collaborazione con Cat People in versione restaurata, in occasione del suo cinquantesimo anniversario.

Avati, oggi ottantasettenne e in piena attività (sta girando la serie Rai Gotico padano assieme alla figlia Mariantonia e a Francesca Neri, Leonardo Maltese, Lodo Guenzi e Alessandro Sperduti), inventò l’horror padano raccontando la «storia di matti» del restauratore Stefano (Lino Capolicchio), chiamato a prendersi cura di un affresco raffigurante San Sebastiano dipinto in un paesino del ferrarese, dove l’uomo farà incontri a dir poco inquietanti. Nel cast, anche la futura scrittrice e sceneggiatrice Francesca Marciano e Gianni Cavina, co-autore della sceneggiatura assieme ai fratelli Avati e a Maurizio Costanzo.

A cosa attribuisce lo status di film di culto che questo film ha raggiunto anche all’estero?
A una serie di coincidenze che era difficile prevedere e che partono già dal titolo: ha un potere evocativo enorme. E poi c’è l’immagine di queste bocche con le finestre dentro. Il mio è un film rispettoso del genere: un horror, tuttavia ambientato in un contesto che non aveva mai accolto questo genere di film. Perché l’horror, soprattutto negli anni Settanta, aveva ambientazioni soprattutto urbane, e mai si era pensato che l’Emilia solare e rassicurante, che il luogo comune legava alle donne di piacere e alle tagliatelle, potesse diventare un luogo di terrore. La paura vissuta dal protagonista durante l’arco del racconto viene vissuta totalmente dallo spettatore. Ci sono ancora persone che ricordano la prima volta che hanno visto il film.

Come mai in quel momento della sua carriera, ancora agli inizi, aveva deciso di girare un horror?
Sono dovuto ricorrere a piccoli film per salvarmi dal baratro nel quale io e mio fratello stavamo precipitando. Venivamo da un processo per il quale eravamo stati condannati per oscenità: Bordella (1976) era stato sequestrato. Nell’ambiente non avevamo più nessun tipo di credibilità. Abbiamo puntato su un film a bassissimo costo. Ci lavoravano dodici persone, ognuna delle quali faceva più cose. Mio fratello faceva lo scenografo e il produttore, e così via. Il film servì a fare quelle poche lire utili a tenere aperto l’ufficio, non aveva altre finalità e altri scopi. Il modo più semplice per girarlo era ambientarlo dalle nostre parti, in luoghi per i quali non occorrevano effetti né trucchi scenografici per creare inquietudine.

Fra gli sceneggiatori del film c’è anche Maurizio Costanzo.
Lui e Gianni Cavina scrissero una serie di film con noi, tra cui lo stesso Bordella. Una collaborazione che aveva come fine soprattutto il cicaleccio, il divertimento e lo stare assieme. Ci trovavamo nell’ufficetto di Maurizio in via Asiago e cazzeggiavamo tutto il giorno. Poi alla fine si decideva come doveva andare avanti la storia, io andavo a casa e scrivevo.

La Casa Dalle Finestre Che Ridono di Pupi Avati 4K - Trailer - Dal 13 luglio nei cinema

Quali erano i film horror usciti in precedenza che le erano piaciuti di più?
Nessuno, nessuno. Nei film horror girati dagli altri registi italiani c’era un deficit di verità per il quale non avvertivo nessuna necessità di emulazione.

Quindi lei non era un appassionato del genere?
Tutt’altro, io ero appassionato del genere gotico. Un gotico letterario, più che cinematografico. Mi piacevano i classici, soprattutto Edgar Allan Poe. Per la sua opera ma anche per la sua vita, per questo essere così strano, così singolare, con una vicenda umana così particolare. Ho fatto di tutto per riuscire a girare un film sulla sua vita, ma non ci sono riuscito.

Nella Casa dalle finestre che ridono, la religione cattolica viene raccontata da un punto di vista decisamente negativo.
In questo film racconto la sacralità. È uno degli elementi che fanno parte del grande mistero nel quale sono cresciuto fin da bambino, quello delle favole contadine. C’erano preti misteriosi che ci raccontavano un altrove così verosimile che noi ci credevamo davvero. Erano storie inventate solo per farci spaventare, era il loro modo di educare. Poi, diventando grande, la ragionevolezza ha fatto sì che l’altrove non fosse più qualcosa a cui fare riferimento, in nessun momento della vita, soprattutto dopo la morte. La mia è stata una formazione profondamente cattolica, dalla quale sono ancora intriso.

È cattolico solo di formazione o lei crede in Dio?
Vorrei crederci di più. Vorrei che ci fosse veramente un altrove dove poter ritrovare le cose che abbiamo perduto nella nostra vita. E soprattutto lo vorrei per le persone che hanno vissuto vite intrise di ingiustizia: meriterebbero veramente che ci fosse un Dio che le ripagasse di tutte le cose negative che hanno vissuto.

Che invito manderebbe a chi non ha ancora visto il suo film?
Userei questo slogan: La casa dalle finestre che ridono è il film che vi spaventerà. Credo che il suo valore stia soprattutto in questo. Non lo metterei nella categoria dei 100 migliori film realizzati nella storia del cinema, però sicuramente fra i 10 film più spaventosi, italiani ed esteri.

E al primo posto dei più spaventosi che film metterebbe?
Direi Il vampiro (1932) di Carl Theodor Dreyer ma anche I diabolici (1955) di Henri-Georges Clouzot, un film che mi colpì moltissimo.

Ha detto che La casa dalle finestre che ridono è stato girato per motivi economici. E il suo film più bello invece, quello di cui è più contento?
Storia di ragazzi e di ragazze (1989). È il film in cui ho dato il meglio di me stesso e vorrei essere ricordato per quel film.