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Matilda De Angelis di “Veloce come il vento”: «La mia Giulia, tra follia e responsabilità»

Il 7 aprile, distribuito da 01, arriva nelle sale "Veloce come il vento". Una storia di corse, crescita e di una famiglia incasinata con protagonista Stefano Accorsi

Durante i titoli di coda di Veloce come il vento, il nuovo film di Matteo Rovere, parte una canzone: si intitola Seventeen, è scritta a quattro mani da Andrea Farri, che cura le musiche, e da Lara Martelli. La voce che sentiamo – una voce bella, forte, importante – è di Matilda De Angelis, che nel film interpreta Giulia De Martino, l’altra grande protagonista insieme a Loris, il personaggio di Stefano Accorsi.

Matilda, che è giovanissima, nata nel ’95 e bolognese, prima ancora di essere un’attrice è – ho scoperto – una cantante. Veloce come il vento è il suo primo film. Il suo personaggio, Giulia, è un personaggio complicato, pieno di opposti e di contraddizioni, una donna – benché solo diciassettenne – che deve farsi carico di tantissime responsabilità. Le corse automobilistiche sono la sua passione e, allo stesso tempo, la sua più grande maledizione: per tenere la casa, deve vincere. Per vincere, deve scendere a compromessi prima con se stessa e con la sua natura (introversa, rigida, quasi apatica) e poi con suo fratello Loris, tossicodipendente e imprevedibile.

I capelli rasati di lato, come quelli della Charlize Theron di Mad Max o di Natalie Dormer di Hunger Games, e una tinta blu intenso, che fa a cazzotti con il suo volto giovane e delicato. In certi momenti – i primi piani, i silenzi, gli occhi che fissano, le labbra schiuse – la De Angelis ricorda la primissima Jennifer Lawrence, quella di Un gelido inverno, sola e combattuta, abbandonata dal padre e costretta a diventare adulta in un mondo di uomini.
La sua interpretazione rapisce perché viscerale, di pancia, sentita: non ci sono stonature (hai paura che ci siano, mentre la ascolti e la segui, ma no: fila tutto liscio). Lei e la sua Giulia funzionano a meraviglia. Ed è un inedito, in un certo senso: perché di personaggi femminili così, nel cinema italiano, non se ne vedevano da tempo.

Stefano Accorsi e Matilda de Angelis in “Veloce come il vento”

Prima ancora di essere un’attrice, sei una cantante.
Ho cominciato quando ero piccolina, a 7-8 anni con la chitarra di mio nonno, da autodidatta, poi ho studiato con un maestro per quattro anni. Quando sono andata alle medie, dove seguivo musica, ho studiato violino. E in parallelo continuavo con la chitarra. Poi è arrivato il canto, che mi è sempre piaciuto.

Sei anche la voce di una band, ho scoperto. Fate musica swing. Un genere che non si sente più molto.
È una band di Bologna, i Rumba de Bodas. La musica che facciamo è ballereccia, diciamo così. Ma compongo anche delle cose mie come solista: sono più intime, più cantautoriali, meno swing, meno saltellose, meno allegre; un po’ più malinconiche.

Te la cavi alla grande anche con la pronuncia inglese.

(ride) La verità è che ripeto molto le canzoni. E poi ho sempre ascoltato musica inglese, anche da mio padre, rock anni ’80 soprattutto. Quindi tutto quel filone british io l’ho sempre seguito e un po’ mi è rimasta la cosa della pronuncia inglese, che ho sempre studiato.

Parliamo della tua esperienza in Veloce come in vento: è stata la prima? Sei anche tra i protagonisti di Tutto può succedere, la serie tv di Rai1.
Ho girato prima Veloce come il vento di Tutto può succedere, ma è uscito prima Tutto può succedere. Ma sì, il mio esordio assoluto è Veloce come il vento.

E com’è andato il casting? Voglio dire: eri alla tua prima esperienza, come ti sei avvicinata proprio a questo film?
Sono stata chiamata da un amico che lavorava con la responsabile della casting che mi ha scelto, Francesca Borromeo. Hanno fatto provini in tutta Italia, ma per Matteo, il regista, era importante che la protagonista fosse emiliana-romagnola. Veloce come il vento, in un certo senso, è un film in lingua: si parla in dialetto. Io sono stata chiamata un po’ per caso, da questo amico appunto. Mi sono presentata un po’ per gioco e un po’ per curiosità. Durante questo provino, ho improvvisato una parte, mi hanno raccontato qual era la mia storia e qual era il mio personaggio, e finito il provino Francesca mi ha chiesto se avevo voglia di rivederci il giorno dopo. Dopodiché sono stata chiamata a Roma, per un provino con Stefano Accorsi e Matteo [Rovere, ndr].

Il personaggio di Giulia è un personaggio complicato. Introversa, rigida, con un look che fa a cazzotti con la sua personalità.
Quando lo spettatore fa la sua conoscenza, Giulia è nel momento più tragico della sua vita: è appena morto il padre, che è anche il suo allenatore. Lei è una ragazza molto rigida di base, molto composta e molto ligia. Quando ha la sua tuta azzurra, è come se indossasse una divisa. E la sua rasata blu è la sua follia, che rappresenta il mondo della pista, sregolato e adrenalinico, ed è la follia che porta con sé nella vita reale, dove è iper-responsabile, dove deve crescere un fratellino piccolo, deve salvare la sua casa e saldare il debito di suo padre. Tutte cose più grandi di lei.

E in un certo senso, quando sale in macchina, quando è sulla pista, è più libera.
Esatto. La pista che è il suo habitat naturale da quando è piccola, è la sua scappatoia dalla realtà, è un po’ il modo in cui libera la mente; quando il padre viene a mancare, diventa l’unica cosa che le resta e l’unica cosa a cui si aggrappa, perché deve vincere il campionato di Gran Turismo per mantenere la sua casa. Quindi la sua valvola di sfogo diventa anche la sua disperazione.

Un’altra cosa che colpisce è che Giulia non solo è la più giovane alle gare, ma pure l’unica donna.
Il personaggio di Giulia De Martino vuole essere anche un omaggio a tutti quei piloti donne – non si dice pilotesse – che effettivamente ci sono nel mondo della corsa. Io ho avuto la fortuna di conoscere una di loro, Luli Del Castello, alla quale mi sono anche un po’ ispirata, che mi ha raccontato com’è essere donna in un mondo come questo, un mondo, diciamo, molto maschilista.

E poi c’è il rapporto tra lei e suo fratello Loris. Sono l’uno l’opposto dell’altra. Con Stefano Accorsi, che interpreta Loris, com’è andata?
Lo sfondo del film è il mondo delle corse ma il perno è la storia familiare, soprattutto il rapporto tra Loris e Giulia. Tra me e Stefano c’è stato un bellissimo feeling fin dal primo provino che abbiamo fatto, quando ancora nessuno dei due aveva ben chiaro il proprio personaggio. Il fatto di esserci trovati in sintonia, ci ha aiutato molto. Abbiamo fatto molta preparazione prima del film. E sì, a un certo punto siamo diventati veramente come fratello e sorella. Si era instaurato un rapporto di complicità anche fuori del set. E proprio per questo siamo riusciti a raccontare anche i momenti di scontro più forti tra Loris e Giulia, anche i momenti in cui si odiano e si scontrano. La storia, poi, parla di questo come ti dicevo: di una famiglia che si ricongiunge, di tre persone diverse, – perché c’è anche il fratello più piccolo – che si uniscono.

In un certo senso, tu e Giulia avete molte cose in comune.
Il parallelismo tra me e Giulia sta nell’età, innanzitutto. Quando ho girato il film avevo appena compiuto 18 anni e avevo preso la patente da 2 mesi. Chiaramente c’è una scala diversa di valori: Giulia ha perso il padre, io ho fatto solo un film. Ma l’ho vissuta molto intensamente. Ho empatizzato molto con questo personaggio. Non avendo una base tecnica che mi sostenesse, io Giulia l’ho fatta di pancia, dalla prima all’ultima scena, dal primo provino all’ultimo giorno di set. E spesso Stefano mi ha detto che non facevamo mai nessuna scena uguale all’altra perché ci lasciavamo guidare molto dall’emotività. Che è una bella cosa. L’ho vissuta veramente al 100%. E uscire dal personaggio non è stato così immediato o facile come si potrebbe pensare.

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