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Method Man, l’avvocato dei diavoli

Nella serie ‘Power Book II: Ghost’, da oggi su Starz Play, la leggenda del Wu-Tang Clan interpreta un uomo «impossibile da spaventare» a metà tra Denzel Washington e l'avvocato di O.J. Simpson

Foto press

«Te la metto giù così: raccontare il mio personaggio in Power Book II è come raccontare la differenza tra un pastore e un pappone. In fondo fanno lo stesso mestiere, con la sola differenza che il pastore attira la gente in chiesa, mentre il pappone li fa uscire dalla chiesa».

Method Man è un campione di metafore non solo nelle sue strofe, ma anche nelle interviste, a quanto pare. Pilastro dell’hip hop a livello mondiale, è universalmente considerato uno dei migliori rapper di sempre. Ha debuttato nel 1993 con un gruppo entrato nella leggenda, il Wu-Tang Clan, e da allora ha inanellato un’uscita iconica dietro l’altra, sia con il Wu-Tang che da solista, per non parlare del suo joint album con Redman, Blackout!, uscito nel 1999 e ancora oggi tra i più presenti nelle playlist e nei dj set degli appassionati.

Sempre con Redman ha inaugurato una carriera da attore protagonista con il film culto del 2001 How High, tradotto malamente in italiano con il titolo di Due sballati al college. Trama: due fattoni usano le ceneri di un amico morto per fertilizzare le loro piantine di marijuana, e quando se la fumano compare il suo fantasma che suggerisce loro le risposte al test di ammissione ad Harvard, trasformandoli in due mezzi geni. Bisognava davvero sballarsi con roba particolarmente buona per guardarlo fino in fondo, osservo mentre Meth ride come un matto, dandomi ragione. «Non avrei mai immaginato che facesse un botto simile», ricorda. «Quel progetto era scritto appositamente per me e Red, nella vita reale facevamo esattamente lo stesso tipo di cose che ci vedevi fare sullo schermo. Quando ci proposero di lavorare a quel film, ero felicissimo ma anche molto spaventato». Quando uscirono i primi dati del botteghino, racconta, saltò fuori qualcosa di strano. «Nei multisala che lo proiettavano c’era sempre un picco di presenze, che però non si rifletteva nel numero di spettatori. Alla fine venne fuori che la gente comprava il biglietto per andare a vedere un altro film, tipo Harry Potter, e poi si infilava di nascosto a vedere How High, anche a costo di stare ammassati in piedi lungo le pareti della sala. Pazzesco».

La parabola di How High spiega perfettamente perché i produttori della sua serie Power Book II: Ghost e il suo ideatore 50 Cent abbiano così fortemente voluto Method Man per recitare il ruolo dell’avvocato Davis MacLean: dove va lui, vanno anche i suoi fan. Oltretutto, il contesto sembra cucito appositamente su di lui. Nel suo genere, Power è la più importante e riuscita serie dell’ultimo decennio, un’estesa saga noir/street che, dopo sei stagioni al cardiopalma, ha dato origine a svariati spin-off, tra cui questo sequel, che debutta in Italia sulla piattaforma Starz Play domenica 21 novembre. Tutto ruota attorno all’enigmatica figura di Ghost, il principale grossista della droga a New York, che per riciclare i proventi del suo traffico e sviare i sospetti si nasconde dietro la facciata dell’onesto imprenditore, proprietario di diversi club e locali di lusso a Manhattan. Lo status quo si incrina quando, dopo anni di lontananza, incontra la sua prima fidanzata, Angela, che lavora per il governo ed è incaricata di indagare sulla vera identità di Ghost. Meth confessa che era un grande fan dell’universo esteso di Power prima ancora di fare il provino per il ruolo. «È una delle serie più attente alla presenza di afroamericani e delle altre minoranze etniche che ci sia nella tv americana. Ha costruito le fondamenta per tante cose che oggi finalmente esistono, perciò è un grande onore fare parte del cast», afferma. A differenza di alcuni spettatori accaniti, non è rimasto deluso per il finale di serie di Power (che non vi sveliamo per non spoilerare, in caso non l’aveste ancora vista: diciamo solo che c’è una sorta di morìa che coinvolge una buona parte dei personaggi principali). «Si è conclusa esattamente come avrebbe dovuto concludersi», dice convinto.

Method Man in ‘Power Book II’. Foto press

Alcuni hanno fatto notare che, tra tutti i mestieri possibili, quello dell’avvocato è uno dei più pericolosi, nella realtà parallela di Power: non fanno mai una gran bella fine. Method Man, però, non ha intenzione di soccombere a breve, anzi, «finché mi vorranno, resterò ancorato qui», scherza. «Il mio Davis per fortuna è un po’ diverso dagli altri avvocati comparsi finora nella storia: viene dallo stesso ambiente dei protagonisti, quindi non teme di essere fatto fuori. Non può essere spaventato né ucciso». In comune hanno la forte motivazione a emergere, il legame con la famiglia, la voglia di ottenere il potere ad ogni costo. «Entrambi sappiamo che in alcuni ambienti l’apparenza è tutto», sottolinea.

Per costruire il suo personaggio si è ispirato alla capacità interpretativa di Denzel Washington, «ma soprattutto ad avvocati neri realmente esistiti, come Johnnie Cochran» (per chi non avesse familiarità con la cronaca americana: Cochran è stato il difensore di O.J. Simpson nel processo che lo vedeva imputato per l’assassinio di sua moglie, di Puff Daddy per la famosa sparatoria che coinvolse anche Jennifer Lopez, di Michael Jackson per le accuse di pedofilia, ma è stato anche uno dei primi a rappresentare le vittime della brutalità della polizia). «Ho guardato molto materiale di repertorio, cercando di assimilarne i gesti e di capire cosa potevo o non potevo fare. Ho unito tutti gli ingredienti sperimentando una nuova ricetta e assaggiando di tanto in tanto: è venuto fuori che era parecchio gustosa, alla fine».

Meth non frequenta più le aule di giustizia da tempo, anche se da giovane gli è capitato di finire sotto processo per alcuni reati minori. «In questo momento, se proprio vuoi saperlo, rigo drittissimo!», dice con un sorrisetto che sembra sottointendere tutt’altro. «L’unico motivo per cui potrebbe capitarmi è se mi chiamassero a fare il giurato per qualche processo: è già successo che mi convocassero, ma mi hanno sempre congedato per via dei miei impegni lavorativi». Peccato, perché qualunque criminale sarebbe felicissimo di vederlo seduto nel banco della giuria. «Beh, non succederà, mi spiace. Neanche come avvocato: non credo che possano permettersi di pagare le mie parcelle!», scoppia a ridere.

Come sempre accade per chi non è nato con il culo al caldo, per Method Man i soldi sono una discriminante fondamentale, tant’è che ammette di aver puntato più sulla recitazione che sulla musica, negli ultimi anni, perché «il lavoro di attore ti permette di pagare le bollette con molta più tranquillità. Inoltre, l’hip hop è uno sport estremamente competitivo, tutti combattono per arrivare in cima e non sai mai chi sarà la prossima star. E in un orto dove c’è davvero abbondanza, nessuno si accorge se sparisce un cavolfiore o un cespo di lattuga, o se un pomodoro va a male». Riflessioni che fanno particolarmente effetto, se provengono da un peso massimo come lui che in teoria ai vertici dovrebbe già esserci. «Certo, il Wu-Tang Clan è un’istituzione, ma nessuno può rimanere al top più di quel tanto, in questo periodo storico», dice. «Siamo stati fortunati a emergere in un momento in cui la gente apprezzava davvero il messaggio che stavamo cercando di diffondere, cosa che ci ha permesso di costruire qualcosa, ma attualmente siamo ben lontani dai piani alti, perché la musica che funziona è altra. Diciamo che siamo i Rolling Stones dell’hip hop: come loro, abbiamo una fan base solidissima che resterà con noi fino alla nostra morte». Wu is for the children, come si diceva una volta.

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