Nicolas Maupas, l’ultimo dei romantici | Rolling Stone Italia
Le parole sono importanti

Nicolas Maupas, l’ultimo dei romantici

Dall'addio a 'Mare fuori' al nuovo teen drama fantasy 'Noi siamo leggenda' e non solo, perché nelle prossime settimane lo vedremo un po' ovunque. Intervista-fiume con uno dei giovani divi più amati, che pare un'anima d'altri tempi

Nicolas Maupas, l’ultimo dei romantici

Nicolas Maupas

Foto Paolo Palmieri

Più volte, mentre chiacchieravo con Nicolas Maupas, mi è venuto in mente questo titolo: “L’ultimo dei romantici”. Non perché ci sia un rimando letterale a chissà quale sentimentalismo, e nemmeno per l’appeal francese del suo nome e delle sue origini, ma perché Nicolas è un po’ un’anima d’altri tempi nel suo garbo innato, nel suo pudore a proteggere aspetti della sua vita, nella sua sana timidezza (ci torniamo), nel suo modo di sognare, anche grazie al cinema. I suoi personaggi, poi, non sono tutti in qualche modo degli eroi romantici contemporanei? E non credo sia un caso che l’abbiano voluto nel cast della serie sul Conte di Montecristo (ci arriviamo).

Quando parla Nicolas cerca incessantemente le parole giuste, forse per perfezionismo, o forse perché ha fatto sua la massima morettiana “le parole sono importanti”. Importantissime, per lui. Salutato Mare fuori (nun ve preoccupate guaglioni, ne parliamo), nelle prossime settimane lo vedremo ovunque: «Nel periodo invernale sono particolarmente attivo», scherza lui. Noi siamo leggenda appena partita su Rai 2 (prodotta da Fabula Pictures dei fratelli De Angelis e disponibile anche su RaiPlay e Prime Video), «un bel connubio tra qualcosa che abbiamo già visto, i superpoteri, e delle storie adolescenziali che da quell’elemento fantasy vengono aiutate e amplificate», poi la seconda stagione di Un professore su Rai 1, dove il suo personaggio, Simone, «è cresciuto, è molto più disteso, ha capito cosa vuole dalla vita ed è diventato per certi versi adulto», e infine Odio il Natale 2 (dal 7 dicembre su Netflix) «con la grandissima Pilar Fogliati, una delle attrici più divertenti con le quali abbia mai lavorato. La commedia è un genere difficilissimo, io sono più bravo a piangere, perché ho capito quali sono le corde che devo toccare dentro di me».

Nicolas Maupas è Simone in ‘Un professore 2’ (una coproduzione Rai Fiction e Banijay Studios Italy). Foto: Anna Camerlengo

Partiamo da Noi siamo leggenda: cos’hai pensato quando hai letto il personaggio di Jean?
Ti confesso che l’idea che mi ero fatto del personaggio iniziava dalle chiacchierate con Carmine (Elia, regista della prima stagione di Mare fuori, nda) all’inizio del progetto, la scrittura era ancora in evoluzione, non era ancora stato definito e noi cercavamo di crearcene uno in testa. Poi, quando l’ho letto, in realtà non rispecchiava molto quello che mi aspettavo. Non ne sono rimasto deluso, però ho visto che dovevo affrontare quella battaglia in maniera diversa da come me l’ero prefigurata.

Cioè?
Non è un capriccio d’attore, semplicemente avevo detto a Carmine che mi sarebbe piaciuto provare a interpretare un personaggio che uscisse da quello che ho fatto finora, e parlo anche dal punto di vista drammatico, del carattere e delle caratteristiche, soprattutto perché con lui arrivavo dal lavoro su Mare fuori 1 e avevamo macinato tanto questo “tipo”, questi pianti. Non è che mi spaventasse il lavoro, ma non volevo rifare le stesse cose, era un po’ questa la mia paura.

E invece com’è andata?
Alla fine mi sono reso conto che c’era tanto materiale drammatico, c’erano tante lacrime anche in questo personaggio: sapevo che poi Carmine mi avrebbe chiesto anche quello, perché è una cosa che a lui piace, rende i personaggi vivi. Quando ho letto la sceneggiatura ho visto che era sì un po’ quello che avevo fatto negli anni, rispecchia una stessa tipologia di reazioni, ma alla fine mi sono anche divertito a raccogliere questa sfida, a cercare di fare delle cose diverse, a interpretare pure un pianto in maniera differente.

Sono partita da quella domanda per due motivi: il primo è perché Jean sembra scritto per far impazzire le tue fan, parla pure francese come te…
Ma abbiamo messo soltanto una parola, forse un paio di cose (ride).

Il secondo motivo è che Jean ha molte cose in comune con altri tuoi personaggi di grande successo: è un bravo ragazzo, un po’ introverso, tormentato da ancora non sappiamo bene cosa. In Mare fuori il tormento di Filippo è per quello che ha fatto, in Un professore il tormento di Simone è il non sapere ancora bene chi è.
È anche una sorta di un matrimonio tra tutto questo, è quello che ho capito lavorando sui personaggi. Ho affrontato Jean con molto meno giudizio perché se all’inizio la mia paura era quella di creare un personaggio antipatico, perché era un mio giudizio personale, poi ho capito che potevo affrontarlo senza preoccuparmi della sua simpatia o antipatia. E quindi l’ho fatto anche sbagliare, ci sono dei momenti di rabbia, la reazione che un adolescente ha quando si sente non compreso, in trappola. E mi sono divertito a mettere in scena pure quello, mentre magari qualche anno fa mi avrebbe fatto più paura perché pensavo fosse riconducibile a me, in qualche modo. Invece adesso, avendo più chiaro anche che tipo di lavoro bisogna fare, mi sono sentito molto più libero.

Nicolas Maupas con Sofya Gershevich e Milo Roussel in ‘Noi siamo leggenda’

Mi sembra di capire che non hai paura di rimanere incastrato in un archetipo: Jean in qualche modo rappresenta già un passo avanti.
Sì, e poi penso che se un personaggio funziona, il rischio di rimanere incastrati ci sia soltanto se tu non provi a fare qualcos’altro, se non cerchi di cambiare, se cerchi soltanto di sfruttare quel mood. Se guardo agli attori che sono diventati grandi, lo sono diventati anche perché sono stati degli archetipi.

Tu conservi sempre un’aura, se non di mistero, almeno di riservatezza: l’ho visto anche su Instagram, il tuo ultimo post è di tre settimane fa. Ti racconti ma mai troppo: è una forma di pudore o c’entra anche la timidezza?
Sì, e c’è pure un po’ di pigrizia, anche sana, per il semplice fatto che non ho un rapporto stretto con i social, ma non intendo con il pubblico, parlo proprio del mezzo, non mi viene istintivo caricare momenti del mio quotidiano. Poi so che magari è una cosa che dovrei fare, ma mi interessa mantenere un equilibrio, si sceglie anche cosa condividere e se mostrare angoli della vita privata. È semplicemente una questione di mirino. E poi tengo anche molto alla mia privacy, alla mia riservatezza, credo che sia importante tutelare delle persone a me care, la mia famiglia, i miei amici. È un lavoro che ho scelto io, ma non per forza chi mi circonda deve essere incluso in questo aspetto. Però non è una cosa che rifiuto, anzi, dovrei mettere un paio di post in più.

E allora chi è Nicolas? Cosa non è ancora passato di te, mantenendo sempre quel piccolo angolo solo tuo?
Sono una persona in crescita, non sono un adulto, non sono più un adolescente, sono in quella fase di limbo e questo mi lascia ancora tanti punti interrogativi, motori che mi sproneranno a cambiare o magari a non cambiare. Ho sicuramente dei valori saldi: la lealtà, il rispetto, l’educazione che sono contento di aver ricevuto. I miei ci hanno tenuto tanto, e di conseguenza anche io ci tengo. Posso dire che sono una persona piena di contrasti, perché riesco ad alternare periodi di grande lavoro e forza ad altri di grande pigrizia e stanchezza. Ma uno non preclude l’altro.

In che momento sei?
È un periodo in cui ho finito una grossa mole di lavoro e sto facendo sedimentare tutto, sto aspettando che escano dei progetti e magari mi dico: “Avrei potuto fare questo o quello in maniera diversa”. Sento anche di dover tornare a studiare perché ho del tempo disponibile e vorrei andare di nuovo a lezione, visto che in questi oltre due anni non ne ho avuto la possibilità. A volte sento che mi manca la terra sotto i piedi perché sono un attore giovane, l’esperienza non mi salva, e devo giocare un pochino di furbizia là dove non c’è la tecnica. Ecco, vorrei avere un pochino più di tecnica per certi versi, perché è uno strumento che un domani che mi farà fare di più, cose diverse, nuovi personaggi.

Hai sempre voluto fare l’attore? Leggevo che guardavi film sul divano con tua madre.
A proposito di quello che dicevi prima, io quell’aura di mistero la vedevo nel cinema perché non sapevo come venivano realizzati i film, il fantasy ad esempio, queste cose irreali o surreali, mi chiedevo da dove venisse tutta questa grande macchina. E per gli attori che in passato non avevano i social quell’aura di mistero giocava un ruolo ancora più importante.

Qual è IL film che ha rapito Nicolas da ragazzino?
Ce ne sono tanti: La storia infinita, i film di Miyazaki per cui mia mamma ha sempre avuto una passione, che mi ha trasmesso. Da piccolino ho visto Il castello errante di Howl, La città incantata… il 1° gennaio esce quello nuovo, Il ragazzo e l’airone, che sto aspettando tanto. Poi i cartoni e Harry Potter, a rischio di essere monotono. Ho letto i libri, ma sono più un potteriano dei film, perché è legato alla mia passione per il cinema.

Il film-colpo di fulmine, quello che ti ha fatto dire “Devo entrare in quel mondo”?
Amarcord di Fellini, ma ero già più grandicello. Raccontava la fase adolescenziale che stavo vivendo, ero un pochino anch’io come Titta: vedevi la tabaccaia e c’era questa cosa del risveglio sessuale, poi c’era la storia dei giovani che facevano casino in paese e a scuola. C’era tutto.

Però fatto cinema.
Però fatto grande cinema. E quella per me è una porta che si è aperta, mi ha fatto dire: “Voglio raccontare questo”, perché a me poi piacciono quelle storie lì, circoscritte, divertenti, storie di compagnia, di amici. Se un giorno dovessi decidere di raccontare una storia, partirei da uno spunto del genere.

Quindi pensi alla regia in futuro?
È una cosa che mi piacerebbe e che spero di fare. Inizierò a lavorare anche su quello, non so quando, non so come, non so proprio da dove iniziare. Già guardare le persone con le quali lavoro mi insegna qualcosa, ma poi devi fare, devi metterti alla prova.

Che ragazzino eri? Leggevo che hai sofferto di attacchi di panico in passato: è stata un’adolescenza tosta come quella dei protagonisti di Noi siamo leggenda?
Nello stare da solo sì, ma in realtà poi mi sono divertito tantissimo: ho un gruppo di amici che sono scalmanati e sono stati anche un super galleggiante durante la fase adolescenziale, sono molto legato a loro. Se ripenso alla mia adolescenza, riconosco che ci sono stati dei momenti molto bui e molto profondi, ma quello che ricordo di più sono i momenti di gioia. È stato un rollercoaster, l’ispirazione per il mio lavoro deriva tanto da quel periodo: l’empatia per certe situazioni, per certi “drammi”, penso di averla perché in quel momento ho provato anche io quelle emozioni.

E poi a 18 anni sei andato via di casa.
Ho sfruttato un paio di divani. Il primo a Milano a casa di un mio amico era troppo corto, io sono quasi un metro e 90 ed era qualcosa come un metro e 30, quindi dormivo con le gambe sul bracciolo. Poi il mio amico, che è uno della compagnia, mi ha ospitato nel suo letto per i mesi restanti. Ho iniziato a scoprire Roma, andavo su e giù a fare i provini, magari mi fermavo uno o due giorni, sono entrato in agenzia, che è la stessa da sempre. Piano piano, quando poi gli ingaggi hanno iniziato ad andare meglio, ho cominciato a pensare a un affitto, sono stato con due coinquilini, poi da solo. Però sì, sono uscito di casa presto, e non me lo aspettavo, è stato un po’ un salto nel vuoto.

Sì, però direi che sei atterrato benino.
(Ridiamo) Sono cresciuto in provincia e gli orizzonti sono un pochino più bassi, le cose ti sembrano molto più distanti, Roma mi sembrava lontanissima, un treno di tre ore una volta lo vedevo come un viaggio infinito. Fare un cambiamento radicale non era una cosa ovvia per me, e invece sì, devo dire che è andata bene.

Del provino che ha cambiato tutto, quello per Mare fuori, cosa ricordi?
Non mi ricordo la scena, ma ricordo che il primo selftape lo feci con un amico dell’accademia dove studiavo, Matias, nei bagni della scuola. E poi sono andato a Roma per fare i call back e quelli sono stati tosti, non sono stati dei provini classici, Carmine ti tiene lì delle ore, tipo tre o quattro giornate intere, dalla mattina alla sera. È stato impegnativo come percorso, però bello perché mi ha aperto tutto.

C’era la sensazione che Mare fuori sarebbe diventato quello che è diventato? Perché ovviamente è difficile capire all’inizio, però a volte si sente qualcosa nell’aria…
È vero, il presentimento ogni tanto ce l’hai. Sarà perché era la prima volta che continuavano a richiamarmi, o perché ero molto più tranquillo: Carmine ti fa sentire subito a casa, per lui sei già un collega. Però sì, l’idea che qualcosa si stesse muovendo c’era.

C’è un momento in cui hai capito che la serie era esplosa?
Ero a Parigi e un italiano, per la precisione milanese, mi ha riconosciuto: mi faceva strano essere fermato in Francia per una foto. Quando iniziano a succedere queste cose che per te sono inusuali, be’, capisci che la tua quotidianità sta davvero cambiando.

Nicolas Maupas nei panni di Filippo in ‘Mare fuori 3’. Foto: Sabrina Cirillo

Ecco, questa fama, anche così immediata: hai avuto o hai paura in qualche modo di non riuscire a gestirla?
Credo che ognuno reagisca a modo suo, ovviamente c’è il rischio di essere inghiottiti. Ma oggi le cose sono talmente chiare, ce le sbattono così tanto in faccia, che sarebbe anche da incoscienti cadere nel loop di cose finte e falsi idoli. È qualcosa che riconosco, capisco come sta funzionando e che effetti può avere su di me. E cerco di gestirla, me la prendo ma a piccolissime dosi e semplicemente come feedback di un progetto, di un personaggio, di un percorso. Sono molto tranquillo, mi sento lucido nell’affrontarla anche perché la fama non è una cosa che bramo, non ho iniziato a fare questo lavoro perché volevo diventare famoso. Anzi, sono – appunto – timido e riservato.

La tua timidezza e la tua riservatezza in qualche modo ti salvano?
Se mi fermi per strada divento rosso (ride), ma proprio perché è una reazione fisica, dentro non sono imbarazzato, anzi: sono a mio agio, e mi piace anche quella parte del lavoro. Mi è capitato recentemente di fare podcast o interviste durante degli eventi: sento che è il mio ambiente, il mio lavoro, con quello ci sto molto bene, però non mi nutro di quella cosa che viene dopo, la fama, il successo. Cerco di stare sempre un passetto indietro, non solo per timidezza, ma anche per coscienza.

Mare fuori è stata una tappa fondamentale per la tua carriera, ma è giusto che la tua esperienza su quel set sia finita? Ti manca Filippo?
Mi manca Filippo perché mi mancano anche i suoi amici e le persone con cui si è connesso in carcere, mi mancano quelle relazioni e quelle dinamiche, gli altri attori che hanno partecipato al progetto con me, che sono poi diventati miei amici. C’è sempre un po’ di malinconia perché è stato il primo progetto, la prima cosa che ha funzionato, ma sono anche lucido nel comprendere che una storia ha un inizio e una fine, ci sono delle questioni di sceneggiatura, il personaggio deve rispettare il suo arco narrativo e non lo prolungherei soltanto perché io voglio continuare a fare Mare fuori. Quello che abbiamo visto di Filippo è la storia che doveva vivere. E poi siamo tutti liberi di immaginare quello che gli può succedere in futuro. Il bello del nostro lavoro, la magia, è che ti puoi creare i tuoi sequel.

Sul set giocano spesso con i tuoi capelli: in Mare fuori ai tuoi riccioli succede di tutto, ma anche in Noi siamo leggenda si sono divertiti parecchio. Secondo te perché?
Non lo so (ride), inizio a pensare che sia un po’ una mania di Carmine, perché gli sconvolgimenti più eclatanti succedono con lui. Scherzi a parte, mi diverte perché ho l’occasione di andare in giro in un modo che non sceglierei mai per uscire di casa. Questo mullet che mi hanno messo in Leggenda è stato anche fastidiosissimo, non sono abituato a portare extension, ma facevo gli scherzi a mia madre, le mandavo le foto. Io mi diverto moltissimo, il pubblico ride, però alla fine i capelli rappresentano anche un po’ il lato “grottesco” che c’è in ognuno di noi, forse semplicemente è più accentuato nei personaggi perché è qualcosa di visivo che noti subito, serve a raccontare un tratto del personaggio o quello che sta passando. I reparti costumi e trucco e parrucco mi hanno davvero stupito su ogni progetto, perché c’è veramente tanto, tanto lavoro dietro, anche la più piccola cosa che sembra non avere importanza in realtà è ragionatissima, ricercatissima. Mi affascina un sacco.

Capitolo musicale. In Mare fuori le canzoni erano proprio dentro la narrazione, ma anche in Leggenda ci sono pezzi importanti: come vivi la musica nelle serie di cui sei protagonista?
La musica è fondamentale nel cinema, nell’audiovisivo, nell’accompagnare le immagini, ha funzioni evocative, di catarsi, di contrasto. Di Mare fuori è diventata famosissima la sigla, e sono sicuro che questo abbia aiutato il successo della serie per la curiosità di sapere da dove venisse quel pezzo. E in Leggenda fa un pochino la stessa cosa: c’è il rap che instaura un dialogo generazionale, nel senso che può avvicinare molti giovani e catturare l’attenzione. Io poi nel mio lavoro uso moltissimo la musica, ogni personaggio ha la sua playlist, ho la mia routine quando esco di casa e quando torno, la prima cosa che faccio è accendere la cassa. Con Carmine avevamo anche fatto un lavoro di ricerca sui brani, poi ci hanno pensato Matteo (Buzzanca, nda) e Nashley, e c’è anche Emis Killa: noi cercavamo delle reference e loro hanno scritto tutto. È stato bello per una volta interessarsi a quell’aspetto, avere un dialogo con Carmine pure su quello.

Ma c’è un pezzo che ti ha aiutato a interpretare il personaggio di Jean?
Sì, ma non è un discorso tipo “Se il mio personaggio fosse un brano”, aiutavano più che altro me, Nicolas, in quella giornata. Poi non lo so, era uno periodo in cui ascoltavo tanto Nick Cave, Ra’is e poi questo gruppo francese, i Fauves, che parla di contestazione sociale e giovanile, di come si sente un ragazzo in determinate fasi e situazioni. C’è una canzone che parla del sentirsi impotenti quando vuoi parlare con una donna che ti piace e un’altra che parla della voglia di ribellarsi e di fare casino per cambiare le cose.

Foto: Paolo Palmieri

Hai fatto già due esperienze al cinema: Sotto il sole di Amalfi e La bella estate. Ti piacerebbe fare più cinema e con chi?
Sì, mi piacerebbe perché l’idea del lungometraggio è la cosa che più mi affascina e mi piace anche come tempo di narrazione. Sul “con chi” se vuoi ho una lista…

Vai con la lista, sogniamo in grande.
Uno dei miei sogni sarebbe lavorare con Christoph Waltz, è uno dei miei miti, poi Ralph Fiennes, Mads Mikkelsen, sono attori che amo perché sono molto sottili. Vedere un interprete che riesce a smuovere tantissimo facendo dei piccoli gesti è una cosa pazzesca.

Se parliamo di registi?
Wes Anderson. Mi piace molto la sua estetica, è proprio una sorta di genere: credo che gli attori che hanno avuto la fortuna di fare film con lui in qualche modo si adeguino al suo universo, alla sua visione. Lavorare sulla fantasia di un’altra persona in maniera così concreta è molto affascinante, e poi per certi versi è anche un bel mix tra teatro e cinema.

Prossimamente ti vedremo in una grossa produzione internazionale: Il conte di Montecristo con Sam Claflin e Jeremy Irons, diretto da un premio Oscar come Bille August. So che non potrai dire molto, ma che esperienza è stata?
È stata la cosa più grossa, più difficile, più impegnativa e più divertente che abbia mai fatto, perché mi ha fatto sudare. Ed è stata la cosa che mi ha fatto sentire più a disagio, meno pronto, per quello ti dicevo che vorrei tornare a studiare. È stata una botta, per certi versi, una batosta di quelle però sane, perché mi ha fatto crescere: devo migliorare e capire ancora tante cose. Ma è rassicurante: quando ti senti a disagio per qualcosa ma non riesci a capire cosa, c’è il rischio di perdersi, invece quando ti rendi subito conto di cosa puoi cambiare è un sollievo. Riprendi un po’ di leggerezza, riconosci quello che devi cambiare. E sai esattamente cosa devi fare.