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Monica Bellucci: «Si può essere sensuali anche a novant’anni»

L'attrice ha presentato a Venezia76 la nuova versione di ‘Irréversible’, il film culto di Gaspar Noé che la consacrò grazie anche alle scena dello stupro: «Sono temi scottanti di cui però bisogna parlare. L’abuso è una brutalità che può capitare a chiunque»

Foto di Vittorio Zunino Celotto/Getty Images

Oh, Monica, meno male che ci sei, magnifica presenza, amministratrice di carriere internazionali come nessun’altra in questo Paese, donna di bellezza e spirito. La Bellucci – non si può scrivere senza l’articolo – è qua a Venezia a presentare la versione reversibile di Irréversible, culto violento by Gaspar Noé che l’ha consacrata presso i cinéphiles, ora montato non più al contrario ma in ordine cronologico, dallo stupro all’amore. E dice, voce solista nel coro unanime del politicamente corretto: «Questo nuovo montaggio mette ancora più in risalto il contrasto tra bellezza e violenza. Sono temi scottanti di cui però in questo momento bisogna parlare. L’abuso è una brutalità che può capitare a chiunque. Ma i codici stanno cambiando, le generazioni stanno cambiando: sono più preparate, quando si parla di argomenti così delicati. Anch’io sono cambiata. Rispetto ad allora (era il 2002, ndr) ho due figlie, a cui auguro un mondo migliore. Un mondo in cui non ci si fa la guerra tra uomini e donne, ma dove il rapporto tra i sessi è in grado di evolvere. Un mondo in cui poter discutere, senza paura di parlare. Siamo in un momento di evoluzione estrema, anche se critichiamo sempre tutto. Vado a scuola a prendere le mie figlie e vedo un sacco di papà: prima mica c’erano. E sono tante donne registe, donne in politica, donne scienziate. Sono piccoli passi, ma la nostra presenza nella società si vede. E gli uomini entrano nelle nostre sfere: stanno coi bambini, fanno le cose “nostre” che prima sottovalutavano. L’equilibrio tra i sessi esiste, è sempre maggiore, continuiamo su questa strada».

Grazie, Monica, che monologhi davanti ai giornalisti subito conquistati: finalmente un punto di vista che femminista lo è davvero. La Bellucci è sempre uguale e sempre diversa, icona (si può dire) immutabile e però contemporanea, ancora le stampe Dolce & Gabbana indosso ma uno sguardo acuto dentro il presente. «Da giovane facevi tutto con la pancia, solo ora che invecchi vedi il puzzle dei film che hai scelto. Io oggi li metto insieme. Irréversible ma anche Malèna, e La Passione di Cristo, storie di donne da sole in un mondo di uomini, ciascuna di loro deve fare una sua guerra personale. Oggi vedo che era tutto collegato».

Foto di Vittorio Zunino Celotto/Getty Images

Monica che pare la prima donna del primo giorno della creazione, Monica la madre, la sorella, l’amante, l’amica, l’angelo, il diavolo, la terra, la casa (cit.). «Quando ho girato Irréversible, avevo il mio corpo nelle mie mani. Sentivo un controllo assoluto, un potere assoluto. Certo, ero protetta dal fatto di poter entrare in una storia di violenza senza averla mai subita. E di avere accanto Vincent (Cassel, ndr), il mio partner di allora. C’era tanta improvvisazione, ma sul set l’improvvisazione è sempre relativa, il primo passo è istintivo ma poi architetti tutto, in particolare in una scena difficile come questa. Io dovevo stare attenta ad ogni movimento, mi fossi presa un calcio in faccia sarei morta. Il bello è stato poter girare un piano sequenza di venti minuti, al cinema non succede mai, l’attore non ha mai questa libertà».

Il puzzle della carriera mette tutto in prospettiva. «Facciamo i film perché ci piace prendere dei rischi. Penso a Irréversible come ad Arancia meccanica, a Festen, colpi nello stomaco che però hanno aperto dibattiti sociali. Le cose che non riusciamo a dire nella vita le diciamo con il cinema». Il puzzle della carriera mette in prospettiva anche l’anagrafe. «Tra poco arriva a Venezia Meryl Streep e penso “che bello, il tempo passa ma la passione resta viva”, e lo stesso ho pensato davanti a Catherine Deneuve sul tappeto rosso della prima sera, vedo queste dive e mi chiedo: quanti tappeti rossi avranno fatto? Eppure sono ancora lì, con la stessa voglia. Anch’io voglio arrivarci così, un giorno. Mi importano le esperienze, gli incontri, non i minuti in cui sto in scena. Posso girare una sola scena per Twin Peaks e passare quattro anni con Kusturica (per On the Milky Road, ndr). L’importante è il progetto, il piacere di lavorare. Ho girato con Lelouch il seguito di Un uomo, una donna (si intitola I migliori anni della nostra vita, arriva nelle sale il 19 settembre, ndr), ho solo una scena ma con Jean-Louis Trintignant. Vedevo lui e Anouk Aimée ancora insieme e c’era qualcosa di magico, bellissimo, l’età non ha davvero niente a che vedere con l’energia, a novant’anni ci si può ancora dare sensualità a vicenda. Si può guardare il passare del tempo con tristezza oppure dicendo: che bello, siamo ancora vivi. Il cinema ci permette tutto questo».

I ruoli e i registi, semplicemente, capitano. «Il regista che mi ha capita meglio? Non sono i registi a capire le attrici, sono le attrici che capiscono i registi». Una risata di gruppo di fronte all’intelligenza di questa donna. «Oggi, quando leggo un copione, penso alle mie figlie. Penso a come possono reagire loro, e i loro compagni a scuola. Dovessero propormi un altro Irrevérsible, forse ne parlerei prima con loro». Tanto, alla fine, c’è una risposta per tutto. Anche per gli scandali, veri o presunti. «Dopo una proiezione di questo nuovo montaggio, alcune donne sono uscite dalla sala molto scosse. Mi hanno chiesto: perché hai scelto di fare un film come questo? Era una domanda troppo a bruciapelo, allora ho rubato una frase a Isabelle Huppert: dentro un’attrice ci sono tante fate che dormono; quando un’attrice dice di sì a un film, quella fata si risveglia». Monica è una fata, e noi ce ne andiamo incantati.

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