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Lyda Patitucci e ‘Come pecore in mezzo ai lupi’, un esordio da non perdere

L'opera prima della action woman italiana è un crime d'atmosfera, un thriller di anime e corpi, interpretato meravigliosamente da Isabella Ragonese e Andrea Arcangeli. Abbiamo fatto due chiacchiere con la regista

Foto: Andrea Pirrello

Quello di Lyda Patitucci è un esordio importante, per lei, ovviamente, ma anche e soprattutto per il cinema italiano: parliamo di una donna (topic numero 1), che fa genere (topic numero 2) in Italia (topic numero 3): «Certo, non è comune. Sono felicissima di questo film e penso che mi corrisponda, che possa definire un po’ meglio anche il tipo di cinema che mi interessa e che voglio fare. È un po’ il senso di un’opera prima, no?», mi racconta al telefono un paio di giorni prima dell’uscita di Come pecore in mezzo ai lupi (al cinema dal 13 luglio). Un film tesissimo, spiazzante, spietato perfino, un crime d’atmosfera, un thriller di anime e di corpi che da perdere non hanno nulla. O forse tutto.

Un esordio che arriva dopo una formazione anche internazionale (all’ESCAC, la Scuola superiore di cinema di Barcellona) e l’esperienza sui set di Veloce come il vento, Smetto quando voglio e Il primo re. Dietro la maggior parte delle scene action del nostro cinema più contemporaneo e sperimentale come regista di seconda unità infatti c’è lei. Poi la regia di alcuni episodi di Curon, il supernatural drama targato Netflix. E oggi, finalmente, il debutto sul grande schermo: «È un esordio che arriva dopo un percorso abbastanza lungo, e se da un lato è stato snervante perché questo è sempre stato il mio obiettivo, dall’altro mi ha permesso di affrontarlo con una certa solidità e sicurezza emotiva che spero si traduca anche nella forma. Ho avuto molto presente la consapevolezza dell’opportunità, del raggiungimento di questo obiettivo e la volontà di farlo al meglio, chiaramente con i limiti e le risorse di cui disponevo in termini di tempo e di soldi. Ma sapevo bene che linguaggio volevo utilizzare e come». Un fattore essenziale per Lyda è stato anche lo scambio con Groenlandia e Matteo Rovere: «Un rapporto così consolidato con lui, di conoscenza profonda non solo per quanto riguarda il lavoro ma anche i gusti, l’attitudine, il modo di lavorare e di stare sul set, ha fatto sì che io sia stata estremamente libera in tutte le scelte. La considero una grande fortuna».

Lyda Patitucci. Foto: Andrea Pirrello

Ma come si sceglie il primo film? «Con Matteo era parecchio tempo che volevamo fare qualcosa insieme. Io sto preparando un altro film in sviluppo (ci arriveremo, nda), ma – come dicevamo – non è facile per una donna esordire nel genere». Insomma, questo è il primo lungometraggio che Lyda dirige, ma non è il primo che prova a fare. «Ne ho avuti altri in sviluppo, sempre tutti molto di genere. Spesso poi si arenano dal punto di vista del finanziamento, si arriva a un certo punto e poi non c’è la volontà di investire, di scommettere, perché è chiaro che un’opera prima è per definizione una scommessa. Tra l’altro, nel mio caso, avendo lavorato a un po’ di progetti, si poteva anche vedere che quantomeno un minimo di professionalità c’era, poi la qualità e l’esito non sono mai certi», ride. «Aggiungo anche che ora, come donna, sto avendo più facilità rispetto a 10 anni fa. Va bene che uno è sempre giovane, però ecco io c’ho più di 40 anni», ride di nuovo.

Insomma, per Lyda era arrivato finalmente il momento di fare un film, girarlo, lavorare con gli attori: «Matteo voleva che leggessi una sceneggiatura. E mi ha proposto questo lavoro di Filippo Gravino che io amo e che spesso ho sfiorato nei progetti a cui ho partecipato, ma con il quale non avevo mai lavorato direttamente. Mi ha conquistata subito». Perché al centro c’è «una relazione molto interessante da indagare e per nulla scontata tra i due protagonisti», interpretati meravigliosamente da Isabella Ragonese e Andrea Arcangeli (e non diremo altro per evitare spoiler). E poi c’è «una cornice di azione, di genere, molto definita e per me molto importante da mantenere, da rispettare e in cui giocare».

Ecco, se avete sentito parlare di Lyda come della nostra Kathryn Bigelow, una action woman pura, sappiate che c’è di più: «Per me i film, anche da spettatrice, sono i personaggi. E mi piace indagare quello che non conosco, che non capisco, Spesso nell’essere umano la reazione più istintiva è la violenza, la prevaricazione dell’altro». Vera (Ragonese) è una fixer dura e precisissima, Bruno (Arcangeli) è un giovane padre che è uscito da poco di galera e cerca di arrabattarsi. «Questi personaggi che si trovano in una situazione dove la cornice è criminale, dove i conflitti diventano fisici e vengono interiorizzati, mi piacciono perché mi permettono di mantenere una dinamicità, un’azione in senso lato che nel cinema e nelle storie è fondamentale. Non riesco a immaginare di poter raccontare qualcosa in cui non c’è una dinamica di azione, è necessaria, mi stimola. Ho anche potuto specializzarmi su quello, ma nelle storie che metto in scena l’azione è sempre funzionale ai personaggi. Poi io sono un’estimatrice della cinematografia action pura, ma lì il livello qualitativo è altissimo e il pubblico, giustamente, vuole vedere quegli standard». Lo sguardo, semmai, qui è più rivolto a crime-thriller come «Heat – La sfida, che per me è un film di riferimento proprio per questo, o Collateral. Non sto paragonando, eh, non sono così matta. Ma non mi sentirai mai definirli come dei film puramente d’azione, e in fondo questa è anche la cinematografia con cui io sono cresciuta».

Isabella Ragonese è Vera. Foto: Andrea Pirrello

Come pecore in mezzo ai lupi ha tre cuori che battono: quello (come avrete capito) appassionatissimo di Lyda e quelli di Isabella e Andrea. «Si raccontano in maniera speculare, perché sono due personaggi che hanno lo stesso vissuto e che poi caratterialmente prendono due strade opposte, non soltanto nella professione, che è forse un riflesso, ma anche internamente». Non avete mai visto una Ragonese così dark, in tutti i sensi. «Lei si chiude e si crea una corazza molto solida, congela la sua emotività in una maniera quasi adolescenziale, è totalmente immatura nelle sue relazioni. E nella sua vita professionale invece è risolta, ha tutto sotto controllo, è molto brava, è disposta a rischiare, cosa che non è disposta a fare invece sentimentalmente, dove è completamente chiusa all’altro». E invece sente l’impulso fortissimo di abbracciare il personaggio di Arcangeli (che peraltro in alcune immagini ha un che di Christian Bale): «Bruno è l’opposto: è un uomo che è consumato dalla vita, ma perché in fondo ha fame di vita e pensa sempre che ce la si possa fare, che non tutto sia perduto. È uno che costruisce, interesse relazioni, che cerca di unire, è sempre aperto all’altro».

Quando parla del lavoro con i suoi due attori Patitucci si illumina: «Si sono affidati e fidati molto, non è scontato. Hanno attraversato una preparazione fisica importante perché ho cercato di lavorare molto in sottrazione su tutto il film, di scarnificarlo. Volevo che ogni segno anche del loro aspetto raccontasse un passato, che non doveva per forza essere verbalizzato per essere capito. Isabella ha dovuto mettere su massa, rafforzarsi, indurirsi. E su di lei ho lavorato anche con i trucchi, con la prostetica, andando a indurirle un po’ il naso, i suoi lineamenti angelici, scurirla di capelli. Con Andrea invece ho fatto l’opposto, perché arrivava da Romulus 2 bello come il sole, forte, energico, muscoloso, sprizzava vitalità. Io avevo bisogno di una persona più consumata. E quindi ha fatto un durissimo lavoro di dieta, di allenamento che l’ha proprio stremato. E questa preparazione ha fatto sì che entrambi poi potessero sentirsi questi personaggi addosso».

Andrea Arcangeli è Bruno. Foto: Andrea Pirrello

Lyda gioca con i canoni e anche con la contemporaneità più pop: il personaggio di Ragonese lavora con dei criminali che dichiarano di essere i responsabili della celeberrima rapina parigina a Kim Kardashian. E non potrete fare a meno di sorridere: «Quello è l’intento. È un evento reale messo a segno dai Pink Panther, questa banda slava in senso lato, diventata famosa proprio per quel colpo. Serviva a inquadrare giocosamente chi sono questi personaggi, perché all’inizio non sai nulla. Poi però quest’atmosfera viene interrotta violentemente con un evento che mette in guardia lo spettatore e, soprattutto, vuole mettere in guardia Vera, perché non a caso la vittima è un’altra ragazza. Mi piacciono gli inizi che danno le chiavi di lettura delle storie».

È un film che fa sconti e non si fa sconti «perché non ha senso farseli, le cose succedono, punto e basta». E c’è la sensazione costante che sia tutto normalissimo e insieme devastante: «Sì, agghiacciante. Io sono attonita che il mondo vada in questo modo e che ci sia questo tasso non solo di non accettazione, ma proprio di chiusura e di sopraffazione. L’unica speranza che ha l’essere umano è quella di aprirsi all’altro. E questa riflessione, che a me interessa proprio da un punto di vista esistenziale, credo la si possa declinare in molte maniere. Però anche delle piccole storie di intrattenimento possono fare la loro parte. Noi abbiamo sempre un po’ la tendenza a voler dare delle lezioni, invece se uno riesce a suscitare una sola domanda, una curiosità o un’emozione, è già un grandissimissimo risultato».

Lyda Patitucci sul set con Isabella Ragonese. Foto: Andrea Pirrello

Cosa si aspetta Lyda da questo esordio? «Be’, intanto spero che qualcuno lo vada a vedere», ride. «L’uscita estiva da un lato non è “alta stagione”, però essendo un film di genere… per me, fin da piccolina, l’estate era proprio il momento di andare al cinema. Poi l’idea che il trailer passi insieme alle mega produzioni che escono in questi giorni potrebbe stuzzicare la curiosità di qualcuno. Dal punto di vista professionale, invece, mi auguro che questo film possa darmi un po’ più di solidità, stabilità e finanziabilità per il futuro, anche banalmente in termini di possibilità di fare altri lungometraggi». Lyda sta preparando Obliquo 616 con Propaganda Italia, «un film di fantascienza, ma molto poco futuristico e molto realistico, una distopia vicina a noi. È da anni che ci proviamo ed è abbastanza grosso, complesso. E poi ci sono sempre le “solite” difficoltà a fare il genere». Intanto andate a vedere Come pecore in mezzo ai lupi. E, come mi ha detto una collega tempo fa, fatevi la domanda che ci si dovrebbe porre davanti alle opere prime: andrei a vedere un altro film di Lyda Patitucci? Io assolutamente sì.

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