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‘Pillion’, la rom-com sadomaso che non sapevate di desiderare

Harry Lighton ci racconta il suo sorprendente esordio alla regia, che riscrive a suo modo il romance queer. Grazie anche a due attori straordinari: Harry Melling e Alexander Skarsgård

Foto: I Wonder Pictures

È stato un caso a Cannes, come di solito accade quando c’è un film che esce dagli schemi piuttosto ipocriti di un grande festival di cinema che necessita solitamente di scandali più convenzionali, o quantomeno più torbidi e con le giuste star. Pillion – Amore senza freni (azzeccato il titolo italiano di I Wonder Pictures, che distribuisce dal 12 gennaio) ha due bravi attori protagonisti, Alexander Skarsgård e Harry Melling, e se il primo ha bisogno di poche presentazioni (True Blood a Succession in Tv, The Legend of Tarzan e The Northman, e tanto altro), il secondo è un attore che si è davvero costruito una carriera, dopo essere stato l’insopportabile cugino Dudley di Harry Potter. Una volta cresciuto, lo si è scoperto interprete raffinato e duttile.

Insieme, nel film d’esordio di Harry Lighton, fanno sesso sadomaso assai credibile, con tanto di intimo in pelle, bondage, accessori di vario genere, umiliazioni, sottomissione e quant’altro. Tutto con grande amore. Già, perché Pillion questo è, una commedia romantica, solo un po’ diversa dalle altre. La storia di Colin (Melling), giovane omosessuale un po’ represso che incontra il più anziano, ma affascinante – anzi, proprio bono, diciamolo – Ray (Skarsgård), che lo fulmina con lo sguardo e, al primo incontro, con qualcosa di molto più concreto, è solo un punto di vista diversa sulla cosa più bella del mondo: l’amore tra due persone.

Perfetto contraltare delle “Colline Pruriginose” in arrivo anche loro per San Valentino, Pillion è un film intelligente, divertente e anche struggente, come sa e deve essere un buon mélo. Tutte cose di cui ho parlato con il regista Harry Lighton, quando il film è stato presentato al BFI London Film Festival.

Harry, raccontami com’è nata questa avventura, per fortuna di successo e per molti anche controversa. Ma perché no? È anche meglio.
È nata da un fallimento, nel senso che volevo realizzare un film sul sumo, ambientato in Giappone, ma poi è scoppiata la pandemia e la produzione è diventata impossibile. Quando il progetto è fallito, mi sono sentito molto triste. Un dirigente della BBC Morgan, per tirarmi un po’ su e trovare magari una nuova storia su cui lavorare, mi mandò un po’ di libri, e tra questi c’era Box Hill di Adam Mars-Jones, che mi piacque tantissimo. E così è iniziato il viaggio, ho parlato con Adam che mi ha detto: “Puoi farne quello che vuoi”. E così ho fatto, con la sua benedizione. Il romanzo è ambientato negli anni ’70 e la relazione tra Colin e Ray si sviluppa nell’arco di sette anni. Poi Ray muore in un incidente in moto e Colin trascorre i successivi vent’anni in lutto. La relazione sessuale è molto intensa e, in generale, molto più dura. La prima volta che fanno sesso è chiaramente uno stupro. E ci sono poche occasioni in cui i ruoli si invertono. Colin non disobbedisce mai a Ray, solo una volta, ma è un piccolo atto, mentre nel film ne commette di continuo. Mi interessava di più esplorare il punto in cui non si è più in grado di vivere in un ruolo. E così ho ampliato quella parte della storia.

Ma cosa ti ha affascinato della storia di questi due uomini, così diversi ma uniti nella sessualità e nel modo di concepire una relazione diversa, ma per loro in realtà l’unica possibile?
Quando ho iniziato a scrivere, non ero mai stato realmente innamorato. Avevo l’idea dell’amore dalla società, che doveva farmi provare una certa sensazione ed essere il risultato di un corteggiamento. E mi sembrava sensato. E così mi ha sempre interessato esplorare modelli di relazione alternativi, modi in cui le persone agiscono al di fuori del sistema convenzionale e riescono comunque a vivere un legame affettivo. Questo è l’aspetto onesto della relazione in questo film: nonostante la segretezza, ci sono due persone che sanno qual è la loro posizione. La relazione è, per definizione, asimmetrica, mentre nelle relazioni convenzionali le disuguaglianze sono spesso nascoste. Volevo esplorare questa contraddizione, perché, la maggior parte delle relazioni è sbilanciata. Quindi è più facile rappresentarla come sbilanciata piuttosto che come equilibrata.

Hai trovato due grandi attori, e non era scontato. Ma credo che Harry e Alexander volessero davvero fare questo film.
Mi sento molto fortunato. Dopo aver finito la sceneggiatura l’ho inviata a diversi direttori di casting, che l’hanno rifiutata perché dicevano: “Adoro questo copione, ma nessuno vorrà farlo”. Servivano attori avventurosi come Harry Melling: lui è stato il primo che ho scritturato, e grazie a lui altri hanno iniziato a interessarsi al copione. Senza Harry non sarei mai arrivato ad Alexander, da cui ero ossessionato a causa di Succession, una performance fantastica. Gli ho mandato la sceneggiatura. Due giorni dopo abbiamo fatto una chiamata su Zoom e ha detto sì.

Le moto non sono solo un oggetto di scena, ma un personaggio.
Prima delle riprese, sono andato in giro su una moto di grande cilindrata, potente, per una settimana, per capire come ci si sentisse. È stata un’esperienza formativa, ho capito la loro sensualità, non solo in termini di vicinanza a un altro corpo. È il suono, la sensazione che trasmette. Avevo i sensi in fiamme, ed ero il passeggero. Volevo cercare di catturare quella sensazione di rinascita. Mi sembrava di imparare cose nuove su me stesso. Quanto a Colin, la sua vita era noiosa prima di Ray. E quindi l’emozione di stare su una bella moto è fondamentale per il fascino che Ray esercita su di lui. È come se lo spostasse da una vita insoddisfacente a una vita appagante.

Qual è la sensazione di un giovane regista che si trova sul set con due attori famosi per il suo primo lungometraggio?
I primi due giorni ero molto nervoso. Ma, molto rapidamente, mi sono detto di non sprecare questa esperienza. E così ho smesso di trattarli come feticci e ho iniziato a trattarli come attori, e così è stato divertente. Pensavo avrei odiato le riprese per la pressione che avevo adesso, invece ho sinceramente amato il processo grazie a loro, che sono curiosi e giocosi. Ed è così che mi piace lavorare: arrivare sul set con una scena da girare, e poi giocare e provare cose diverse. Ed entrambi erano sempre d’accordo, avevano molte idee ed erano adorabili.

Quanto è stato intimamente difficile per loro?
È stato impegnativo, hanno dovuto lavorare molto su ogni scena. Ma la sceneggiatura era molto dettagliata. Se pensi alla prima scena, il pompino nel vicolo, nel romanzo era una descrizione di una pagina e mezza. Quindi la stessa durata, in termini di tempo, della scena che abbiamo girato e montato. Soprattutto, nessuno aveva idee sbagliate su come sarebbe stato e cosa avrebbe dovuto significare il sesso in questo film.

La famiglia di Colin è fantastica, lo comprende e lo supporta: non una cosa normale quando si tratta un tema come l’omosessualità, in questo caso unita al sadomaso.
Anche questa è una delle cose che ho cambiato rispetto al romanzo, essendo ambientato negli anni ’70. Colin non dice mai a suo padre che è gay fino alla sua morte. E quando lo dice alla madre, lei commenta “Va bene”, e poi non ne parla mai più. Sono i classici genitori della vecchia scuola che nascondono la sessualità del figlio sotto il tappeto. Ho pensato che fosse molto più interessante e innovativo avere dei genitori incredibilmente incoraggianti, che lo costringessero ad andare agli appuntamenti e a fare cose da gay, per poi arrivare a un punto in cui rifiutano la sua sessualità specifica quando questa non corrisponde alla loro definizione di relazione ideale.

Altro personaggio fisico è l’appartamento di Ray.
Anche in questo caso ho pensato alla famiglia di Colin. La loro casa è piena di ricordi e oggetti che raccontano la loro storia. Foto alle pareti, soprammobili e colori, un rosso ruggine e un verde meno sbiadito. Volevo che trasmettesse una vaga sensazione di stantio, come un Natale leggermente scaduto, ma in una casa accogliente e calda. Quella di Ray invece è spoglia, senza oggetti che lo raccontino, molto impersonale. Ho modificato le forme all’interno per renderle ancora più lineari e dure all’interno di un ambiente funzionale. Come lui. E la sua idea di amore.

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