Manetti Bros: addio Diabolik, grazie Diabolik | Rolling Stone Italia
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Manetti Bros: addio Diabolik, grazie Diabolik

Esce l’ultimo capitolo della trilogia sul ladro più famoso dei fumetti “all’italiana”. Intervista di fatto doppia (anche se abbiamo parlato solo con Marco, causa contrattempo di Antonio) al duo che ha cambiato la percezione del “genere” nel nostro Paese. Anche se parlare di cinema di genere è improprio, dicono loro. L’ultimo progetto, lo stile, il futuro. E una parola chiave: non fratellanza, ma “fratellismo”

Manetti Bros: addio Diabolik, grazie Diabolik

I Manetti Bros. con Miriam Leone (Eva Kant) e Giacomo Gianniotti (Diabolik)

Foto: Nicole Manetti

Il 30 novembre esce nelle sale italiane Diabolik – Chi sei?, prodotto da Mompracem con Rai Cinema, distribuito da 01 Distribution e diretto, come gli altri due capitoli di una trilogia che sembra così destinata a concludersi, dai fratelli Marco e Antonio Manetti.

Anche nel terzo Diabolik, vive e lotta insieme a noi l’intento di accogliere il pubblico, a pugnali sguainati, in un mondo cinematografico non standardizzato. È ancora la specialità della casa l’assenza di effetti speciali: tutt’al più, all’occorrenza, ecco che la Jaguar del protagonista accenna appena a un saltello mortale, magari grazie a un’umile rampa a scomparsa di cui si ostentano, sottoterra, i contrappesi del meccanismo che l’aziona. Ma questa volta il grande sforzo estetico è più bilanciato, rispetto al passato, da una maggiore profondità psicologica e drammatica della materia narrata, e i primissimi piani sugli occhi messi a nudo di un criminale, puntualmente smascherato dal sentimento, sono l’occasione di svelare anche un paio di trucchi dei suoi registi.

Nonostante l’assenza di Antonio – un contrattempo – Marco Manetti ci ha parlato abbondantemente per due di manierismo e originalità, di cinema di genere e di generi cinematografici, di fratellismo e fratellanza.

Caro Marco, con la chiusura della trilogia di Diabolik tu e Antonio vi confermate tra i più valorosi David (di Donatello, noblesse oblige) del cinema d’intrattenimento d’autore, schierati contro i Golia dei cinecomic americani in crisi di ispirazione. La vostra è una forma di resistenza culturale più irriducibile perfino di qualunque spiegone di Martin Scorsese sul New York Times, perché in fin dei conti combattete i marveloni sul loro stesso campo, i film tratti da fumetti, anche se con armi completamente diverse: perlopiù coltelli da lancio con torcia elettrica incorporata e decilitri e decilitri di penthotal e scopolamina.
Il problema non è l’esistenza dei film Marvel, ma la mancanza di alternative. E penso che anche Scorsese qui sbagli. Per il modo in cui si esprime rischia di diventare il regista anziano spaventato dal nuovo che avanza. Il problema è fare altro. Ad esempio: fare film tratti da fumetti che non somiglino per niente a quell’idea di cinecomic.

A te piace quel cinema? Lo guardi?
A differenza di molti, non ho un approccio ideologico a questo tema. Sono convinto che su dieci marveloni almeno uno buono ce ne sia.

Allora qual è il problema?
So’ troppi.

I Manetti Bros. sul set. Foto: Davide Pippo

Per l’eleganza e la coerenza nell’elaborazione di un linguaggio cinematografico tutto suo, il terzo Diabolik può essere posto accanto a un altro film italiano del 2023 che sembrerebbe non somigliargli per niente, se non fosse che presenta anch’esso un’origin story. Non di un ladro geniale, ma delle donne italiane al voto: l’opera prima di Paola Cortellesi. A proposito: Diabolik – Chi sei? è un film di interesse culturale nazionale?
Sì, definizione misteriosa, ma sì.

Misteriosa e ministeriale. Con C’è ancora domani il terzo Diabolik sembra avere in comune un equilibrio tra scelte estetiche e scelte di contenuto. In questo è un film molto diverso dal primo della trilogia diabolica, in cui lo stilismo sembrava, a tratti, prendere il sopravvento sulla materia narrata. Questo equilibrio è, per voi fratelli Manetti, un punto di arrivo cercato o un incidente di percorso per sopraggiunta maturità?
I nostri Diabolik sono tre film con tre approcci completamente differenti. Ciò che in Diabolik – Chi sei? ha causato una sorta di rottura con quello che vi è parso manierismo nel primo è, a un livello più lucido e cosciente, il fatto che abbiamo provato a rispettare la pluralità stilistica degli albi di Diabolik, che sono tutti diversi, spesso appartenenti addirittura a generi diversi. Del resto sono più di novecento numeri, che vanno avanti per sessant’anni, toccando varie epoche. Abbiamo provato a farlo anche noi. I primi due episodi sono ambientati in momenti diversi degli anni ’60, un periodo manieristico di per sé. Invece il terzo si svolge nei ’70, un’epoca in cui l’approccio al cinema era più sanguigno e profondo, meno stilizzato. A un livello più inconscio, e infatti ce ne siamo accorti solo dopo, posso dire che lo stile del terzo Diabolik, al di là del periodo, somiglia molto al nostro stile. Somiglia più degli altri due ai film che abbiamo sempre fatto. In effetti quello che potrebbe sembrare un punto di arrivo in realtà è un tornare indietro. Abbiamo trovato, in altre parole, il Diabolik che era in noi. A questo Diabolik diamo finalmente del tu.

Questo si nota. Non siete tipi da manifesto poetico. Ma, ad esempio, quando mostrate quell’essere diabolico, inafferrabile e ineffabile, che saluta con un semplice, quotidianissimo Amore la sua Eva giunta a salvarlo…
Occhio agli spoiler, mi raccomando.

… la sua Eva giunta come sempre a salvarlo, quel Diabolik siete voi. Quel saluto dolcissimo del diavolo è l’aggiunta più importante apportata dai fratelli Manetti al personaggio e all’universo delle sorelle Giussani.
Non lo chiamerei più solo Diabolik. Anche in passato abbiamo sempre cercato di raccontare una realtà il meno manichea possibile, e i nostri cattivi sono sempre stati pieni di pregi, così come i nostri buoni di difetti. Il cammino di Diabolik nella nostra trilogia è quello di un diavolo che scopre la sua umanità grazie alla donna di cui si innamora. È un uomo che ha imparato a non fidarsi e a non amare, ma Eva lo riporta prepotentemente sulla strada dell’amore.

Miriam Leone è Eva Kant. Foto: Nicole Manetti

Il vostro universo cinematografico non è costruito a colpi di personaggi e trame riciclati o riscritti da paradossi spazio-temporali, ma grazie a una squadra di attori e di maestranze che ritornano spesso sui vostri set e che, tutti insieme, contribuiscono alla vostra cifra artistica. Che valore aggiunto ha lavorare con persone che evidentemente stimate davvero, rispetto al più tradizionale nepotismo del cinema italiano?
Un valore immenso. Abbiamo costituito un gruppo che somiglia più a una compagnia teatrale che a una crew cinematografica. Non bisogna mai smettere di pensare al cinema come a una forma d’arte collettiva e sono fiero che anche in questo film sia così visibile il talento di tante persone, quasi tutte più giovani di noi, senza le quali sarebbe stato impossibile raggiungere i risultati che speravamo. A partire dalla nostra scenografa Noemi [Marchica], che ci è accanto fin dall’inizio e con cui scriviamo e riscriviamo le scene visitando le location. A volte io e Antonio, inquadrati da un telefonino, interpretiamo i vari personaggi davanti a lei, per la prima volta. Scenografia e racconto nascono praticamente insieme. Clerville è un paese immaginario, collocato negli anni ’70 da una giovane donna sulla trentina. È un lavoro pazzesco, senza alcuna retorica, reso ancora più bello dal nostro direttore della fotografia, Angelo Sorrentino.

Nel mondo dei Manetti non ci sarà nepotismo, ma c’è di sicuro molto fratellismo. Il nepotismo si attua quando una generazione precedente, raggiunta l’egemonia, passa il potere a quella successiva. Il fratellismo è sgomitare tutta la carriera l’uno accanto all’altro. Perché il fratellismo funziona così bene al cinema e, in particolare, alla regia?
In effetti, se prendi in mano la storia del cinema, ti rendi conto che il fratellismo è un po’ una costante. Spesso ci chiediamo, semmai, come facciano gli altri a lavorare da soli. Al cinema essere fratelli di chi lavora con te è l’unico modo di farcela.

E come mai?
Primo: perché si hanno riferimenti culturali simili. Secondo: perché quando mandi affanculo l’altro, e io e mio fratello lo facciamo spesso, è facile che gli passa prima, anche perché lo mandi affanculo da quando sei nato. Non se che risponderebbe Antonio, ma se non avessi avuto un fratello che condivideva la mia stessa passione, certamente non sarei riuscito a diventare un regista.

Giacomo Gianniotti alias Diabolik. Foto: Nicole Manetti

Antonio è il trascinatore dei due?
Io sono il più grande, quindi semmai l’ho trascinato io. È che non mi piacerebbe confrontarmi solo con me stesso. Col tempo ci siamo accorti che il nostro gruppo di lavoro è così affiatato anche per il fatto che siamo partiti in due.

Dunque il vostro sistema è una fratellanza, un fratellismo aumentato.
Sui set non sai mai cosa pensi davvero un regista solitario. Invece noi siamo costretti da sempre a esternare l’uno all’altro le nostre idee, circostanziandocele a vicenda, rompendo la barriera dell’imbarazzo, tagliando corto la diplomazia. Così è più facile che anche gli attori o i tecnici diventino, a loro volta, interlocutori, e non destinatari delle indicazioni un po’ oscure, così tipiche dei registi.

È grazie al fatto di lavorare accanto a una persona con cui sei cresciuto che non sembra essersi spezzato, nemmeno in produzioni importanti come quella dei Diabolik, un legame con le origini spontanee, casalinghe, ludiche del vostro stile, e cioè una delle cifre più evidenti del vostro cinema? È così che riuscite a dirigere Monica Bellucci che fa l’accento russo con lo stesso spirito con cui, tanti anni fa, dirigevate i nigeriani in Torino Boys?
Costruire i gadget di Diabolik senza effetti digitali è costoso e faticoso, ma anche molto divertente. Io la voglio vedere e sentire, la macchina che sgomma! Sì, siamo ancora due fratelli che giocano con le telecamerine dentro casa.

Monica Bellucci (Altea) e Valerio Mastandrea (Ginko) in una scena del film. Foto: 01 Distribution

Fai conto che ti abbiano dato del Penthotal. Pensi mai a un film che faresti da solo?
Sì e no, ma più no. Antonio e io siamo persone diverse, e a volte ci capitano davanti delle storie che non potremmo sviluppare insieme, perché potenzialmente legate solo alla sensibilità di uno dei due. Ma, molto serenamente, le accantoniamo. Il pensiero può esserci, ma non la frustrazione. Per fortuna le idee non ci mancano.

Il cinema è ancora la più grande macchina di intrattenimento che esista, oppure sta vivendo una fase di declino?
Penso che non ci sia alcun declino. Vorrebbe dire che non ce n’è davvero bisogno. Se il cinema fosse realmente in declino sarebbe un’arte inferiore rispetto al teatro o alla letteratura, che se ne stanno ancora là. Tutte le forme d’arte si evolvono, mutano, ma sono lì. Perché la tecnologia dovrebbe uccidere il cinema e non i romanzi? Il cinema sarebbe ben poca cosa se a farlo fuori bastassero le piattaforma che ce lo portano in casa. Credo che ci sia, da una parte, la naturale paura del nuovo. Dall’altra, la confusione della crisi con la fine. Se guardi al mondo in maniera davvero globale, capisci che forse questa crisi del cinema può riguardare tutt’al più quello occidentale e americano, che ne è stato a lungo la guida. Non mi sembra che il cinema coreano sia in crisi, anzi: è nel suo momento migliore. C’è una frase di Einstein che ho letto affissa in un bar calabrese: “La crisi è un’opportunità”. Per crescere, per mettersi in discussione.

La vostra visione della vita è simile a quella che avete del cinema? È così importante rifugiarsi nella fantasia o nel passato? O combinarli come in Diabolik?
Uno dei motivi della crisi di cui parlavamo è proprio la mancanza di fantasia. La grande differenza tra gli uomini e gli altri animali è proprio la capacità di rifugiarsi nella fantasia. Il senso dell’arte è nel vedere un mondo che non puoi vedere e vivere una vita che non puoi vivere. Tra l’altro vite che, nel nostro caso, sarebbero anche piuttosto pericolose. Vi scrivo un manifesto: questa tendenza dell’uomo è attualmente minacciata dall’invasione delle storie vere. Come se un film tratto da una storia vera potesse essere più interessante in partenza. Per me è esattamente il contrario. Se facessi un film tratto da una storia vera, cercherei in tutti i modi di fare finta che non lo sia.

O comunque non te ne vanteresti.
No, direi proprio di no.

Lorenzo Zurzolo in una scena del film. Foto: 01 Distribution

Sospettiamo che la definizione di cinema di genere vi vada stretta. Questo sebbene il cinema di genere sia un’eccellenza tutta italiana, di fatto intraducibile in altre lingue. Inoltre è da tempo che il cinema di genere, perfino quello più inconsapevole, viene rivalutato. Allora perché questa avversione?
È un po’ complesso. Ci sono due modi di vederla. Per prima cosa: che vuol dire cinema di genere? Quando un americano dice “genre movie“, intende più o meno un sinonimo di “film di serie B”. Ma per un americano Terminator non può essere un film di serie B. E infatti non lo metterebbe mai tra i genre movies. Quando Tarantino, grande appassionato di genre movies americani, parla con un italiano, mi accorgo che non si capiscono. Per Tarantino Terminator non è un film di genere come lo intendiamo noi ma, semmai, lo potrebbe essere un film da esso generato, come da un prototipo. Un film di scia. Il film della Cortellesi è andato bene? Facciamo tutti i film in bianco e nero! Noi non facciamo questo. Se facessimo questo, faremmo dei Marvel movies anche noi. Temo che il primo Diabolik abbia sorpreso chi dal manifesto si aspettava il Marvel movie italiano. Non ci sarebbe stata cazzata peggiore. Non può esistere un Marvel movie italiano.

E che cosa sono allora, per voi Manetti, i generi?
I generi sono un’altra cosa. Servivano a classificare i film nei negozi di DVD. Non voglio sembrare presuntuoso, ma mi chiedo: perché devo essere considerato un regista di film di genere se sono tra i pochi che non badano al genere di un film, quando lo fanno? Anche la commedia è un genere.

Anche il cinema impegnato è un genere?
Certo. Il problema del cinema italiano è che da moltissimi anni riesce ad esprimersi quasi solo attraverso due generi. Forse per assurdo sono proprio quelli che fanno solo commedie o solo film impegnati i veri registi di genere, perché non escono mai da quegli ambiti. Un tempo si pensava che in Italia non si potesse fare un film di fantascienza, come se fosse appannaggio solo degli americani. E invece anche questa è una cazzata totale.

E la rivalutazione dei film di genere? Come la mettiamo?
Nella storia del cinema anche qualche film di filone ha rivelato dei grandi artisti, non sempre compresi se non a posteriori. Negli anni ’60 si considerava Hitchcock un regista di cassetta. Dario Argento non può essere messo alla stregua di tutti gli altri registi di gialli dei suoi anni.

Perché alcuni film, come La guerra del Tiburtino III, li producete e basta?
Perché i nostri film li dirigiamo per motivi egoistici. Altri li produciamo per motivi altruistici. Cerchiamo di produrre film altrui che ci sembrano funzionare ma che, in Italia, non verrebbero prodotti altrimenti. Il primo film di Luna Gualano, Go Home, ci era sembrato interessante perché riusciva a mettere insieme puro intrattenimento e qualcosa da dire: degli zombie assediano un centro di accoglienza dove anche un ragazzo nazi è costretto a rifugiarsi. Ci siamo chiesti cosa avrebbe potuto fare Luna con un budget doppio o triplo rispetto a quello di Go Home,  e così è nato La guerra del Tiburtino III.

Ci sono film italiani di quest’anno, che non avete né diretto né prodotto, che vi siano piaciuti?
Questa è una domanda difficile, ci vorrebbe mio fratello. Io, per motivi personali, guardo pochissimi film italiani. Il fenomeno Cortellesi è interessantissimo e positivissimo e, nonostante le invidie tipiche del nostro mondo, può fargli solo bene. Se potessi dire solo un titolo, sarebbe di certo quello di Garrone (Io capitano, nda).

A cosa state lavorando?
Abbiamo da poco finire di girare U.S. Palmese, un film ambientato a Palmi, il paese di nostra mamma. Dal punto di vista formale è un film sportivo, ma non è un film sullo sport, perché è una storia di calcio dilettantistico calabrese che racconta una squadra ma anche un luogo che amiamo tantissimo. Per farlo ci siamo molto ispirati agli anime di calcio, in particolare Holly e Benji.