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Matteo Martari, fare sul serio

Con il suo primo ruolo da protagonista assoluto su Rai 2. E che ruolo: quello dell’Alligatore, personaggio pazzesco uscito dalla penna di Massimo Carlotto. La gavetta, la moda, una voce che non smetteresti mai di ascoltare. E un messaggio: per essere felici bisogna fare qualcosa

Foto: Maddalena Petrosino

Matteo Martari è uno che fa sul serio. Da sempre, «anche quando facevo il pane», mi disse una volta (ci torneremo). Perché «fare sul serio significa impegnarsi fino in fondo in ogni cosa. I bambini quando giocano fanno sul serissimo, non conoscono un altro modo». Solo che adesso sul serio si fa davvero, sotto ogni punto di vista: dopo una lista notevole di film (dall’esordio con Gianni Zanasi alla parte nel Mio Godard di Michel Hazanavicius), fiction e serie di grande successo – da Non uccidere ai Bastardi di Pizzofalcone, dai Medici a A un passo dal cielo –, Matteo esordisce (in anteprima su RaiPlay da mercoledì 18 novembre e in onda su Rai 2 dal 25) con un ruolo da protagonista assoluto. E che ruolo: L’Alligatore, alias Marco Buratti, ex cantante di blues condannato ingiustamente a sette anni di carcere che, una volta uscito, diventa un detective al limite della legge, con addosso la fragilità degli ex dete­nuti e l’ossessione della giustizia. Un personaggio pazzesco uscito dalla penna di Massimo Carlotto, e cioè uno dei migliori scrittori di noir e hard boiled a livello internazionale, che ha definito Matteo: «Senza dubbio un grande Alligatore». Confermiamo. Non ve lo perdete, ma prima provate a leggervi questa chiacchierata perché, pure quando si ride e si scherza (spesso), c’è una consistenza, una gravitas in Matteo che avercene, anche nella voce. Ecco, la voce. Vi sfido a parlare più di 40 minuti al telefono con Matteo Martari e a rimanere concentrati. Io c’ho provato.

Nell’Alligatore hai una doppia responsabilità: debuttare da protagonista assoluto e portare sullo schermo un personaggio molto amato. Come la stai vivendo? 
Come se non ne bastasse solo una di responsabilità… (sorride). Ho fatto lo step successivo, non ci penso, perché se lo faccio è finita. Sono abbastanza in ansia per l’uscita, ma allo stesso tempo consapevole che abbiamo fatto un bel lavoro, mi fido dei riscontri che mi sono stati dati. E di una cosa sono certo: tutti quelli che hanno lavorato a questo progetto hanno dato tutto quello che potevano.

L’Alligatore lancia l’hard boiled in Rai: storie spietate, il racconto di un Paese che non vuole guardare in faccia il suo lato più oscuro. Fino a qualche anno fa sarebbe stato impensabile vedere un prodotto così in prima serata su Rai 2. Senza contare che con Daniele Vicari, regista della serie, parliamo di cinema. Cosa è cambiato?
Credo che la Rai stia facendo il suo percorso nella maniera più naturale, ritiene giusto partecipare a progetti belli, che si tratti di hard boiled, noir, possiamo chiamarlo come vogliamo… è la sostanza di questa operazione che è interessante. E la Rai è intelligente e ci crede, investe in un’idea come questa e mette su un team che in televisione si vede poco. È una produzione cinematografica, una serie d’autore in tanti modi, non solo per la regia (che oltre che di Vicari è anche di Emanuele Scaringi, nda), ma anche perché è tratta dai romanzi di un autore che in Italia e nel mondo ha un grande seguito.

Matteo Martari nei panni dell’Alligatore


Avevi letto i libri? Conoscevi Carlotto?
Sarò sincero con te: no, non avevo letto i libri. Sono veneto e sapevo chi fosse Carlotto, perché la sua è una storia a sé, al netto dei romanzi, ma non mi ero mai avvicinato alla sua opera. Poi quando mi hanno detto: «Matteo, tu sei l’Alligatore»… attacco di panico, mi sono fiondato subito in libreria e ho preso tutto quello che c’era da prendere di Carlotto. Anche le cose in più, per avere tutto il panorama.

Quindi sei un po’ secchione.
(Ride) Non lo so, ho paura di ammetterlo.

Mettiamola così: sei sicuramente uno a cui piace arrivare preparato.
Questo sì, ma perché rispetto molto il lavoro che faccio, è una conseguenza. Il cinema si fa in squadra, non da soli. E la mia attitudine è quella di voler arrivare preparato, ma nel rispetto delle persone che ho a fianco e intorno sul set e del lavoro che faccio che, nonostante non sia proprio canonico, rimane comunque qualcosa di molto profondo al quale bisogna dedicare tantissimo tempo. Spesso si mescola con la vita, e quindi poi bisogna cercare di fare una netta distinzione tra la tua esistenza e quella del personaggio, diventa anche psicologicamente impegnativo. E pure la ricerca nel corpo è sfiancante, perché ogni personaggio si porta dietro un modo di stare al mondo, una fisicità, un’andatura, un ritmo. Servono tanto rispetto e tanta dedizione.

Nel caso della serie, quanto è stato impegnativo fisicamente e psicologicamente?
Da morire. Perché Daniele è fantastico, ma è un regista al quale piace lavorare davvero. E dal giorno in cui mi hanno detto che sarei stato l’Alligatore ho avuto una settimana, un paio al massimo, per leggermi i romanzi. Poi Daniele ed io abbiamo iniziato prima a lavorare da soli su chi fosse Marco Buratti, l’Alligatore. A quel punto abbiamo fatto due settimane di letture con tutto il cast principale, otto ore al giorno. Dopodiché Fandango ha affittato un teatro per le prove: siamo andati in teatro per due settimane e mezzo, sempre otto ore al giorno, con i copioni. Cercavamo il tono della voce, la corporeità, ho vissuto una sorta di metamorfosi.

Da cosa sei partito? Perché so che spesso per te l’andatura dei personaggi è un elemento importante…
La prima cosa che salta agli occhi di tutti è come ci muoviamo, come portiamo in giro il nostro corpo, letteralmente. Poi c’è chi lo sa leggere e chi no, ma camminando nel mondo lanciamo un messaggio. A me piace partire da una caratteristica fisica, poi non è detto che si veda per forza, ma è un elemento sul quale lavoro molto. E anche in questo caso ho iniziato da lì.

E come si muove l’Alligatore?
Come uno che beve un sacco di calvados (ridiamo).

Nella costruzione ti ha aiutato la musica blues, che è molto presente sia nei romanzi di Carlotto che nella serie?
Sì, ho ascoltato un po’ di blues nel periodo in cui giravamo L’Alligatore, ho scoperto dei pezzi pazzeschi. Daniele poi ha tirato fuori dei blues originali di queste signore che lavoravano nelle risaie, brani da pelle d’oca… ha fatto una ricerca pazzesca, ha trovato una campionatura musicale impressionante e me l’ha passata. Sì, è diventato parte del lavoro, perché, sempre ritornando al discorso dell’andatura, del ritmo, non è che poi devi metterlo in pratica per forza, ma averlo presente dentro di te… (Inizia a cantare) ta na na na na, cheek cheek, ta na na na, cheek cheek… ti aiuta moltissimo. Ma la musica è la cosa più strepitosa che esista al mondo, è la forma d’arte più diretta in assoluto, perché basta suonare una nota, senza arrivare all’intero brano: una nota è già un’emozione specifica.

Altro dettaglio: ricordo che tu hai un amore particolare per i cappelli, e l’Alligatore indossa spessissimo la coppola. Avete delle cose in comune?
Hai visto? (Ride). Mah, direi che, a parte il cappello e la parlata veneta, basta, finisce lì.

Il cappello è un po’ una coperta di Linus?
L’abbiamo scoperto in modi diversi, io e l’Alligatore, ma credo di sì. In passato il cappello era un po’ un tratto distintivo, bisogna tornare parecchio indietro nel tempo: il signore aveva il cappello e per salutarlo ci si toglieva il proprio. Questo purtroppo è andato perso, diciamo che per Marco il cappello è più uno scudo protettivo, mentre per me oramai è un fedele compagno, come il mio cane, è diventato un pezzo di me. E poi ne ho tantissimi e ne uso uno solo. La follia umana è questa.

Nella prima intervista che ti avevo fatto per Rolling ti avevo chiesto quando hai capito che facevi sul serio, e tu avevi risposto: «Io credo di aver fatto sul serio da sempre, anche quando facevo il pane». Se ripensi a quella frase è ancora così?
Torniamo al discorso di prima, al senso di rispetto che bisogna avere per quello che si fa e per quello che ci viene offerto. Fare sul serio significa impegnarsi in quello che si fa e non prenderlo come se fosse un gioco, perché anche il gioco se preso sul serio diventa più bello.

Mi ricordo anche che parlavi del mestiere di panettiere come di un’arte.
Ma lo è, in assoluto. La trasformazione della materia prima a partire da prodotto grezzo per averne poi uno raffinato completo. E infatti si chiamano mastri panettieri…

Ti manca quella parte di vita?
No! È stata un’esperienza magnifica, non rimpiango un solo momento, dirti però che mi manca sarebbe ipocrita, perché comunque è un lavoro difficile, pesante, con orari complicati da gestire. È affascinante, ma ti rende abbastanza difficile anche la costruzione di una vita sociale con qualcuno, perché hai proprio tempi completamente opposti e non conciliabili.

Avanti veloce: l’arrivo a Milano, lavori in un ristorante, un agente ti nota e inizia la carriera da modello. Ecco, credi che quella voce nel tuo curriculum ti abbia mai in qualche modo penalizzato?
Quella di cameriere? (Ride). Scherzi a parte, io credo che sia più uno spauracchio, è una voce che gira tantissimo, ma non c’è mai un signor X che ti viene a dire in faccia: «Guarda, tu facevi il modello e non va bene». Perché allora sarebbe tutto molto più semplice, almeno ci potremmo confrontare, ne potremmo discutere… In ogni caso uno deve provarci comunque, impegnarsi, dimostrare al meglio quello che può fare. Sono stato molto fortunato e nella vita ho incontrato persone abbastanza intelligenti da non ragionare in quel modo. Se uno prima ha fatto il modello non può essere visto come qualcosa di negativo, bisogna capire come, con che spirito, perché. Anzi, se vissuta in maniera intelligente, la moda ti dà delle possibilità. E io ritengo di aver portato a casa tutto quello che potevo: sono riuscito a guadagnare abbastanza soldi da potermi fermare e fare la scuola di teatro, ho potuto girare mezzo mondo, ho imparato tre lingue. Credo che la moda mi abbia regalato un’esperienza che non sempre si ha l’occasione di vivere.

Quando hai deciso che avresti fatto l’attore? C’è un film, un momento?
Un momento non c’è, ma mia madre mi ha ricordato che, quando andavamo in vacanza, insieme ad altri due o tre ragazzini organizzavamo delle specie di recite, delle messe in scena di cui scrivevamo anche il soggetto. E obbligavamo i nostri genitori a guardare, ovviamente dovevano anche essere partecipi e felici. Credo che sia stata una cosa che c’è sempre stata, e poi è diventata chiara.

Valeria Solarino e Matteo Martari sul set


C’è qualcosa che non ti piace del tuo lavoro?
Tutti i lavori hanno dei pro e dei contro.

Ad esempio: ti piace rivederti?
Ecco, questa è una delle grandi difficoltà (ride).

Come Adam Driver, sei in buona compagnia.
Meno male. Ma non è solo terribile riguardarsi, ancor peggio è risentirsi…

Con una voce come la tua? Non ci credo.
E invece sì, davvero. C’è una spiegazione scientifica: noi ascoltiamo la nostra voce in modo diverso da come viene percepita dagli altri, perché quando la sentiamo dentro alla nostra testa ha un suono e ci abituiamo a quello, e quando esce è diversa e ci infastidisce… Io mi devo proprio girare dall’altra parte, faccio cose strane quando mi rivedo. Non ho amici qui a poterti confermare questo fatto, ma qualcuno di loro era presente mentre mi riguardavo sullo schermo. Forse ci sono anche video da qualche parte, ma sono disposto a pagarli a caro prezzo pur di non farli uscire.

Ecco, continuiamo a parlare dell’elefante nella stanza, dal momento che siamo al telefono: la voce. Quanto pensi ti abbia aiutato?
Non ne ho idea, non te lo so quantificare… forse dovrei fare il cantante… no, perché non so neanche cantare, sarebbe terribile. Mi stai suggerendo di fare il cantante?

Be’, perché no? Poi ricordo che, a proposito, parlavi di tuo padre…
L’ho ereditata da lui la voce, potrebbe esserci mio padre con te al telefono in questo momento… Cioè, se te lo passassi non te ne accorgeresti.

In un periodo in cui alcuni attori, dopo un film, sono “subito famosi”, tu hai fatto tantissima gavetta, eri in molte delle fiction/serie italiane di più grande successo degli ultimi anni, fino poi all’Alligatore
Ti riporto in cucina: io sono per le lunghe preparazioni, il ragù, le lunghe lievitazioni… quindi sono molto felice del percorso che la Rai mi sta facendo fare, davvero.

Però adesso in qualche modo bisogna vedersela con la popolarità: come te la cavi?
Evidentemente male (ride). Ma in che senso me la cavo? Cioè: cos’è la popolarità?

Ok, sviluppiamo. Come gestisci la situazione quando ti riconoscono per strada, il fatto che sei un volto e lo diventerai sempre di più, che magari vai in vacanza e ti fermano…
Io credo di avere una grande fortuna: in vacanza non mi si fila proprio nessuno. Posso tranquillamente passare inosservato ovunque.

Sarà che i cappelli aiutano?
Saranno quelli, spero… Quando capita comunque è piacevole. Ci dev’essere un motivo per cui si fa questo lavoro. Sì, possiamo raccontare la storia che è un’esigenza, che dobbiamo esprimere qualcosa, ma non può essere l’unica ragione. La bellezza di questo mestiere è regalare a chi ci guarda un momento di distrazione, farti fare un sorriso, un pianto – perché è bello anche piangere a volte –: è quella la vera gioia, soprattutto in periodi come questo.



A proposito, durante il lockdown hai anche girato un film, Il giorno e la notte, diretto sempre da Daniele Vìcari: un esperimento di cinema in smart working. Com’è andata?
C’erano tanti piccoli inconvenienti da gestire, perché era tutto nelle nostre mani. Io poi ho avuto la fortuna di trascorrere il lockdown in campagna in Veneto. E una delle cose più improbabili da trovare nelle campagne venete è la connessione internet (ride). Ma devo ringraziare Daniele per questo progetto perché la mente geniale è lui, e ha anche un grande cuore: «Il nostro lavoro è troppo bello, noi non possiamo farci fermare da tutto questo, dobbiamo adattarci», diceva. Perché poi la vittoria sta in quello. Chi è che vince nella vita? Chi si adatta.

E tu sei uno che si adatta?
Io in assoluto non sono capace, sono molto lontano, però diciamo che è uno degli obiettivi. Daniele voleva fare qualcosa coi mezzi che avevamo: «Facciamo quello che possiamo», sosteneva. Ed è un genio perché l’ha fatto davvero. Parlando sempre del nostro lavoro che diventa speciale quando regali a qualcuno una distrazione, Daniele ci ha regalato una distrazione in un momento veramente pesante, ci ha coinvolti in qualcosa che ci ha sollevato l’anima. Nel periodo in cui abbiamo girato, il Covid per me c’era, ma c’era prima il film, c’era un progetto. E di conseguenza c’era la felicità. Felicità ha la stessa radice di facere, “fare”: per essere felici bisogna fare qualcosa.

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