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Pierluigi Pardo, l’entertainment è bello perché è vario

Telecronista e conduttore sportivo, non disdegna le incursioni radiofoniche (dove però parla di cibo), scrive libri e ora presenta pure un game show su Rai 2, 'Ti sembra normale?'. Qual era il suo piano B? Fare la rockstar

Foto: Ufficio stampa Rai


«Guarda che io sono un uomo pigro. Lo so, può sembrare una cazzata ma…».
Ma lo è, caro il mio Pierluigi Pardo.

Lui ride e insiste, scomodando addirittura la sua vita precedente: «Quando facevo il marketing e dovevo sempre alzarmi alle otto del mattino… il lavoro mi piaceva, ma la vita così scadenzata non faceva per me». E così ha scelto – passateci l’espressione – il caos creativo. Pardo è infatti un turbine travolgente di simpatia, idee, progetti: telecronista, ma anche conduttore sportivo, non disdegna le incursioni radiofoniche su Radio24 (ma per parlare di cibo, con lo chef Davide Oldani), scrive libri (romanzi compresi) e dal 15 ottobre si cimenta ogni sabato pomeriggio con il mondo dell’intrattenimento conducendo su Rai 2 il game Ti sembra normale?, realizzato dalla Direzione intrattenimento Day Time in collaborazione con Stand By Me.

Pigro, certo. Come no.
Ho capito: iniziamo l’intervista con il momento psicoanalitico. Comunque, davvero, non mi sembra di fare così tante cose insieme. Voglio dire, c’è gente che fa ore o ore di tv tutti i giorni: per esempio, senza arrivare a Mentana, prendi Barbara d’Urso. Lei è una vera maratoneta, mica io! Al massimo la mia particolarità è che faccio cose molto diverse tra loro.

Diverse e per di più sperimentali: con Mediaset hai esordito alla conduzione sportiva, resuscitando format come Pressing e TikiTaka; la Rai ti ha chiesto di sperimentare il game, mentre Dazn… vabbè, Dazn è una novità di per sé. Praticamente sei la nave scuola delle reti tv…
Ok, continuiamo con la psicanalisi… ci sto, mi piace questa piega! Devo dire che, ogni volta che mi hanno proposto una sfida, l’ho sempre vissuta molto serenamente. La mia passione è il calcio: questa è la mia comfort zone, il terreno più consolidato dove mi muovo con una certa esperienza. Tutto il resto è divertimento e sperimentazione. Per esempio, non vivo Ti sembra normale? con l’ansia da prestazione: mica devo diventare Pippo Baudo! Poi oh, magari succede, non lo so… ma se non accade va bene lo stesso. Discorso analogo per il mio impegno con Radio24: ormai da sette anni conduco Mangia come parli con Oldani. Mi diverte da matti e mica sto lì a pensare se farò poi MasterChef o se diventerò il critico gastronomico dell’Espresso.

Sai però cosa mi stupisce?
Vai, spara.

Non tanto che le reti scommettano su di te: è giusto che lo facciano. Ma che tu accetti immancabilmente…
Guarda che ho rifiutato una marea di cose!

Tipo?
Un sacco di talent show dove si ballava e cantava. Stavolta però la Rai mi ha proposto, con grande entusiasmo, Ti sembra normale?, ammettendo anche con un certo candore che si trattava di un esperimento. Mi sembrava divertente, poi quando hanno aggiunto “Si registra a Napoli” ho accettato al volo. È una città che adoro. Infine – e qui torniamo alla psicanalisi – mi piace l’imprevedibilità della vita: stare sull’onda di quello che succede. L’unexpected mi entusiasma. È un concetto che applico anche sul lavoro: a TikiTaka prima e a SuperTele adesso, la scaletta è praticamente un canovaccio di massima. Non dico che è il modo di lavorare più figo del mondo, ma è il mio: io so condurre così.

Foto: Ufficio stampa Rai

Tempo fa hai dichiarato: “Della fama non me ne frega nulla”. È ancora così?
Sì, sì. Poi, certo, a tutti fa piacere essere amati. Ma, ripeto, il senso della mia vita non è fare il 30% in prima serata… Io sogno di stare bene, di occuparmi delle cose che mi piacciono, di fare delle grandi cene e delle belle partite a padel: sì, pure io gioco a padel, lo fanno tutti.

Vuoi dire che non ti gasa nemmeno l’idea che la voce del videogame FIFA22 sia tua?
Ah, be’, no! Quella è una figata, lo ammetto: mi rende molto orgoglioso sapere che milioni di ragazzini giocano online a calcio con la mia voce sotto.

Anche se fai mille cose, la tua passione per definizione resta la telecronaca. Perché? Cos’ha di tanto speciale?
Commentare le partite è, in tutto e per tutto, una prestazione artistica: sei di fatto co-protagonista dell’evento. È così per qualsiasi telecronista, chi lo nega dice una bugia. L’adrenalina di questo lavoro sta nel fatto che tu sei lì, non devi sbagliare i nomi dei giocatori, devi dire le cose bene creando la giusta enfasi. Quando racconti un match entri di fatto in simbiosi con quello che accade in campo: è il massimo, soprattutto se non puoi fare né il calciatore né l’arbitro né il guardalinee.

Ma allora è un ripiego?
No, no. Anche perché, da ragazzo, manco giocavo a calcio.

Come no?
Facevo basket.

Ho capito: a pallone eri una pippa.
Su questo non c’è dubbio. Ma è altrettanto vero che mi piaceva molto di più il basket.

Quindi non sognavi di diventare un calciatore bensì un telecronista?
Esatto. È un desiderio ancestrale, che ho sempre avuto dentro. Già a quattro anni, quando giocavo a palla in casa, facevo la telecronaca. Poi la mia è stata pure un’infanzia strana, quasi mi imbarazza parlarne.

Invece voglio i dettagli.
A quattro anni guardavo già i Mondiali di calcio in Argentina. A cinque leggevo Guerin Sportivo. Capisci? Diciamo che ero abbastanza precoce. Sta di fatto che fare il telecronista è sempre stato il mio obiettivo di vita. Solo a un certo punto ho pensato di poter fare la rockstar, ma era comunque un piano B. Avrei puntato sulla musica solo se non fossi riuscito a sfondare in tv.

Quando è arrivata la grande occasione?
Nell’estate del 1996. Ero a Londra, in Erasmus, ma seppi che in Italia Tele+ cercava dei commentatori sportivi. Così ho mandato loro una VHS con incisa una mia telecronaca della partita. Dopo 15 giorni mi hanno chiamato e preso: da lì è cominciato tutto. È stato il giorno più bello della mia vita.

Tra poco inizieranno i Mondiali di calcio, senza l’Italia. Io li seguirò vestita a lutto: tu?
È chiaro che l’assenza degli Azzurri è un grande dolore, però personalmente ricordo i Mondiali di quattro anni fa come una delle esperienze più belle e imprevedibili. Anche lì non c’era l’Italia e le dirette erano “tutto colore”: non c’era l’assillo di chi giocherà né la pressione della gara. Si guardavano i match per il semplice divertimento di vederli. Era la gioia del calcio allo stato puro.

Veniamo adesso al Pardo mancata rockstar: su che genere avresti puntato?
Ti dico solo che ho comprato i biglietti per il concerto dei Placebo a Milano, il 27 ottobre. La musica è sempre stata la mia grande passione.

E ora sei in Rai. E tra un po’ inizia Sanremo. Possiamo fare 2+2?
Ma lo sai che non sono mai stato a Sanremo? Mi incuriosisce molto, credo che sia un’esperienza pazzesca stare lì, in sala stampa o al DopoFestival. Al di là della qualità musicale – io ho gusti difficili – mi affascina molto tutto quello che ruota intorno al Festival.

Approfittane: come potresti aiutare Amadeus?
Facile: sperimentando la telecronaca a bordo Ariston.

Toglimi una curiosità. Renzi partecipò a La ruota della fortuna, Salvini a Il pranzo è servito. Non è che ora, quindi, ritroviamo pure te in politica?
Lo escludo categoricamente! La seguo con interesse, però… no. Sarebbe invece bello avere come concorrenti di Ti sembra normale? qualcuno dei nostri politici. Chissà come se la caverebbero: il loro lavoro dovrebbe basarsi sul sapere interpretare i bisogni e le speranze degli italiani.

Siamo arrivati all’ultima domanda. Però ho quasi paura a fartela.
Quale domanda?

Quella sui progetti futuri.
… ma se c’ho un bimbo di quattro mesi! Tranquilla, ormai il mio progetto futuro è la pensione. Lo so, non mi credi.

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