Saper scrivere è un dono raro. Come vedete, a me non è stato concesso. A Martin McDonagh sì, e il suo talento lo ha messo a disposizione prima del teatro e poi del cinema, regalandoci una sfilza di film molto belli, da In Bruges – La coscienza dell’assassino a Tre manifesti a Ebbing, Missouri fino al magnifico Gli spiriti dell’isola. E adesso, inspiegabilmente ignorato dalla giuria dell’ultima Mostra del Cinema di Venezia (qui la nostra recensione), dove era in concorso, Wild Horse Nine (al cinema da oggi con Searchlight Pictures). O meglio, non proprio ignorato, perché John Malkovich ha vinto la Coppa Volpi per la migliore interpretazione, ma diciamo che sarebbe stato difficile togliergliela.
Wild Horse Nine è uno di quei film che si finirà col vedere ciclicamente almeno una volta ogni paio d’anni, una di quelle ricette la cui riuscita si basa sul perfetto equilibrio degli ingredienti, che in questo caso sono un cast eccezionale, una sceneggiatura di ferro e una serie di verità, storiche ed esistenziali, che portano a riflettere per settimane su sé stessi e sul mondo in cui viviamo una volta usciti dalla sala. Insomma, tutto quello che una storia raccontata bene dovrebbe fare.
Quella di Wild Horse Nine comincia a Santiago, Cile, poco prima dell’11 settembre 1973. Chris e Lee sono due agenti della CIA. Il secondo, più giovane, si prende cura del primo, suo mentore all’interno dell’agenzia, protagonista segreto della Storia, responsabile di alcuni colpi di stato e forse anche dell’omicidio Kennedy. Un fardello che, arrivato alla fine della propria carriera, e della propria vita, è diventato insostenibile da portare. E l’unico modo per alleviare questo peso è abbracciare qualcosa che il suo posto nel mondo gli ha sempre negato: la verità. Tutto accade durante una vacanza sull’Isola di Pasqua, tra teste giganti e cavalli selvaggi.
Wild Horse Nine è un dramma esistenziale vestito da commedia che racconta il mondo contemporaneo attraverso le miserie umane di due personaggi che un autore ce l’hanno, ma come probabilmente a tutti noi manca un reale scopo nella vita, perché quello che gli è stato assegnato dal caso forse non era quello che davvero avrebbero voluto. Ma si sa, non si può avere tutto. Film strepitoso, condito da interpretazioni monumentali, Malkovich per primo, ma anche Sam Rockwell, Steve Buscemi e la sempre meravigliosa Mariana Di Girolamo (perché McDonagh oltre a scrivere sa anche come dirigere gli attori), Wild Horse Nine è uno dei film che caratterizzerà la Awards Season, in un anno in cui Odissea e Digger dovevano vincere tutto e forse non vinceranno niente. Come Chris e Lee, i cavalli selvaggi possono tutto, perché sono liberi. È quello di cui abbiamo parlato proprio con Martin McDonagh a Londra, durante il BFI London Film Festival.
Martin, non siamo nella fottuta Bruges questa volta, ma nella fottuta Isola di Pasqua, ma il succo è lo stesso: due uomini uno di fronte all’altro che osservano le loro miserie e il loro dolore. Come mai ti piace così tanto mettere in scena queste storie?
Credo sia il naturale punto di partenza che mi viene in mente quando incomincio a cercare una storia da raccontare, ovvero due uomini che discutono, che litigano anche. E allo stesso tempo mi piace che questo accada in un luogo che sia caratterizzante e altrettanto importante nell’economia del racconto. Il perno per me è sempre che questi personaggi si facciano due domande: chi siamo e perché siamo qui. Una volta innestati nel meccanismo gli elementi CIA e Cile 1973, tutto è venuto naturale.

Martin McDonagh e Tom Waits sul set di ‘Wild Horse Nine’. Foto: Justin Lubin/Searchlight Pictures
Quelle due domande sono alla base del vero tema centrale del film, il potere della verità, un tema che ti preme particolarmente e non solo in questo film. Come mai?
Chris, il personaggio di John Malkovich, è un uomo che ha vissuto nella menzogna tutta la vita, e arrivato alla fine della sua vita cerca una via per la redenzione, dato che colpa e rimorso si stanno facendo strada. Farne un portatore di verità, quest’uomo dall’anima oscura, era decisamente una cosa affascinante.
Cito Tracy Chapman: parliamo di rivoluzione. Affermi chiaramente che non possono più esserci rivoluzioni pacifiche.
Eh, diciamo talvolta, ecco. È sempre una questione legata alla verità delle cose. Come possiamo fermare il fascismo attraverso un’opposizione pacifica? Chris afferma che non è possibile, ma avendo scritto quello che dice, se dovessi dirti se sono d’accordo con lui, posso rispondere che temo che essere pacifici e pacifisti oggi, scendere in strada e marciare per un cambiamento, nella tetra condizione in cui versa il mondo contemporaneo, non credo sia efficace quanto altri metodi.
Conoscere gli ultimi settant’anni di Storia mondiale certamente aiuta ad abbracciare meglio Wild Horse Nine, ma i racconti di Chris e Lee sono anche uno sprone a studiare ciò che non si conosce. Era uno dei tuoi obiettivi?
Assolutamente. Non credo sia necessario essere particolarmente esperto di Storia per entrare meglio nel racconto, ma se una volta usciti dalla sala ci fossero spettatori consapevoli di quanto accaduto in Cile, in Congo, a Cuba, a Dallas con l’omicidio Kennedy, e volessero approfondire questi eventi, allora sarebbe senz’altro una bellissima cosa.










