

Foto: Sacha Lecca
Ci sono carriere lunghe e di successo, e poi c’è il ricco repertorio di Jessica Lange.
Dalla sua primissima apparizione sullo schermo in King Kong (1976) alle interpretazioni indimenticabili in film come All That Jazz – Lo spettacolo continua (1979), Tootsie (1982), Cape Fear (1991), Blue Sky (1994) e Big Fish – Le storie di una vita incredibile (2003), Lange è diventata uno dei grandi tesori del cinema americano. Sia sullo schermo che sul palcoscenico, la padronanza e la gamma emotiva di Lange l’hanno resa una delle attrici più richieste dagli autori e le hanno fatto vincere due premi Oscar e un Tony.
Quando nel 2011 ha accettato un ruolo nella serie antologica di Ryan Murphy American Horror Story, Lange non sapeva molto del creatore di Glee, noto per la sua propensione a superare i confini. «Mi ha convinta immediatamente che sarebbe stata una buona idea», racconta Lange a Rolling Stone. «È molto bravo in questo». Lange ha interpretato un ruolo da protagonista nelle quattro stagioni della serie, aggiudicandosi due Emmy e conquistando un’intera nuova generazione di fan.
Quest’anno, il potere di persuasione di Murphy l’ha conquistata ancora una volta. Per la tredicesima stagione di American Horror Story, appena conclusa, Lange è tornata a interpretare tutti e quattro i suoi personaggi iconici – Constance Langdon di Murder House, Sister Jude di Asylum, Fiona Goode di Coven ed Elsa Mars di Freak Show – al fianco dei membri del cast di AHS (e collaboratori abituali di Murphy) Sarah Paulson, Evan Peters, Emma Roberts, Angela Bassett, Kathy Bates e Billie Lourd.
In vista del finale di stagione, Jessica Lange ha fatto tappa allo Studio di Rolling Stone per parlare del suo ritorno nell’universo di Murphy, dei suoi esordi nel mondo dello spettacolo e del motivo per cui potrebbe dire addio a Hollywood.

Foto: Disney+
Ryan Murphy ha definito la tredicesima stagione di American Horror Story una sorta di Avengers. Com’è stato tornare a interpretare questi ruoli dopo così tanti anni?
È stato assolutamente fantastico. Il motivo per cui ho accettato di partecipare a questa stagione è stata proprio l’idea di rivisitare e riprendere questi quattro ruoli, perché quando li abbiamo interpretati la prima volta, era tutto totalmente nuovo, folle e sfrenato. C’era così tanto da fare in ogni singolo episodio che è stata un’avventura meravigliosa. Lavorare con quella che era a tutti gli effetti una compagnia teatrale – tutti gli attori sono tornati in quasi ogni stagione, e hanno creato un nuovo personaggio in una nuova storia – è stato un modo meraviglioso di lavorare. L’ho adorato. Pensi di aver concluso un personaggio, di aver finito la sua traiettoria. Ma certi personaggi che ho interpretato nel corso della mia carriera sono rimasti con me. Ricordo che dopo aver terminato le riprese di [Frances], il film su [l’attrice degli anni ’30] Frances Farmer, lei è rimasta con me per molto tempo. Era quasi un’ossessione. Non voglio sembrare pazza, ma sentivo la sua presenza. Anche quando ho interpretato Blanche Dubois [in Un tram chiamato Desiderio] per tre volte diverse, mi sembrava di essere ancora aggrappata a qualcosa. Lo stesso con Mary Tyrone [in Lungo viaggio verso la notte]. Non mi lasciava andare.
Quali sono i personaggi che ti piace interpretare di più?
Be’, il mio personaggio preferito è stato l’ultimo che ho interpretato [in American Horror Story], Elsa Mars, proprio per l’ambientazione della storia. È stato creato un ambiente davvero magico e poetico. Quel circo in rovina, lo spettacolo dei fenomeni da baraccone. Il fatto che mi abbiano permesso di cantare è stato molto divertente. Questi personaggi sono un’opportunità straordinaria per esplorare quanto di loro sia ancora presente in me e con quanta facilità riesca a farli riaffiorare. Ascoltavo vecchie scene della serie originale: non le guardavo, mi limitavo ad ascoltare la voce. È la voce che mi ha sempre riportato indietro.
Come ti ha convinta Ryan Murphy a partecipare?
Ho incontrato Ryan e lui mi ha spiegato l’idea per questa stagione. Ho capito subito che era qualcosa che volevo esplorare. Tutti e quattro questi personaggi mi hanno offerto l’opportunità di fare qualcosa di folle, molto barocco e gotico. È divertente lavorare in questo modo. Ho pensato: perché no?

Foto: Sacha Lecca
Che tipo di rapporto hai sviluppato con Ryan nel corso di queste stagioni?
Adoro Ryan. Non ci vediamo spesso, ma quando capita – [come quando] ha diretto il primo episodio di questa stagione – [è] fantastico ritrovarmi di nuovo con lui. Adoro il suo modo di dirigere. È una forza incredibile.
Posso solo immaginare che tornare nella serie ti abbia riportato alla mente una marea di ricordi. C’è stata una stagione particolarmente difficile o intensa da girare?
Mi piace interpretare ruoli fortemente emotivi: più sono intensi, meglio è per me. Rende il processo ancora più interessante. Alcuni dei monologhi che mi sono stati affidati in quelle prime quattro stagioni sono scritti in modo straordinario e rappresentano ottime opportunità per esplorare emozioni estreme, storie, retroscena e ricordi. È sempre stato un percorso ricco.
Puoi descrivere l’atmosfera sul set accanto a tanti colleghi così bravi?
Già prima di American Horror Story conoscevo molto bene Sarah Paulson. Abbiamo recitato insieme in uno spettacolo teatrale. Niente ti avvicina di più che stare insieme sul palco ogni sera. Ho lavorato con Kathy Bates nel corso degli anni in altre occasioni e, ancora una volta, si è rivelata un’attrice semplicemente fenomenale. Stare al suo fianco e vedere ciò che è disposta a fare, il suo coraggio e la sua intelligenza, è stato emozionante. Eravamo davvero come una compagnia. Ogni anno ci veniva assegnato un personaggio diverso, una storia diversa, situazioni diverse, ma potevi sempre contare sul fatto che tutti ce l’avrebbero fatta. È stata un’avventura pazzesca.
Com’è stato recitare al fianco di Stevie Nicks, che è apparsa nella terza stagione?
È una persona davvero adorabile, cordiale e bellissima. E girare una scena in cui lei si siede, suona e canta… mi sono detta: oddio, è fantastico. Può esserci qualcosa di meglio di questo? È stato un incontro magnifico.
American Horror Story è una serie che mischia il drammatico e il folle. Quando lavori sulla risonanza emotiva di una scena, come ti senti quando quella scena viene trasformata in un meme online e all’improvviso deve vivere in un contesto diverso?
Per fortuna non sono sui social media. Quindi, a meno che qualcuno non si prenda la briga di mandarmi un meme su Instagram, non ne vengo a conoscenza. Non li capisco nemmeno, i social media, quindi non sono la persona giusta a cui chiedere.
Facciamo una classifica delle tue battute iconiche di AHS. Te ne darò tre e tu le classificherai: dalla meno preferita alla più amata. La prima, Fiona Goode in Coven: “Oddio, non posso passare l’eternità qui. questo posto puzza di pesce, pipì di gatto e… cos’è questo? Pino nodoso?”. La seconda, sempre Fiona: “Questa congrega non ha bisogno di una nuova Suprema, ha bisogno di un nuovo tappeto”. La terza, Constance Langdon in Murder House: “Non ci sarà nessuna piscina, stupida sgualdrina!”.
Quella che mi piace meno è: “Questa congrega non ha bisogno di una nuova Suprema”. Poi quella della piscina, perché era una battuta che dovevo recitare con Franny [Frances Conroy], quindi è stata una scena fantastica. Al primo posto, direi: “Che posto è questo?”. È lì che lei trascorrerà l’eternità, e girare quella scena con Danny Huston è stato semplicemente favoloso. Non guardo mai i miei lavori, ma ho rivisto quella scena [per] “knotty pine“. Ho pensato: devo trovare la voce giusta. Perciò ho riguardato la scena: lui è così incredibile che l’intera scena ha preso vita.
Torniamo indietro all’inizio della tua carriera. Il tuo primissimo ruolo è stato in King Kong, che è stato un successo commerciale ma un fiasco per la critica. Quali sono i tuoi ricordi più vividi di quell’esperienza?
È il primo film che abbia mai girato, il mio primo provino. Ricordo che un mio caro amico che era anche lui nel film, Chuck Grodin, mi disse: “È una fortuna che questo sia il tuo primo film, perché non sai come vanno le cose”. Mi facevano stare seduta dentro questa mano idraulica che avrebbe potuto rompersi da un momento all’altro. Avrebbe potuto uccidermi. Ma pensavo: be’, loro sanno quello che fanno. Era quel tipo di ingenuità, quell’innocenza che mi spingeva a fare qualsiasi cosa mi chiedessero. Adoravo davvero il regista, John Guillermin. Era un uomo molto complesso: inglese e incredibilmente intelligente.
Come hai iniziato a pensare che la recitazione potesse essere un percorso professionale valido?
Vivevo a Parigi e studiavo mimo. Sono tornata a New York perché pensavo che avrei dovuto trovare qualcosa da fare che avesse un futuro. Forse il mimo non era la scelta giusta. Pensavo: magari studierò recitazione e poi troverò un lavoro in un teatro di provincia. Poi, all’improvviso, qualcuno mi ha contattata. All’epoca stavo anche cercando di lavorare come modella, anche se non avevo mai avuto un ingaggio retribuito. Quando si parla di “modella diventata attrice”, sono solo stronzate. Vivevo al quinto piano senza ascensore nel Village, guadagnando qualche dollaro a serata lavorando come cameriera. Mi hanno offerto un viaggio a Los Angeles per fare un provino per King Kong. Be’, non sono così stupida. Il pensiero è stato: ci vado, perché no? Mi sono trovata lì e il mio aspetto non gli è piaciuto. Per niente. Stavano per rimandarmi a casa. Poi il mio agente di modelle a New York ha detto: “Dai, l’avete fatta venire fin lì. Almeno girate qualche scena con lei”. L’hanno fatto e poi mi hanno offerto la parte. Abbiamo iniziato le riprese nel giro di poche settimane. Non avevo idea di cosa stessi facendo. Non ero mai stata davanti a una cinepresa prima di allora.

Foto: Sacha Lecca
In che modo questa mancanza di esperienza si è manifestata sul set?
È stata un’esperienza davvero strana, che è andata avanti per mesi e mesi. Interrompevamo le riprese perché le attrezzature non funzionavano, per poi ricominciare da capo. Abbiamo finito le riprese a ottobre, forse a novembre, e il film è uscito a dicembre. È stato un anno frenetico e pazzesco, poi il film è uscito e all’improvviso è stato orribile. Quella pubblicità mi è sembrata una vera e propria invasione. Ricordo che stavo tornando a casa in Minnesota per Natale, stavo salendo su un aereo. C’era un tizio che leggeva Time, e sulla copertina, nella grande mano, c’ero io. Ho iniziato a piangere. Ho pensato: oddio, la mia vita è rovinata. All’improvviso ero diventata un personaggio pubblico. Poi le recensioni, ovviamente, mi hanno completamente liquidata come una di quelle solite bionde stupide. Tutte tranne una, ed era quella di Pauline Kael [del New Yorker]. Sono stata liquidata. Non ho più lavorato per tre anni.
In che modo questo inizio ha condizionato i ruoli che hai interpretato in seguito?
Non era certo il modo in cui avevo immaginato di iniziare, in una produzione così spettacolare. Ma ho sempre saputo cosa fosse vero per me, e che avrei potuto tornare a studiare pittura o qualcosa del genere. Avrei potuto fare qualcos’altro. Ma sapevo che [interpretare quel tipo di ruoli] non era il mio destino. Per fortuna, i primi due ruoli che mi sono capitati [dopo King Kong] sono stati Il postino suona sempre due volte e poi, ovviamente, Frances, che ha cambiato tutto per me.
Le profonde amicizie a Hollywood ti hanno aiutato ad acquisire quella mentalità? Mi viene in mente il tuo rapporto con Bob Fosse.
Fosse, che Dio lo benedica. Forse due persone, Pauline Kael e Bob Fosse, hanno visto in quella performance qualcosa che ritenevano valesse la pena. Quando stava scrivendo All That Jazz, Bob ha creato quella parte appositamente per me e ha lottato affinché fossi io a interpretarla. Quel ruolo era simbolico: l’angelo della morte. È stato quello a cambiare le cose per me. Adoro Bob. Eravamo grandi amici. Aveva un talento straordinario. A volte, quando lo trasmettono in Tv, guardo una parte di All That Jazz e mi rendo conto di che fottuto genio fosse.
Nel 1982 sei passata dall’essere la bionda in King Kong a diventare la prima attrice in quasi quarant’anni a ricevere due nomination agli Oscar per due film nello stesso anno: una come miglior attrice per Frances e una come miglior attrice non protagonista per Tootsie, con cui hai vinto la statuetta. Il tuo rapporto con la stampa e l’attenzione mediatica è cambiato a quel punto?
Sì, ma soprattutto il ruolo in Frances significava tantissimo per me. Era diversa dagli altri ruoli: è stata la prima parte che ho sentito davvero di poter interpretare appieno. Non so come descriverlo, ma a volte si crea quasi un’alchimia. È così che mi sono sentita con Frances: è arrivata da me esattamente nel momento giusto della mia vita per interpretarla.
Ti senti così anche riguardo a Lungo viaggio verso la notte?
Innanzitutto, vorrei precisare che è la più grande opera teatrale americana mai scritta. Eugene O’Neill, nella sua introduzione, parla di un’opera sui vecchi dolori, scritta con sangue e lacrime, con grande pietà, comprensione e perdono per tutti e quattro i tormentatissimi Tyrone. Questo mi commuove profondamente. Ma l’opera stessa è davvero straordinaria. È un’opera sul perdono e nasce da un senso di verità così profondo che non c’è un solo momento di falsità. Tutto è radicato in una sorta di onestà tormentata. Il personaggio di Mary Tyrone non ha fine. Potrei recitare questa parte per i prossimi vent’anni e non arrivare mai, mai, mai alla fine. L’ho interpretata in tre diverse occasioni: la prima volta a Londra nel 2000, poi qui a Broadway nel 2016…
Per cui hai vinto un Tony Award.
Sì. E poi c’è stato il film tratto dall’opera. Abbiamo girato nel 2022 ed è finalmente uscito ora. È stato un percorso lungo e difficile. Sono passati 22 anni da quando l’ho interpretato per la prima volta. Nella vita cambiano così tante cose, ci sono molte più perdite, molto più dolore, molti più rimpianti. E tutto questo continua a influenzare ciò che si trasmette nella recitazione.

Foto: Sacha Lecca
Stai per ricevere il premio alla carriera allo SCAD Savannah Film Festival. Quali sono alcuni dei momenti salienti della tua carriera e quali sono i risultati di cui vai più fiera?
Senza dubbio, il primo è Frances. Quel ruolo mi ha travolta come una locomotiva. Mi sono semplicemente imbarcata in questa avventura e mi sono lasciata trasportare. Ma se ripenso a quei primi dieci anni di carriera, ai registi con cui ho lavorato – Fosse, Bob Rafelson, Costa-Gavras, Tony Richardson, Karel Reisz – mi dico che avuto opportunità straordinarie, lavorando al fianco di grandissimi artisti. E gli attori con cui ho lavorato! Dustin [Hoffman], Kim [Stanley] e Jack [Nicholson]. E non possiamo non includere anche Scorsese. È stato un periodo straordinario. Credo di aver dato per scontato che sarebbe sempre stato così eccitante, che il lavoro sarebbe sempre stato di quel calibro. Ma poi il settore è cambiato. Quando ho iniziato a lavorare, l’operatore preparava l’attrezzatura per la scena e il regista stava proprio accanto alla macchina da presa. Potevi trovarti a un metro e mezzo da lui, o anche più vicino. C’era un meraviglioso scambio di energia, una fiducia reciproca e la [volontà] di fare sempre meglio. Poi, ovviamente, è arrivata la riproduzione video, e ora c’è una distanza enorme. Spesso non si vede nemmeno il regista sul set, cosa che ritengo molto dannosa.
È evidente che sei ancora incredibilmente appassionata al cinema come arte. Quali progetti vorresti ancora affrontare nella tua carriera?
In realtà mi sembra di essere giunta alla fine. Forse non è un brutto modo di concludere, con quell’ultimo film, Lungo viaggio verso la notte, in cui interpreto Mary Tyrone. Ci sono un paio di progetti in cantiere da una vita che potrebbero realizzarsi o meno. Non lo so. Non sembra più facile realizzare qualcosa, almeno non il tipo di film che mi interessa.
In un mondo triste, secondo me, in cui Lungo viaggio verso la notte fosse il tuo ultimo film, come vorresti che la gente ricordasse la tua eredità a Hollywood?
Per alcune belle parti. Per alcuni bei film. Per essere stata un’attrice onesta. Sono stata incredibilmente fortunata. Amo recitare e ho potuto farlo per decenni, il che è stata una gioia per me. A volte è stato difficile conciliare famiglia e carriera, i vari set e il dover trascinare i miei figli qua e là. Ma è stata una grande avventura. Sono davvero grata che mi sia capitata.