Ogni coppia è infelice a modo suo: dietro le quinte di ‘Beef 2’ | Rolling Stone Italia
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Ogni coppia è infelice a modo suo: dietro le quinte di ‘Beef 2’

Lo showrunner Lee Sung Jin e i protagonisti Oscar Isaac e Carey Mulligan raccontano la nuova stagione della serie antologica, costruita da zero: «Il confronto è il ladro della gioia»

Ogni coppia è infelice a modo suo: dietro le quinte di ‘Beef 2’

Oscar Isaac e Carey Mulligan in ‘Beef’

Foto: Netflix

Il successo, quello che lancia carriere, porta a casa premi e ti permette di incontrare i tuoi eroi, può a volte rivelarsi una maledizione travestita da fortuna. Chiedetelo a Lee Sung Jin.

Dopo l’uscita di Beef, il suo straordinario drama targato Netflix su un episodio di road rage che degenerava in una guerra tra due californiani inferociti, Lee è passato in un battito di ciglia da veterano delle writers’ room (Silicon Valley, Tuca & Bertie) a showrunner del momento. La serie è diventata subito uno dei maggiori successi della piattaforma e ha vinto una sfilza di Emmy, tra cui Miglior Limited Series o Anthology, i premi come miglior attore per Steven Yeun e Ali Wong, e due per Lee stesso (Miglior Regia e Miglior Sceneggiatura). I registi che venerava ora lo inseguivano come fan. Si è ritrovato a viaggiare all’estero a spese altrui, presentato a personaggi potenti e politici. È stato, per sua stessa ammissione, esaltante e più che un po’ stordente.

“Sonny”, come Lee è noto colloquialmente, non ha dato nulla di tutto questo per scontato. Aveva fatto la serie giusta al momento giusto, e il suo talento era stato riconosciuto. Ora doveva solo rifarlo. Ed è qui che entra in gioco la parte della «maledizione travestita». Perché adesso aveva la pressione di replicare la prima stagione quasi perfetta di Beef, con una storia completamente nuova e un cast diverso, e non aveva idea di come farlo, né se fosse possibile far cadere il fulmine due volte nello stesso posto.

Lee Sung Jin alla première losangelina di ‘Beef 2’. Foto: Getty Images per Netflix

«L’avevo proposta inizialmente come serie antologica», dice Lee, in una chiamata Zoom. «Netflix, saggiamente credo, ci ha commissionato solo quella prima stagione, perché era molto personale, era basata su un episodio di road rage che mi era capitato davvero. E non volevano fare un’altra stagione a meno che non venisse dalla stessa ispirazione».

Lee ha così cominciato a esplorare una serie di possibili idee per una stagione successiva. Una riguardava un doppio maschile di tennis, «e poi è uscito Challengers». Un’altra era quello che lui descrive come «un po’ più alla Finestra sul cortile», due coppie che vivevano porta a porta. Ci sono state, ammette Lee, molte iterazioni di quello che una potenziale seconda stagione avrebbe potuto essere. E nessuna sembrava giusta. «Jinny Howe (vicepresidente delle serie originali Netflix, ndt) continuava a spingere in senso contrario», racconta. «Ricordo che mi diceva: “Ho la sensazione che tu stia cercando solo di fare un’altra stagione televisiva. Va bene anche lasciar perdere. Possiamo sviluppare qualcos’altro insieme”».

Poi, una sera vicino a casa di Lee a Calabasas, in California, è scoppiata una lite (o, come la definisce lui, un «acceso dibattito») tra una coppia, che ha riecheggiato in tutto il quartiere. «Ed è stato davvero affascinante sentire le reazioni diverse di ognuno, a seconda di dove si trovavano nella vita», spiega. «Persone che conoscevo, più giovani, avevano una reazione molto dura, erano molto giudicanti. Altre che erano in una relazione da tanto tempo erano più o meno del tipo: “Sì, ma sai…” Trovavano delle giustificazioni. Nella giovinezza abbiamo certe aspettative e certi patti che stringiamo con noi stessi nelle relazioni: “Oh, noi non faremo mai così!” Poi, quando entri nella mezza età, ti ritrovi a pensare: “Ah, ecco perché tutti lo fanno”».

Lee ha cominciato a riflettere sul modo in cui l’amore cambia nel tempo, e sul fatto che le coppie sembrano attraversare gli stessi cicli indipendentemente dalle circostanze. Ha anche ricordato un’estate trascorsa a fare il custode della casa di amici che erano soci del Montecito Club. «Pensavo sempre: “I circoli esclusivi? Che schifo!”», dice Lee, ridendo. «Non avrei mai potuto permettermi di andarci. Ma poi mi ritrovo a usare i loro privilegi da socio ogni giorno, e mi scopro a pensare: “Ok, dovrei valutare un’iscrizione?” È difficile non cedere alle tentazioni del lusso e del comfort. E ho notato come tutti i soci fossero della Silent Generation o boomer, e tutti i dipendenti fossero millennials e Gen Z. È un microcosmo della società in generale».

BEEF: Season 2 | Official Trailer | Netflix

Quando ha accennato all’idea di mettere a confronto le esperienze di coppie giovani e meno giovani, in un contesto di consapevolezza di classe come quello di un club, Netflix ha abboccato subito. Lee aveva trovato la sua Beef 2.0. Ora disponibile sulla piattaforma, la seconda stagione segue Joshua Martín (Oscar Isaac) e Lindsay Crane-Martín (Carey Mulligan). Lui è il direttore generale di un esclusivo circolo privato non dissimile dal Montecito, al servizio di ricchi e viziati. Lei è una interior designer che cerca di migliorare la propria clientela. Vivono in una casa elegante piena degli attributi di una bella vita, ma faticano ancora economicamente e il loro sogno di gestire un bed-and-breakfast si allontana sempre di più. Ah, il loro matrimonio sta implodendo in silenzio.

Almeno fino a quando non comincia a esplodere in modo tutt’altro che silenzioso, durante una violenta litigata in casa dopo un evento di raccolta fondi. Nel momento esatto in cui tutto minaccia di traboccare, Austin (Charles Melton) e Ashley (Cailee Spaeny) si presentano alla porta dei Martín. Una coppia giovane e fidanzata che lavora al club, ancora immersa nella fase di luna di miele della relazione. Ma si vedono già dove cominceranno le crepe. Lui sta cercando di avviare una carriera come personal trainer. Lei è stanca di arrangiarsi con cene a base di pizza surgelata e senza una vera assicurazione sanitaria. Entrambi aspirano a qualcosa di più grande che semplicemente assicurarsi che i soci del club abbiano il ghiaccio fresco nei loro Arnold Palmer.

Ashley e Austin sono passati a casa del capo per restituirgli il portafoglio smarrito. Ashley per caso riprende col telefono l’«animata discussione» della coppia più attempata, attraverso la finestra. Rendendosi conto che questi ventenni hanno qualcosa in mano, Joshua e Lindsay cercano con ogni mezzo di impedire ad Austin e Ashley di far trapelare il video: promozioni, connessioni nel giro, allettanti offerte di assistenza sanitaria privata. Ashley che è ambiziosa, invidiosa, in acque troppo profonde, vede in tutto ciò un’opportunità per fare il salto di qualità. Austin, dolce, devoto, un po’ tonto, vuole solo che lei sia felice. Da lì in poi, il beef tra le due coppie spazia dal fintamente civile al decisamente cattivo.

Quando è arrivato il momento di fare il casting per questa versione del tutto diversa della cringe dramedy firma della serie, Lee ha voluto prima trovare la coppia più giovane, «perché sarebbe stata più difficile da definire». Aveva visto di recente Melton in May December di Todd Haynes, e ne era rimasto folgorato. Lee voleva anche continuare a esplorare la complessità dell’esperienza asiatico-americana che era stata una parte così centrale della prima stagione, e sentiva che Melton, di origini per metà coreane, sarebbe stato perfetto per Austin. Si dava il caso che Gold House, un’organizzazione dedicata alla comunità AAPI di Hollywood, stesse organizzando una cena a cui erano invitati sia Lee che Melton. Lo showrunner ha fatto in modo di sedersi accanto a Melton e proporgli il ruolo durante l’evento.

«Mi stava raccontando della seconda stagione», ricorda Melton, in una telefonata separata. «Poi tira fuori il telefono e mi mostra una foto della writers’ room, e c’è una mia foto appesa al muro, come una di quelle cose da mood board. Gli ho chiesto: “Ah, quindi il personaggio ha i miei stessi capelli?” E lui mi fa: “No, lo stiamo scrivendo per te. Non possiamo farlo senza di te”. Ho detto sì prima del secondo antipasto».

Con Melton a bordo, Lee ha cominciato a cercare la controparte di Austin. Era un grande fan della serie FX Devs, in cui Cailee Spaeny interpretava una giovane sviluppatrice di software; quando nel 2023 su un red carpet le era stato chiesto qual era il suo film preferito dell’anno, aveva risposto che la cosa migliore che aveva visto in tutto l’anno, in qualsiasi medium, era Beef. I due hanno avuto quella che Lee definisce una serie di pranzi di tre-quattro ore, «solo per capire la sua energia», e presto la star di Priscilla era della partita.

Charles Melton e Cailee Spaeny in ‘Beef 2’. Foto Netflix

Ora lo showrunner doveva trovare chi avrebbe funzionato come coppia più anziana. «In testa cercavo attori che avessero una storia intrinseca tra loro», dice Lee, «perché incontriamo la coppia più adulta in un momento così negativo che ero preoccupato di perdere il pubblico se non si crede che ci sia già molto di pregresso. Quindi, ovvio: Oscar e Carey».

Si è venuto a sapere poi che Isaac e Lee avevano la stessa agenzia, quindi i due hanno organizzato un incontro. Lee ha poi aiutato a metterlo in contatto con Mulligan, con cui Isaac aveva lavorato brevemente in Drive e A proposito di Davis. Visto che in quel periodo era senza ufficio, Lee ha dovuto fare la sua Zoom introduttiva con Mulligan, ironicamente, nella sala riunioni di un circolo privato. «C’erano camerieri che passavano sullo sfondo con vassoi di calamari per un evento mentre cercavo di spiegare la storia», ricorda. Ben presto la serie aveva il suo quartetto di protagonisti.

«Ricordo di aver guardato il terzo episodio di Beef poco dopo che era uscita quella prima stagione», dice Isaac, seduto accanto a Mulligan su un divano a Los Angeles qualche giorno dopo la mia chiacchierata con Lee. «È quello in cui Steven (Yeun) canta la canzone degli Incubus in chiesa, ed è allo stesso tempo così divertente, ma ti chiedi anche: “Perché mi sembra così divertente?”. Sto un po’ ridendo di queste persone, ma per me era anche molto personale, da immigrato, sai, cresciuto in una comunità unita, una comunità evangelica… Mi ci sono riconosciuto profondamente. E mi ha anche fatto venire i brividi».

«Quindi quando Sonny e io ci siamo incontrati per la prima volta, continuavo a chiedergli di quella scena», prosegue Oscar. «E lui continuava a parlare di quanto la sua vita e quella di Steven fossero incorporate nella prima stagione, e di come in questo nuovo capitolo volesse anche la mia vita dentro. Per me non si tratta di chi è il regista o nemmeno della sceneggiatura. Si tratta di: c’è spazio perché io possa aggiungere qualcosa? Ed era chiaro che Carey e io avremmo avuto lo spazio per farlo…».

«Una porta aperta per partecipare davvero», aggiunge Mulligan.
«…Pur lavorando nel tono di Beef», dice Isaac. Si gira verso Mulligan. «Da quanto ci conosciamo? 57 anni, giusto?»
«Più o meno», risponde lei, impassibile.
«Abbiamo lavorato insieme prima, in alcuni anni molto formativi», osserva Isaac. «Ma non abbiamo mai avuto la possibilità di costruire e tracciare una relazione dall’inizio alla fine: i segreti, le storie, i tatuaggi coordinati. Abbiamo davvero cercato di riempire tutto l’amore che c’è sotto…».
«…Così si vede che c’è un costo reale in questa lite feroce che hanno», finisce Mulligan.

BEEF: Season 2 | Official Teaser | Netflix

Anche Melton e Spaeny hannfinito per passare molto tempo insieme; quando gli incendi di Los Angeles sono scoppiati all’inizio del 2025, poco prima che iniziassero le riprese, le rispettive famiglie hanno preso una casa fuori città insieme finché la catastrofe non si è calmata («È la mia coinquilina!» esclama Melton con orgoglio). E Lee, grande appassionato di cinema coreano, è riuscito a «fare un tiro disperato» e a ingaggiare due suoi idoli: la premio Oscar Youn Yuh-jung, nota al pubblico internazionale soprattutto per Minari e la serie Pachinko; e Song Kang-ho, protagonista di Parasite, The Host e numerosi altri classici. Interpretano la nuova proprietaria del circolo e suo marito, un medico in disgrazia, e un’intera sezione della serie che riguarda la loro sottotrama è stata girata a Seoul. «Volevo disperatamente che questa stagione fosse un ponte tra una sorta di cultura americana e la cultura coreana, non solo quella coreano-americana», spiega Lee.

Quello che collega le due culture è il capitalismo che, forse lo avrete sentito, si trova attualmente in fase avanzata. E mentre la seconda stagione riesce a tirare fuori delle risate dalle differenze tra i due mondi (quando Lindsay elenca il suo curriculum e cita premi e riconoscimenti alla nuova proprietaria coreana del club, la sua interprete dice: «Al momento non sta dicendo niente che valga la pena tradurre») e dai divari tra la Generazione X e la Z, c’è ancora quel senso di fondo che niente è mai abbastanza, per nessuno. Ogni coppia è infelice a modo suo, ma è comunque infelice. Ogni cerchio esclusivo ha un cerchio ancora più esclusivo appena fuori portata. La cultura del benessere viene demolita senza pietà. Quello che la serie cede in termini di specificità regionale e legata alla diaspora rispetto alla prima stagione, lo compensa ampiamente con uno sguardo più ampio su come l’ossessione per traguardi sfuggenti diventi alla fine un gioco a somma zero.

Nella sua essenza, Beef parla ancora di un certo tipo di tensione universale tra chi ha e chi non ha, di come chi sembra avere tutto ciò che vuole sia ancora manchevole, e di come quelli che lottano perpetuamente per avanzare, avere di più, o semplicemente andare avanti si ritrovino a ricorrere a misure sempre più disperate. «Il confronto è il ladro della gioia», afferma Mulligan. «E una parte importante di questa stagione, direi, è il modo in cui non solo il mio personaggio, ma molte persone in generale sembrano guardare nella direzione sbagliata rispetto a ciò importa davvero».

«È facile scivolare in una spirale di pessimismo quando lo guardiamo», dice Lee della visione piuttosto mercenaria del mondo della serie. «Ma spero che il finale non lasci gli spettatori in quello stato. Cercavo, o almeno spero, di lasciarli in uno stato riflessivo su questo eterno ciclo di vita e sofferenza in cui siamo intrappolati, per trovare una sorta di accettazione o illuminazione attraverso tutto ciò. Quindi ho cercato di dare a questa stagione un piccolo barlume di speranza alla fine, credo».

«C’è speranza», osserva Isaac. «E c’è anche quella cosa che penso la serie faccia così bene, ovvero darci una visione dall’alto di persone che sono allo stesso tempo empatiche e un po’ maliziose. C’è una sorta di consapevolezza aperta con un sorriso, e forse un paio di corna da diavolo, che ti permette di osservare queste situazioni, questi desideri, questi conflitti, e riconoscerli mentre pensi», scuote la testa e adotta la voce di una divinità insieme benevola e malinconica: «”Oh, voi umani. Sciocchi, sciocchi umani”».

Da Rolling Stone US