Paolo Strippoli: intervista per ‘L’estranea’ | Rolling Stone Italia
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Paolo Strippoli: «Racconto l’orrore per governare il caos»

Arriva in sala ‘L’estranea’, che rappresenterà l’Italia ai prossimi Oscar. L’horror come scelta esistenziale, il set che è una forma di terapia, il sogno di una storia d’amore. L’intervista al regista e una clip esclusiva

Paolo Strippoli: «Racconto l’orrore per governare il caos»

Paolo Strippoli sul set dell’‘Estranea’

Foto: Paolo Ciriello

Se hai 33 anni e hai già fatto A Classic Horror Story (con Roberto De Feo) e poi in solitaria dei cult come Piove, quel piccolo capolavoro che è La valle dei sorrisi e ora L’estranea, che ha già rotto barriere, confini e pronostici, in qualsiasi altro contesto ora saresti lanciato, sostenuto, elogiato. Per molto meno Xavier Dolan è diventato una sorta di semidio, ma questa è un’altra storia. Se ti chiami Paolo Strippoli e sei nato a Corato, invece, qualcuno invece vuole ancora farti sentire un clandestino, perché in questo Paese avere successo dove altri hanno fallito è quasi più grave che essere giovani. E lui è entrambe le cose. Oltre che un cineasta che usa l’horror come cornice, come cifra stilistica, come il tentativo attraverso favole nere di scarnificare le nostre paure e ipocrisie e restituirci alle nostre ferite aperte, ai nostri dolori che ci ostiniamo a combattere, invano.

Un cineasta eccezionale che non ha paura di andare oltre e altrove, di provare a guardare, nei suoi nuclei fondanti, una società in tempesta, spesso letteralmente. Tutto questo con una grazia e un talento rari che, senza che quasi ce ne accorgessimo, lo hanno portato prima in concorso a Venezia e ora a giocarsi le sue carte come candidato italiano all’Oscar per il miglior film internazionale. Perché tra le varie imprese che ha fatto (non dimentichiamo l’acclamazione a Toronto, da dove è tornato da First Runner Up della sezione Midnight Madness, il posto che l’anno scorso era toccato a Curry Barker col “piccolo” Obsession), c’è quella di aver piegato il sistema, che per una volta ha fatto una scelta sensata e coraggiosa e non una di retroguardia, magari tesa, come è accaduto quasi sempre, a sottolineare lo status di maestri o emergenti abbastanza indie da essere innocui che provare ad andare a vincere con le migliori frecce al proprio arco. «Sarà una bella avventura», dice Strippoli, «presto sveleremo chi ha puntato fuori dall’Italia sul film (cioè il distributore internazionale, nda), ma ora la prova è uscire nei cinema italiani. Mi entusiasma». L’estranea, sugli schermi della penisola dall’8 ottobre, è la prima grande sfida di questo ragazzo con le idee chiarissime. A distribuirlo da noi Propaganda Italia e 01 Distribution.

Paolo Strippoli sul set con Jasmine Trinca e Valeria Bruni Tedeschi. Foto: Paolo Ciriello

Avendoti incensato nell’introduzione, ora provo a bacchettarti. Perché senti spesso il bisogno di dire che non sei un regista horror? Ora puoi svelarti, è diventato di moda.
Lo dico perché non lo sono, ma sono un regista che ama molto l’horror e le opportunità straordinarie che questo genere dà, e spero di avere il privilegio di lavorare in questo spazio narrativo e visivo ancora molto a lungo. Però sento anche la necessità di lavorare ad altre storie, ne sto scrivendo alcune che hanno in comune delle cose con ciò che ho fatto fino ad adesso e altre che invece prendono un’altra direzione. Però, vista la tua provocazione, io te ne faccio un’altra: faresti, fareste la stessa domanda ad un regista di commedia? Non siamo medici che hanno bisogno di una specializzazione, non siamo ginecologi che ovviamente non possono curare disturbi alimentari. Noi, come gli scrittori, abbiamo il dovere di mettere il naso fuori, di non avere confini o limiti. Mi viene in mente Stephen King: per quanto possano definirlo il re dell’horror, il corpo della sua immensa – in tutti i sensi – opera ha toccato tantissimi generi e registri. Le categorie e le etichette a chi e a cosa servono? Quando dico che non sono un regista horror dico solo che non farò solo questo, che voglio essere tante cose.

Una cosa del tuo cinema che mi colpisce molto è che se cerco citazioni o derivazioni, sono molto più letterarie che cinematografiche. Di King hai l’ossessione per gli agenti atmosferici.
Mi fa piacere e hai ragione, non avevo pensato a questo punto di convergenza tra noi, ne sono orgoglioso. Nessuno capisce che sono felice di essere parte di questa legacy, spesso viene riportata quella mia dichiarazione come se io mi vergognassi. Niente di più falso, e peraltro sarebbe stupido, ora che l’horror viene apprezzato come mai prima. Comunque la mia vera ossessione – che probabilmente visivamente trova sfogo nella messa in scena di agenti atmosferici estremi – è quella del controllo: probabilmente è questo il motivo per cui faccio il regista, perché è uno dei pochi lavori in cui puoi illuderti di poter dominare tutto. Il film dà a uno come me, terrorizzato dalla perdita del controllo, una serenità temporanea. Lì sul set hai tutti i problemi davanti a te e, per quanti siano, hai l’illusone di poterli gestire, di poter dare una direzione. La vita non è così, e sono profondamente convinto che accettare l’esistenza come viene sia la più grande sfida per tutti noi. Sfida di fronte alla quale quasi tutti siamo inadeguati. O almeno io di sicuro.

Sorprendente. I tuoi film sembrano “maledire” chi fugge il dolore, chi cerca di controllare tutto, persino l’ineluttabile. Quindi girare film è un modo per punirti?
No (ride), ma è vero, hai ragione, il dolore è una parte della nostra vita fondamentale, che non va evitata, ma accolta. Farlo è l’unico modo per vivere completamente, ma il fatto che io pensi che questa lezione sia giusta non vuol dire che io sappia seguirla. Anzi, sono il primo a disobbedire. Per questo probabilmente mi trovo a raccontare e capire un personaggio che pur di restare padre sacrifica tutto ciò che ha attorno a sé, un uomo che manda a fanculo tutto il mondo per non provare ancora il più grande dei dolori.

Jasmine Trinca e Romana Maggiora Vergano sono mamma e figlia nell’‘Estranea’. Foto: 01 Distribution

Altra grande sfida è raccontare un rapporto madre-figlia così bene, in un momento storico come questo, e per di più essendo un uomo.
Sono sincero, questa storia è nata così. Volevo che fosse anche uno scontro generazionale, e perché fosse evidente forse le protagoniste dovevano essere dello stesso genere. Nel cinema poi mi sembra più facile, più credibile avere personaggi femminili più forti, riflessivi, che non si fanno spezzare. Dipende anche dal fatto che sono cresciuto circondato da donne, ho avuto tante amiche nell’adolescenza e nei momenti più importanti della mia vita c’erano sempre tante donne. Spero non me ne vogliano le narratrici: ho studiato tanto, come sempre, per non arrivare al racconto in modo casuale ma con consapevolezza, e poi mi sono affidato tanto alle attrici, Jasmine Trinca e Romana Maggiora Vergano.

Hai scelto un’epoca precisa, gli anni ’90, riconsegnandocene lo spirito contraddittorio, anche esteticamente.
Quell’epoca l’ho vissuta da bambino, e proprio a Bari, dov’è ambientato il film. Siamo nel 1999, in un momento di grande crescita industriale ed economica, con tanti nuovi ricchi. E i miei protagonisti sono parvenu che non vogliono perdere quello che hanno faticosamente conquistato, uno status che si sono presi mattoncino per mattoncino. Quel mondo ho provato a raccontarlo con i suoi spigoli ma anche con una certa tenerezza. Io non sono di Bari, vengo da Corato, dalla provincia, e quando arrivavo in città ne incontravo tante di persone come loro e non sono mai riuscito veramente a stigmatizzarle. Perché quelle apparenze che loro osservavano ossessivamente, che proteggevano con quella tenacia, non erano solo un esercizio di vanità. Così come le aspettative che riversavano sui figli, le azioni che mettevano in atto perché si realizzassero, non erano solo dettate dal volere un trofeo in casa: erano una promessa di benessere e di futuro per i loro ragazzi. Ho provato a raccontare tutto questo ai miei interpreti sperando che non giudicassero i personaggi per le loro scelte, per i loro comportamenti, ma che comprendessero ciò che provavano e desideravano. E la mia fortuna è stata che gli attori dell’Estranea non hanno solo un enorme talento ma anche una grande intelligenza, e hanno saputo persino amarli i loro personaggi.

Jasmine Trinca e Adriano Giannini in una scena del film. Foto: Andrea Gabellone

La Puglia negli ultimi trent’anni è stata lo specchio di tutto il meglio e il peggio di questo Paese. Anche al cinema: se c’è stata una nouvelle vague da cui è rinata la nostra settima arte, è partita proprio in tempi non sospetti da questa regione. Penso ad autori come Alessandro Piva fino ad arrivare a te, e alla Film Commission, al Cineporto, al Bif&st fondato da Felice Laudadio…
Credo ci sia una spiegazione anche banalmente geografica. La Puglia è lunga e ha tutto, dal mare alla montagna, dalla collina alla campagna: è una piccola Italia in tutto e per tutto. E la sua biodiversità è anche umana. Per questo è una regione fertile anche nelle idee, nella creatività, ovviamente nel tessuto sociale. Dall’industria al folklore, dalla criminalità alla cultura, la Puglia ha tutto e spesso a livelli di eccellenza, ma viene troppo rinchiusa nello stereotipo “lu sule, lu mare, lu ientu”. Ed è un peccato: questa regione, come anche Bari, potrebbe essere sfruttata meglio, ha sfaccettature ancora poco raccontate.

Ci racconti il trauma che ti legga così tanto alla pioggia? Ci hai dedicato, di fatto, una trilogia.
La pioggia per me è un riflesso di quello che chiedo ai personaggi. In Piove un evento improvviso, una pioggia incessante appunto, li mette di fronte a qualcosa che non possono dominare, loro che sotterrano spazzatura emotiva sotto le strade di Roma. La valle dei sorrisi è un’opera pervasa da inquietudine meteorologica, anche se non così centrale come negli altri due lungometraggi. E nell’Estranea un’alluvione apocalittica va di pari passo con il racconto di questa madre, con l’angoscia che lei e la figlia vivono, finché l’apocalisse diventa al contempo intima e reale.

Valeria Bruni Tedeschi è “l’estranea”. Foto: Paolo Ciriello

Solo un anno fa scommetto che non avresti creduto che saresti stato selezionato nel concorso veneziano e tantomeno che avresti rappresentato l’Italia agli Oscar. Ora puoi rivelarcelo: hai fatto un patto pure tu con quella donna bizzarra meravigliosamente interpretata da Valeria Bruni Tedeschi?
Ma quando mai, l’estranea ti frega sempre! Scherzi a parte, sono molto felice di quello che sta succedendo, sento anche una grande responsabilità, ce la metteremo tutta per dare una soddisfazione al nostro Paese e per ora ci fa ben sperare la splendida risposta internazionale. Nelle prossime settimane annunceremo le uscite negli altri Paesi e ci dà grande motivazione il fatto che queste vendite siano andate bene. Ora abbiamo di fronte l’uscita italiana in sala ed è la partita a cui teniamo di più, perché sono convinto che questo sia un film divertente, che possa piacere al nostro pubblico. E ovviamente un successo in patria sarebbe un ottimo viatico in generale.

Che storia vorrai raccontare quando questa giostra si fermerà?
Una storia d’amore. Sento un gran bisogno di raccontarla. Certo, a modo mio, con la solita violenza che provo a metterci e che per me è un elemento fondamentale della mia poetica: per me il cinema è un incontro-scontro costante tra tenerezza e violenza, senza questi due elementi a mio parere non ha molto senso raccontare qualcosa. Per me è sempre stata questa la linea guida, come autore e spettatore: il buongusto non è nulla senza il cattivo gusto, così come la tenerezza è nulla senza crudeltà e la violenza. Tutti elementi, peraltro, che trovi facilmente nelle storie d’amore, che molto spesso hanno anche risvolti horror, per tornare al discorso da cui abbiamo iniziato. In un’epoca in cui i conflitti vengono appiattiti, banalizzati e dissacrati, almeno al cinema vorrei continuare a vederli, viverli e se posso, come regista, mostrarli.

Il futuro ti fa più paura o ti attrae?
Mi spaventa tantissimo: io ho sempre paura del futuro. Per questo faccio horror, perché è un genere che prende l’orrore caotico del mondo e lo razionalizza in una narrazione. Per il breve spazio di un film il male viene messo in ordine, e per quanto sia un’esperienza disturbante, ne esci più coraggioso. Ecco perché a livello internazionale ha tanto successo, perché tutti noi ne abbiamo così tanto bisogno: ci aiuta a vivere meglio, a governare il caos che ci sovrasta e annichilisce nella vita e nel mondo. Entri al cinema anche per questo, perché c’è qualcosa di terapeutico. La vita ti insegna poco e noi impariamo anche meno, è troppo sfuggente. Nel cinema, invece, vediamo tutto in modo più chiaro.

Guarda una clip esclusiva del film: