Sarebbe stato facile per Greg Daniels, che ha adattato The Office per il pubblico americano con un successo clamoroso, resuscitare la serie amatissima richiamando un cast di volti noti o riportando le telecamere in stile mockumentary alla Dunder Mifflin di Scranton, in Pennsylvania. Invece, con sorpresa di molti, lui e il co-creatore di The Paper Michael Koman hanno spostato l’attenzione su un giornale di Toledo, Ohio, introducendo un gruppo di attori quasi completamente nuovo e definendo la serie come uno spin-off, non come un sequel.
La prima stagione, composta da 10 episodi e al debutto su Sky e Now il 26 gennaio, è incentrata sul Toledo Truth Teller, un quotidiano un tempo prestigioso oggi di proprietà dello stesso conglomerato editoriale che ha inglobato anche la Dunder Mifflin. L’elemento di continuità è la troupe documentaristica di The Office, alla ricerca del suo prossimo soggetto.
Il Toledo Truth Teller riceve una scossa con l’arrivo di Ned Sampson (Domhnall Gleeson), un ex venditore pieno di energia che assume il ruolo di direttore responsabile. Davanti a sé ha una serie di ostacoli: nessun budget, uno staff esiguo e impreparato e una caporedattrice, Esmeralda Grand (Sabrina Impacciatore), intenzionata a sabotare ogni sua mossa. Nel corso della stagione, però, Ned riesce a convincere questa squadra di disadattati che il vero giornalismo è la strada per il successo — fino ad arrivare a tre candidature ai premi locali di giornalismo. In fondo, la serie parla di come la passione per il proprio lavoro possa essere esattamente ciò che serve per ribaltare le sorti.
«Non è un gruppo di persone che sopravvive a fatica alla giornata lavorativa cercando altrove la felicità», dice Koman a proposito dei paragoni con The Office. «È un mestiere in cui, si spera, trovano qualcosa nel lavoro stesso che dà loro soddisfazione e persino gioia».
La scelta di mettere sotto i riflettori il giornalismo — in particolare quello locale — è particolarmente significativa in un momento storico in cui il quarto potere viene svuotato da forze macroeconomiche e persino attaccato da quelle politiche. The Paper sottolinea quanto il giornalismo locale possa essere essenziale — e a volte persino eroico —, un aspetto voluto consapevolmente dai co-creatori.
«A volte hai un lavoro dal quale non vedi l’ora di scappare per tornare a casa: è solo un impiego, uno stipendio», dice Daniels. «Altre volte, invece, ne fai uno che ti entusiasma davvero. Perché il capo è stimolante o perché lo è il lavoro stesso, e ti ritrovi a restare fino a tardi, carico di energia. È raro. È meraviglioso quando succede. E ho l’impressione che nel giornalismo succeda, perché è una sorta di vocazione».
Qui Daniels e Koman spiegano perché hanno ambientato The Paper nel mondo dei media, in cosa differisce da The Office e come hanno convinto Oscar Nunez a tornare nei panni del sarcastico contabile Oscar Martinez.
Avreste potuto ambientare The Paper in qualunque settore. Perché proprio un giornale locale?
Daniels: Il principale elemento di continuità con la vecchia serie è la troupe del documentario. Non è solo uno stile: crediamo davvero che la troupe sia nella stanza, con le telecamere in mano, e che sia lì per un motivo preciso, esplorando luoghi di lavoro che cambiano. Alla Dunder Mifflin si parlava di comportamenti sul posto di lavoro e di ciò che è appropriato. Era il tema della prima serie. Ora cercano un nuovo argomento. E lo svuotamento del giornalismo locale è un tema molto importante. Esattamente il tipo di situazione che potrebbe entusiasmare una troupe documentaristica. E vedere una persona estremamente ottimista arrivare e provare a rimettere tutto in piedi è una storia bellissima. Parks and Recreation parlava di governo; il giornalismo è un ambito a sé, con una propria etica, una propria storia e i suoi cliché.
Koman: Per me la domanda principale è: credi davvero che una troupe documentaristica si fermerebbe e direbbe: “Aspetta un attimo, questa è una storia abbastanza interessante”? Io sì. Lo stato del giornalismo moderno — e della carta stampata in particolare — è un soggetto naturale per un vero documentario. Chiunque cerchi di prendere un giornale cartaceo e rilanciarlo merita attenzione, sia come soggetto documentaristico sia come racconto.
Daniels: The Office aveva un tono che includeva una certa malinconia e un po’ di nostalgia. Persone comuni che cercano di essere perbene. L’idea che un giornale storico, ormai in declino, e le persone comuni che ci lavorano provino a riportarlo in vita ha qualcosa che colpisce la stessa corda emotiva.

Il cast di ‘The Paper’. Foto: Peacock/Sky
Avete mai lavorato nel giornalismo?
Daniels: Ho lavorato nel giornale della mia università.
Koman: Io nel giornale del liceo.
Vi ricordate i nomi?
Daniels: The Harvard Crimson. Recensivo soprattutto la TV. Scrivevo articoli su A-Team. Ero un sostenitore della prima ora. E anche di Miami Vice. Era quell’epoca lì.
Koman: Il mio giornale del liceo si chiamava The Palette. Non ho idea del perché. Non avevamo nemmeno un logo, il che forse avrebbe aiutato a capirlo.
Daniels: Ho lavorato anche per Voice of America come collaboratore freelance per un’estate: giornalismo radiofonico. Molto interessante.
Che tipo di ricerca avete fatto sul giornalismo locale per creare il Truth Teller?
Daniels: Ci siamo ispirati a diversi giornali. Stavo lavorando a King of the Hill subito prima e, per quello, sono andato a Dallas a fare una sessione con il Dallas Morning News, parlando con molti loro reporter. Abbiamo fatto ricerche sui giornali di Toledo e dell’Ohio.
Koman: Molto è passato dalla lettura. Ci sono stati reporter molto disponibili a parlarci. Ho cercato di imparare il più possibile leggendo piccoli giornali: cercavo una città, poi “giornale”, e iniziavo a seguirlo. Ne seguo ancora parecchi. Capisci quando una testata viene acquisita da un grande gruppo editoriale che ne possiede molti: spesso lo staff viene ridotto e si pubblicano lanci d’agenzia. Altri giornali resistono con una redazione vera, e la differenza nella qualità delle notizie locali si sente. E poi è giornalismo: per fortuna, molte persone del settore hanno scritto libri sull’argomento.
Daniels: Ci sono tantissime storie del tipo “quando ero un giovane cronista e gli errori che ho fatto”.
Koman: Raccontano spesso archi simili: l’entusiasmo dei vent’anni, poi arriva la fatica. Ma le storie diventano più grandi, così come i risultati. C’è molta nostalgia in chi entra dal basso nel giornalismo e si ricorda il divertimento di farsi
strada.
L’aspetto della redazione è basato su un ufficio reale?
Daniels: La nostra scenografa, Susie Mancini, ha fatto una ricerca enorme. Molto dipende da ciò che la gente si aspetta. Per esempio, le colonne e la disposizione delle scrivanie: se ricordate Tutti gli uomini del Presidente, quella sensazione di una stanza lunghissima. Il nostro set in realtà è enorme. L’edificio del Truth Teller è un palazzo degli anni Venti, di nove piani, in centro città. Ora il giornale occupa metà del nono piano; l’altra metà è un ufficio che vende carta igienica. Piano dopo piano, sono stati costretti a rinunciare agli spazi mentre venivano tagliavati i fondi. Abbiamo girato un documentario nel documentario ambientato nel 1971, quando il giornale era al suo apice: è un altro elemento toccante. Ora sono ridotti a mezzo piano nel loro edificio originale.
Koman: All’inizio l’idea era partire da immagini di redazioni degli anni Sessanta e poi immaginare che quello spazio fosse stato suddiviso, fino a ospitare due o tre attività diverse. Cosa succede quando riduci sempre più lo spazio di un giornale?
Lavorare alla serie ha cambiato il vostro rapporto con il giornalismo locale?
Daniels: Non siamo esperti del business del giornalismo. Quello che vogliamo fare è ricordare alle persone un passato glorioso e il contributo prezioso dei giornali, e far sentire che è qualcosa che vale la pena difendere. Che la lotta di questi underdog sia qualcosa a cui ci si può legare emotivamente. Ned è molto romantico rispetto al giornalismo, molto ottimista, ed è convinto che il reportage originale sia la risposta per le notizie locali. Che non abbia senso limitarsi a ripubblicare storie che trovi ovunque online. Io ci credo. Credo che le comunità abbiano bisogno di notizie locali che le raccontino. Non so se sia un buon modello economico. Non sono certo che basti raddoppiare gli sforzi sul locale perché tutto funzioni. Ma è un buon obiettivo per lui.
È molto autentico il modo in cui Ned crede nelle notizie locali.
Daniels: Sì. Speriamo che accenda una scintilla. E quella scintilla sia contagiosa.

Domhnall Gleeson in ‘The Paper’. Foto: AARON EPSTEIN/PEACOCK/Sky
Nel creare i personaggi, avete mai pensato di richiamare quelli di The Office?
Daniels: Volevamo al 100% personaggi nuovi. The Office aveva 16 character fissi, e lo stile è molto di osservazione. Non volevamo creare figure strambe che non esistono, ma basarci su persone che potresti davvero incontrare.
Koman: Ho cercato di non pensarci affatto. Durante le discussioni facevo finta che non fosse collegato a un’altra serie. Se qualcosa sembrava scivolare troppo in quel mondo, cercavamo di tornare indietro. Capisco che il pubblico cerchi paragoni, ma non c’era alcuna intenzione se non creare qualcosa di autonomo, con personaggi nuovi per noi. È un luogo di lavoro: i tipi umani sono quelli, ma l’obiettivo era l’originalità.
Daniels: Con The Office ero molto attento a rendere i personaggi tridimensionali, cosa che richiede tempo. All’inizio conosci un tratto principale, poi scopri che Dwight è autoritario ma ama gli anime ed è un contadino. Non puoi mettere tutto subito. Col tempo ti rendi conto che sono interessanti perché hanno molti strati. All’inizio di una nuova serie, il pubblico non vede ancora tutta quella tridimensionalità e si aggrappa a un dettaglio: “È alto e magro, quindi è Jim Halpert”. Ma le persone sono complesse. Se continui a guardare la serie, scopri che sono tutti diversi.
Koman: Per noi il vero crossover era la troupe del documentario. Lo stile è familiare: è quello che passa davvero da una serie all’altra. A parte, ovviamente, Oscar.
Quando avete capito che Oscar sarebbe tornato?
Daniels: Ne parlai con lui anni fa. La prima idea risale al 2017. The Office andava fortissimo su Netflix. Credo che tra il 2016 e il 2020 fosse la serie più vista. C’era molta pressione per uno spin-off, ma io stavo lavorando a Upload per Amazon. Non volevo che cercassero qualcun altro, così piantai la bandierina: “Parlerà di giornalismo, e Oscar sarà il personaggio”. Molti personaggi di The Office avevano chiuso il loro arco nel finale. Oscar no: lavorava ancora alla Dunder Mifflin ed era rimasto sostanzialmente lo stesso.
Pubblicherete il gioco che crea per il Truth Teller?
Koman: Non sappiamo nemmeno bene le regole. Ma sì, sarebbe un bel traguardo. Dovremmo provare a buttarle giù.
Vi siete sentiti sotto pressione per inserire più collegamenti con The Office?
Daniels: Ci rispettereste se usassimo i vecchi personaggi come stampelle, facendoli apparire a caso? Non credo. Abbiamo fatto qualche riferimento quando era giusto farlo, e i fan per ora hanno reagito bene.
Koman: Era fondamentale avere qualcosa di nostro. Se vuoi essere orgoglioso del tuo lavoro e raccontare una storia che conti, non puoi essere ossessionato dai trucchetti. Devi creare qualcosa che valga per quello che è.

Alex Edelman, Domhnall Gleeson e Duane R. Shepard in ‘The Paper’. Foto: AARON EPSTEIN/PEACOCK
Quante stagioni di The Paper avete pianificato?
Daniels: [Abbiamo iniziato a lavorare alla serie] partendo dalla mia esperienza con Parks and Recreation, che aveva già un ordine per un’intera stagione, a differenza di The Office, dove avevamo soltanto l’ok per un episodio pilota. In quel caso abbiamo realizzato il pilot e poi, un anno dopo, la prima stagione. Quando conosci davvero il cast impari tantissimo, e questo succede sempre dopo che il pilot è stato scritto. Per questo, nel nostro accordo per The Paper, avevo inserito l’idea di prenderci un mese di pausa dopo le riprese della puntata zero, così da poterla montare, analizzare e capire cosa funzionava e cosa no. Abbiamo concentrato enormemente tutti i nostri sforzi sul rendere il pilot il migliore possibile, e solo dopo ci siamo assestati. Avevamo molte ottime idee, ma sono cambiate parecchio dopo le letture con gli attori, una volta che avevamo iniziato a lavorare con il cast e a comprenderne davvero i punti di forza.
Puoi fare un esempio di un personaggio che è cambiato in base alla performance dell’attore nel pilot?
Daniels: Direi praticamente tutti. Però Domhnall è arrivato con moltissime proposte strane, eccentriche, per il suo personaggio. Almeno per quanto mi riguarda, all’inizio pensavo: “Mmmh, non so se la gente riuscirà a rispettare questo personaggio se è così bizzarro”. Poi però si è rivelato fantastico. Ha una capacità incredibile di trasmettere energia da leader e un carisma molto vincente, nonostante una serie di comportamenti eccentrici e strani che, sulla carta, ti aspetteresti possano indebolirlo come figura di comando.
Koman: È uno di quegli attori che riescono a convincerti che quello che sta facendo è reale. Anche quando poi ti siedi a scrivere dopo averlo visto interpretare il personaggio, è quella versione che ti rimane in testa. Finisci davvero per scrivere Ned con quella voce lì.
Daniels: Anche solo il modo in cui corre lungo un corridoio. Corre apposta in un modo tale da far pensare agli altri personaggi: “Vorrei rispettarlo, ma è davvero molto difficile ammirare quest’uomo”.
Immagino che Sabrina abbia portato moltissimo a Esmeralda.
Daniels: È stata incredibile. Michael e io continuavamo a scriverci messaggi durante il suo provino, perché era su Zoom, ed eravamo davvero sbalorditi. Avevamo proprio la sensazione che lei fosse il personaggio. Porta al ruolo una quantità pazzesca di energia, di comicità fisica e di simpatia.

Sabrina Impacciatore in ‘The Paper’. Foto: Aaron Epstein/PEACOCK/Sky
La prima stagione si chiude con un cliffhanger. Come avete deciso quanto lasciare in sospeso e quanto invece risolvere?
Daniels: È una stagione streaming da dieci episodi e probabilmente ci sarà circa un anno di attesa per la prossima. È un tipo di narrazione che, secondo me, beneficia dei cliffhanger, perché dà al pubblico qualcosa su cui interrogarsi mentre attraversa il lungo inverno in attesa degli episodi successivi. Quindi ci sono stati alcuni istinti legati a questo formato narrativo che probabilmente hanno influenzato l’episodio finale.
Sapevate già, mentre la scrivevate, che tutti gli episodi sarebbero usciti insieme?
Koman: Non ricordo che lo sapessimo mentre stavamo scrivendo quegli episodi. Probabilmente eravamo già in fase di montaggio prima che ci fosse una riflessione concreta su come il pubblico avrebbe visto la serie e su quanto tempo avrebbe dovuto aspettare tra un episodio e l’altro.
Daniels: In realtà c’erano due possibilità. All’inizio pensavamo di uscire con quattro episodi, poi due, due e due, distribuendoli nell’arco di un mese. Parte del ragionamento era che The Office originale usciva più lentamente e c’era il tempo di riflettere e interrogarsi su ciò che accadeva. Ma Peacock ci ha fatto notare che la maggior parte del pubblico ha visto The Office in streaming, non durante la messa in onda originale su NBC. Il numero di persone che l’hanno visto su Netflix e Peacock ha superato di gran lunga quello del pubblico della trasmissione originale.
Koman: Una volta ero molto più purista: mi piaceva il modo in cui funzionava la televisione, mi piaceva sapere che guardavi una serie alle otto di sera del giovedì. Ma oggi mi piace poter guardare tutto nell’arco di una settimana. Non voglio che ci sia un periodo di attesa se non è necessario. Uno dei grandi vantaggi del modo in cui le stagioni televisive andavano in onda una volta era che usciva un episodio a settimana, ma gli sceneggiatori stavano ancora scrivendo mentre la stagione era in corso. Così potevi prendere decisioni mentre la storia si stava sviluppando. Non era tutto scolpito nella pietra. Nel caso di queste serie, invece, che escano una volta a settimana oppure tutte insieme, il lavoro è praticamente già concluso.
Nello spirito del Truth Teller, quali giornali leggete regolarmente?
Daniels: Per me è necessario leggerne molti. Una delle cose che abbiamo imparato — e una delle cose contro cui Ned forse si batte in modo un po’ ingenuo — è che nella storia del giornalismo a un certo punto si è iniziato a mettere in discussione cosa significhi davvero “obiettività”. E quella cosa è stata letteralmente buttata fuori dalla finestra. Non è nemmeno più un obiettivo. Moltissime delle fonti da cui si possono ottenere notizie hanno deciso di muoversi in una direzione precisa. Molti dei giornalisti con cui abbiamo parlato ci hanno detto di sentirsi in qualche modo intrappolati dai loro lettori, vincolati rispetto ai tipi di storie che possono scrivere a causa delle aspettative del pubblico. Quindi è molto interessante osservare come diverse testate raccontino gli stessi eventi, con tentativi più o meno espliciti di compiacere il proprio pubblico. Io, in genere, ne leggo circa cinque diverse.
Koman: Più giornali leggi, più ti rendi conto che, dopo averne letti due, ne vuoi leggere cinque. Perché ogni punto di vista ti fa sentire un po’ più vicino a qualcosa di oggettivo. Suonerà molto sdolcinato, ma direi che il miglior giornale è il tuo giornale locale. Chiunque racconti la tua comunità. Da quando mi sono abbonato al Los Angeles Times sono molto soddisfatto: credo che facciano un ottimo lavoro. E, per qualche motivo, mentre cercavo di seguire quanti più giornali locali possibile, mi sono affezionato al Greeley Tribune, a Greeley, in Colorado. Non sono di lì, ma era quello a cui tornavo sempre. Era come una serie televisiva a parte. Volevo solo scoprire cosa stava succedendo da quelle parti.












