Un estratto dalla conversazione tra Matilda De Angelis, co-direttrice del numero speciale di Rolling Stone Italia, e Valeria Golino. Il numero è in edicola dal 2 settembre e disponibile nello store online.
Quando ti ho vista arrivare…
Matilda: Io sono entrata a far parte del mondo del cinema da profana, da completa outsider, e davanti a me avevo quelle divinità che hanno spianato la strada, che erano già le mostre sacre del cinema. La massima esponente di tutte eri tu, Valeria. Ma al di là del fatto che ovviamente ti conoscevo cinematograficamente anche prima, insieme ad altre mostre come Valeria Bruni Tedeschi, e Alba Rohrwacher, e Jasmine Trinca, tutto il Santo Graal delle donne del cinema italiano, i modelli che devi studiare, osservare, da cui devi cercare di rubare il più possibile… ecco, io in realtà ho un ricordo bellissimo di quando ti ho incontrata la prima volta non sullo schermo, ma nella vita reale. Eravamo ad un evento e tu sei stata molto dolce con me. Non mi conoscevi, però mi hai guardato e mi hai detto: «Ma che occhi bellissimi che hai». Nonostante tu sia una divinità, sei soprattutto una persona che ti considera all’interno di una stanza, che ti guarda, che ti fa sentire accolta. Quel primo incontro ha fatto sì che dentro di me abbia forse un po’ idealizzato il concetto di Valeria Golino come di un essere umano estremamente attento, dolce, e non lo dico egocentricamente solo perché mi avevi dato attenzione. E poi, quando ci siamo conosciute per il film di Mario [Martone, Fuori], lì ho capito che potevamo fidanzarci, ma quella è un’altra storia, qui si entra in dettagli troppo privati, troppo nostri… (ride)
Valeria: A parte che detta così – «Che begli occhi che hai», «Come sei carina», e poi zac, ci siamo fidanzate – sembra la classica storia di abuso di potere, con la donna più grande che circuisce la ragazzina. Speriamo che nessuno legga queste parole tra qualche anno, o finiranno in qualche “file” compromettente… (ride). Torno seria. Io la prima volta mi sono accorta di te che eri una ragazzina, in Veloce come il vento. Ho proprio pensato: «Madonna, qui c’è qualcuno». Poi me ne sono dimenticata, e ti ho rivista anni dopo in quella serie americana, The Undoing: «Ma questa è… quella». Mi ricordavi un po’ me, mi sembrava come se fossi io da piccola. C’era qualcosa nel tuo modo di recitare che avevo anch’io, non perché ci somigliassimo, ma avevi quella specie di natura sauvage, un selvaggiume in cui mi sono riconosciuta. Emanavi qualcosa di molto familiare, eri un animale simile a me. Poi ci siamo riviste quando dovevamo fare appunto Fuori. Mario me l’aveva detto che voleva te, e la prima volta che ci siamo incontrate tutte insieme a casa sua, anche con Elodie, ti ho vista entrare come una signorinella tutta scì scì, con i capelli rossicci perché non so che ruolo avevi fatto, con il vestitino, le scarpettine, tutta carina, tutta actrice française. Ti ho vista per un secondo con la coda dell’occhio e tra me e me, un po’ meschinamente, ho pensato: «È carina, ma me la posso gestire» (ride). Quelle cose stupide da donne. Dopo mezz’ora ho cominciato a dirmi: «Cazzo, è veramente carina». E dopo un’ora e mezza: «Questa è la donna più bella che io abbia mai visto». Ed ero incantata, era entrato in atto con te un incantesimo che ancora non mi ha lasciata, e che spero di averti gettato addosso a mia volta.
Matilda: Lo sai che è così, l’ho detto da subito che c’è stato un innamoramento. Per quanto da fuori io possa sembrare una persona molto sicura e sempre a suo agio nelle situazioni, con quell’impertinenza che può essere letta a volte anche un po’ come tracotanza, la verità è che partivo non dico intimidita da te, però per me almeno all’inizio è stato normale guardarti come un modello, come qualcosa che è esistito prima di me e che per me rappresenta il passato, il presente e anche il futuro del cinema. Te l’ho detto fin da subito, avevo visto i tuoi film come regista e mi erano piaciuti immensamente, quindi avevo la percezione di stare davanti a un’artista, a una regista oltre che a una collega. E questo ha cambiato un po’ le cose, perché fin da piccola mi è stato insegnato che, per quanto tu possa avere davanti una persona con molti anni di esperienza in più, quando poi state sul set insieme siete alla pari, e questo è il modo più bello per dare a entrambe la possibilità di uno scambio che sia il più equo possibile, su un terreno comune. Tra l’altro, penso che io e te in realtà siamo due attrici molto diverse. Magari i nostri impulsi nascono da una sensibilità comune, abbiamo, come direbbe Goethe, una sorta di affinità elettiva, però poi nel modo in cui ci manifestiamo e ci mostriamo siamo due attrici molto diverse, perché siamo due esseri umani diversi, e forse in questo ci piacciamo e ci doniamo reciprocamente qualcosa. Per me il set di Mario è stato la prova lampante: il bello di lavorare con te è che sei una persona molto rispettosa delle diversità e dell’umanità degli altri, non vuoi mai impartire lezioni dall’alto. Ho avuto da subito la sensazione di poter essere me stessa e di non dover mettere su quella maschera del tipo: «Oddio Valeria, ciao Valeria, eccomi Valeria». L’ho trovata una cosa bella, arricchente, non mi sarei altrimenti divertita così tanto.
Valeria: Mi piace questo fatto dell’essere diverse, è vero. Tu sei molto più secchiona di me, non che sia difficile essere più secchioni di me: lo sono tutti (ride). Ma tu sei proprio una macchina da guerra. Poi durante il set hai avuto le tue défaillance, perché le abbiamo tutti, soprattutto in un film difficile come quello. Ma tu sei molto tecnica in quello che fai, si vede dal tuo lavoro in generale: sei proprio acuminata. Mi ricordi Jasmine [Trinca]. Siete molto precise, molto eloquenti nel vostro modo di essere attrici.
Guardarsi, guardare
Matilda: Però tu hai una visione molto chiara, molto precisa, da autrice. È evidente che i film di Valeria Golino sono film di Valeria Golino, li puoi fare solo tu, e questa secondo me è una cosa molto difficile da raggiungere per i registi. Recentemente ho visto quel corto che hai fatto per Fendi, che è ovviamente un altro tipo di progetto, ed è comunque un film tuo, con la tua poetica, il tuo immaginario. Hai trovato una firma autoriale potentissima, nei tuoi film fino all’Arte della gioia.
Valeria: Forse è perché da regista non hai scelta, devi essere preciso per forza. Mentre da attrice io svicolo, lo faccio da sempre, da quando avevo sedici anni, è una cosa che faccio come di default. Invece da regista non puoi non approfondire, perché se no soccombi. Forse la differenza è che pretendo più da me stessa come regista, sono più esigente, ho meno tolleranza della mia natura che è abbastanza approssimativa.
Matilda: Mi piace che tu abbia trovato questo sguardo, il tuo sguardo. Io evito tendenzialmente di parlare per la me del futuro perché non la conosco, però sicuramente mi trovo spesso a pensare al mio, di sguardo. E al di là del passare alla regia o meno, mi rendo conto che portare il proprio sguardo nel mondo è un’azione quotidiana che esula dal mestiere che fai. Essere un’attrice non significa semplicemente andare sul set, imparare le battute a memoria, fare una scena e poi tornare a casa la sera. Per non essere artisticamente passiva, fare l’attrice per me significa portare sempre qualcosa anche a livello umano, e in quel senso porti sempre uno sguardo, perché porti la tua umanità, nel bene e nel male.















