Nicolas Winding Refn, il ‘Copenhagen Cowboy’ è tornato | Rolling Stone Italia
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Nicolas Winding Refn, il ‘Copenhagen Cowboy’ è tornato

S’intitola così la serie (dal 5 gennaio su Netflix) del regista cult di ‘Drive’ e ‘The Neon Demon’. Una lunga chiacchierata su ispirazioni, feticismi, cinefilia. E su un debutto a sorpresa: quello di sua figlia come attrice, in questo nuovo progetto

Nicolas Winding Refn sul set di ‘Copenhagen Cowboy’

Foto: Netflix

Si chiama Miu, forse è una strega, o magari un angelo, o un alieno, una vendicatrice, una supereroina, un’investigatrice. È la Copenhagen Cowboy, la nuova creatura di Nicolas Winding Refn, nata per una serie attesissima che dal 5 gennaio 2023 è su Netflix dopo avere debuttato a Venezia 79 in versione integrale (sei ore). Facciamo conoscenza con Miu, interpretata da Angela Bundalovic, perché è stata comprata dalla sorella di un boss della mafia albanese di Copenhagen. La donna è convinta che la ragazza abbia dei poteri speciali che le permetteranno finalmente di rimanere incinta. Attorno a Miu, silenziosa e osservatrice, un mondo decadente e violento, che a un certo punto sarà costretta a raddrizzare. Affascinante e visivamente ipnotica, grazie al gusto della composizione dell’immagine e della messa in scena del regista di Drive e Bronson, Copenhagen Cowboy è una visione che va ben oltre il binge-watching, se ne resta letteralmente imprigionati per ragioni che sono anche difficili da spiegare. Ma d’altronde sono i trucchi di un regista che è prima di tutto un imbonitore che ti spaccia qualcosa di falso facendolo passare per reale. E Refn questo lo sa bene, ci ha costruito una carriera e anche un personaggio, il suo, che a un certo punto è diventato ingombrante al punto da far passare in secondo piano il suo cinema. Lo ha capito, ed è tornato a una dimensione più terrena, altrimenti l’incontro avuto con lui proprio a Venezia non sarebbe stato piacevole come si è poi dimostrato. Adesso sono sei anni che manca dal cinema, il suo ultimo film resta The Neon Demon, presentato a Cannes del 2016, che ha molti estimatori ma anche altrettanti detrattori. Dopo ha deciso di dedicarsi alle serie per le piattaforme streaming, prima di Copenhagen Cowboy c’era stata Too Old to Die Young per Prime Video. Ma chissà, forse presto potrebbe farci una sorpresa. Intanto si è tolto la soddisfazione di poter lavorare con le sue figlie, in particolare con la maggiore, Lola, a cui ha affidato un ruolo importante nella serie, soprattutto in chiave futura.

Copenhagen Cowboy è un’altra variazione su un tema a te molto caro: la vendetta. Cos’è che ti affascina così tanto di questo sentimento?
La vendetta è un desiderio primordiale, uno dei pochi comportamenti umani che non passano mai di moda. Il desiderio di vendetta è innato in ogni generazione, e ovviamente questa serie è destinatoa alla generazione di cui fanno parte anche le mie figlie e che credo sia alla ricerca dei propri eroi. Mi piace aiutarli a crearli.

In un’intervista hai detto che i personaggi dei tuoi film sono tuoi alter ego, anche quelli femminili, ovviamente. Qual è il tuo rapporto con Miu, la protagonista di Copenhagen Cowboy?
Miu, ma anche Rakel, il personaggio che interpreta mia figlia, sono un’ulteriore evoluzione di un percorso che ho iniziato con il personaggio di Mads Mikkelsen in Valhalla Rising e proseguito poi con Ryan Gosling in Drive e con Vithaya Pansringarm, l’attore thailandese protagonista di Solo Dio perdona. Sono tre versioni diverse della stessa creazione, e sapevo di voler continuare a farne qualcosa in forma maschile, ma ho capito che era arrivato il momento di trasformarla in un essere femminile. La ragione è probabilmente dovuta al fatto che vivo circondato da donne, mia moglie e le mie due figlie. E proprio mia moglie mi ha suggerito che Miu potesse avere dei poteri, non tanto fisici quanto spirituali. Così è nato il personaggio e l’idea di poter usare la magia, la superstizione e il controllo spirituale come arma era molto intrigante.

Il tuo stile è diventato sempre più stilizzato e raffinato nel corso degli anni. A cosa è dovuta questa evoluzione?
Sono un feticista. Mi piace feticizzare gli oggetti. Forse la causa è la mia dislessia, non sono stato in grado di leggere fino a un’età più adulta rispetto ad altri e ovviamente leggo molto lentamente. Le mie capacità di scrittura sono del tipo “una persona entra dalla porta, punto”. Sono daltonico, quindi non so dipingere molto bene. Sono terribile a modellare l’argilla. Quindi feticizzare è il mio strumento. E mi piacciono le immagini in movimento, ma che mi ricordino la televisione, perché la mia introduzione al cinema è stata la televisione, quando sono arrivato a New York all’età di otto anni, una enorme quantità di materiale e la possibilità di controllare la narrazione con un semplice gesto del telecomando. Era qualcosa di completamente diverso e mi incuriosiva. Poi ho iniziato a fare cinema, in un’industria che era più commerciale e che ritengo stia diventando sempre più obsoleta, perché la tecnologia oggi fornisce opportunità molto più avanzate, soprattutto per la generazione delle mie figlie, di creatività, esperienze, controcultura, come la si preferisca chiamare.

Quindi ogni singola scena che giri in un film ti rende felice perché soddisfa il tuo feticismo?
Immagino potrebbe essere così, certo, ma non posso esserne sicuro. Non sono mica uno psichiatra.

Le tue storie sono sempre ambientate in mondi sotterranei o proibiti. Come mai ne sei così affascinato?
Non è tanto il mondo sotterraneo in sé, ma la paura della morte che ne scaturisce. È semplicemente una drammatizzazione migliore. E io non faccio documentari, ma un’amplificazione della realtà. Ad esempio, nella trilogia di Pusher, quando ancora facevo film danesi, mi addentravo nel mondo della realtà e lo romanzavo con persone vere che interpretavano se stesse. Poi sono andato oltre, con Bronson ho iniziato a interessarmi all’irrealtà. Ma che cosa può voler significare in un quadro molto più ampio, dato che alla fine la vita reale oscura sempre qualsiasi altra visione si possa avere? Quindi mi sono interessato a come trasportare l’idea di un dramma da un mondo reale a un mondo amplificato, mantenendo comunque una potente relazione emotiva. Penso che se Shakespeare fosse vivo oggi, non scriverebbe di famiglie reali, ma di crimini. E poi l’underworld è ottimo per il dramma, per il sottotesto, è sensuale, proibito. Viviamo tutti una vita normale, ma le nostre fantasie sono molto diverse.

È per questo che in Copenhagen Cowboy hai dato molti ruoli di primo piano a non professionisti? Per aumentare ulteriormente la tua realtà?
Non si trattava tanto del fatto che fossero esordienti, quanto del fatto che dopo 17 anni lontano da Copenaghen volevo riprendere da dove avevo lasciato, quindi avere persone vere in un mondo fittizio. Ma essendo, come ho detto, molto più feticista, era interessante che la maggior parte delle persone nella serie non fossero mai state davanti a una camera, se non per una foto segnaletica. Sono esseri umani, e grandi attori, perché vivono dentro e fuori il mondo reale. È stato molto bello lavorare con loro.

Parliamo del titolo: Copenhagen Cowboy. Quando l’ho letto la prima volta ho pensato al Cavaliere della valle solitaria, dopo avere visto la serie ho scoperto che oltre al western ci sono tutti i generi possibili. È stato difficile trovare un punto d’equilibrio?
Ti dirò, non so cosa significhi conoscere l’equilibrio o il giusto tono. Per quanto riguarda il titolo, avevo pensato inizialmente a Copenhagen, ma non era abbastanza. Poi ho pensato che aggiungervi Cowboy fosse molto erotico, omoerotico ma anche gender neutral, quindi dava una sfumatura sessuale alla serie che mi interessava molto E poi mi piaceva che l’abbreviazione fosse CC. È vero, la serie è piena di tante cose, perché la vita è piena di cose e la creatività altrettanto. E poi sono affascinato da quello che fanno le mie figlie sui social, raccontano storie in una maniera modernissima, fondendo tante idee e suggestioni senza preoccuparsi delle regole della narrazione. E credo sia bellissimo, perché così non esiste giusto o sbagliato, ma solo l’atto della creazione.

È interessante che tu abbia detto che trovi erotico l’elemento cowboy. La prima pulsione sessuale della mia vita l’ho avuta guardando Joan Crawford in Johnny Guitar.
Grande film, e molto sexy.

Angela Bundalovic in una scena di ‘Copenhagen Cowboy’. Foto: Netflix

Parliamo di Miu. Perché si chiama così?
Sto lavorando con Prada, hanno un brand che si chiama Miu Miu e ho pensato che il nome mi piaceva. È da lì che nasce. Grazie Prada.

Com’è stato lavorare per la prima volta con tua figlia?
Interessante. Ci sono entrambe le mie figlie nella serie. Mi sono chiesto: “Mi è davvero concesso di vivere questa meravigliosa esperienza di avere non solo una famiglia che supporta il mio lavoro, ma anche di lavorare insieme alle mie figlie?”. Ho creato il personaggio di Rakel a lavorazione già avanzata, stavamo girando, la sceneggiatura era già scritta, Netflix è stata super disponibile, non ha fatto storie su nulla, mi hanno solo chiesto a un certo punto “Be’, dicci almeno cos’hai intenzione di fare. Non vogliamo leggere la sceneggiatura, perché sappiamo che non accadrà, ma… verso cosa ci stiamo muovendo?”. Sono stati davvero, davvero meravigliosi. Non mi aspettavo una tale collaborazione e un tale sostegno. E quando è nata Rakel, io e la mia squadra abbiamo iniziato a fare i casting tutte le sere e non c’era nessuna che funzionasse. A un certo punto mi sono accorto che Rakel aveva molto di Lola e allora ne ho parlato con mia moglie che mi ha chiesto come avrei fatto. Se l’avessi provinata e non fosse andata bene poteva essere una situazione spiacevole. Allora una sera sono entrato in camera sua, Lola stava studiando, è serissima sullo studio, al contrario di me che ero un disastro, e le ho chiesto di leggere alcune battute. Lei ha fatto un po’ di storie, ma poi ha ceduto ed è stata perfetta, molto naturale. Qualche giorno dopo le ho detto: “Ehi, ti andrebbe di fare una parte nella serie?”, e lei mi ha risposto “Sì, certo, ma ora ho gli esami, quindi proprio non posso starti a sentire”, e se n’è andata. Non era molto impressionata, il che in un certo senso mi ha reso anche più nervoso. Ma il primo ciak è stato emozionante, è andata molto bene e sono orgoglioso di lei.

È vero che sul set hai sempre una sorta di coperta di Linus?
Sì, è una tradizione nata sul set di Pusher, ero così nervoso che avevo sempre un maglione intorno allo stomaco per calmare i nervi. Poi è diventato un mantra: “Non posso lavorare senza la coperta del potere”, che adesso è solo un pezzo di stoffa che mi avvolgo intorno alla vita e che cambio a ogni produzione. Mi ricorda che tutte le decisioni devono essere prese dallo stomaco e non dal cervello.

Ed è anche un feticcio.
Sì, è anche un feticcio, sono d’accordo.

Anni fa si parlava di uno spy movie che stavi scrivendo con Neil Purvis e Robert Wade, gli sceneggiatori di 007. Si tratta di un progetto ancora vivo?
Oh sì, anzi, a dire il vero in un certo senso è in produzione. Peccato che non possa dirti di più…

Lola Winding Refn, figlia del regista, è Rakel. Foto: Netflix

Ok, allora parliamo di musica. È sempre interessante l’uso narrativo che ne fai nei tuoi film.
Sai, quando si toglie a un’attrice uno dei suoi strumenti, quello della parola, devi darle qualcosa in cambio che possa sostituirla e a cui possa reagire. La musica è un incredibile grimaldello di emozioni e un modo per aiutare gli attori a lasciarsi andare e rendere le cose più interessanti, e con musiche diverse ottieni diversi tipi di reazioni. In The Neon Demon c’è la scena finale con Jena Malone, quella del suo sacrificio della rinascita della bellezza, e dovevo chiudere con un primo piano su di lei. L’abbiamo girato usando quattro musiche diverse sul set e ho avuto quattro differenti reazioni da Jena. Meraviglioso.

Hai detto che le piattaforme streaming sono il linguaggio del futuro. Significa che non farai altri film per il cinema?
Amo i cinema, amo l’idea di una cattedrale in cui si entra e si vive insieme un’esperienza. Ogni volta che passo davanti a un supermercato piango, perché probabilmente una volta era un cinema. E lo dico sinceramente, trovo molto triste che stiano scomparendo o diventando multiplex senza senso dentro i centri commerciali. Ma penso anche che non so nemmeno più cosa sia il cinema. Quello che dura 30 secondi, o due ore, o tre ore, o nove ore, quell’idea a cui eravamo abituati non esiste più. Se andiamo indietro all’origine del raccontare storie, potremmo fare un film di otto, nove ore sull’Odissea, e contemporaneamente un unico rullo su un treno che arriva in una stazione. Ma credo che sia giunto il momento di abbandonare il passato e semplicemente chiedersi in cosa il cinema si sta trasformando. Detto ciò, la pandemia è stata la prova definitiva che siamo esseri umani se esistiamo insieme, e più ci stiamo migliore è il mondo. E nella mia testa il cinema è sempre stato un luogo in cui le persone si riuniscono. Non l’unico, ci sono i musei, gli stadi, le arene per i grandi eventi dal vivo. Ma entrare in una sala buia e assistere tutti insieme alla proiezione di un film è un’esperienza sempre e ancora unica. Credo che ogni governo di ogni Paese al mondo dovrebbe istituire un sostegno obbligatorio alle sale monoschermo, bellissime cattedrali in cui ci riuniamo per esistere come esseri umani.