Rolling Stone Italia

Lily Gladstone si sta godendo il suo momento (e sta facendo la Storia)

«Saranno tutti tuoi amici un giorno, quando vincerai l’Oscar». Glielo diceva suo padre quand’era bambina, e ora quella previsione potrebbe diventare realtà. La protagonista di ‘Killers of the Flower Moon’ è in pole position per una candidatura (e una vittoria) ai prossimi Academy Award. E, se trionfasse, sarebbe la prima attrice di origini nativo-americane a reggere in mano la statuetta. Dal momento in cui voleva mollare tutto alla chiacchierata su Zoom con Martin Scorsese, e con un motto in testa: «Andare alla mia velocità»

Quando Lily Gladstone cresceva nella riserva indiana dei Blackfeet, nel profondo Montana rurale, recitare era una via di fuga dai bulli, che la prendevano di mira perché «logorroica e stupida». L’idea le è venuta dal padre, un nativo di origine Piegan Blackfeet e Nez Perce, che lei descrive come «un po’ mago» e che «quando ero più giovane mi aveva convinto di essere in grado di spostare le nuvole».

«Mio padre si è accorto subito che, quando ero sul palco, mi sentivo a mio agio», racconta Gladstone. “Quando avevo nove anni, era il momento peggiore. Facevo fatica a mantenere le amicizie, ero spesso vittima di bullismo. E lui, con molta semplicità, mi disse: “Va bene, tesoro. Saranno tutti tuoi amici un giorno, quando vincerai l’Oscar”». Sorride. «Come ho detto, mio padre è un po’ un mago. E quando sei una bambina e tuo padre, che può spostare le nuvole, ti dice una cosa del genere, allora pensi che sia vera».

Ora, a distanza di tanti anni, Gladstone potrebbe diventare la prima vincitrice nativa americana nella storia degli Oscar per il ruolo di Mollie Burkhart, una donna Osage sfruttata dal marito Ernest (Leonardo DiCaprio) e dal suo rapace zio William Hale (Robert De Niro) in Killers of the Flower Moon di Martin Scorsese. Adattamento del bestseller di David Grann (in italiano tradotto Gli assassini della Terra Rossa, ndt), è un ritratto straziante del Regno del Terrore, un periodo degli anni ’20 in cui gli Osage furono sistematicamente uccisi dai coloni bianchi per ottenere i diritti sulla loro terra ricca di petrolio. La Mollie di Gladstone è il cuore pulsante del film e riflette il dolore della sua gente attraverso i suoi occhi.

È questa capacità di suscitare empatia che ha attirato per la prima volta l’attenzione di Scorsese nel film Certain Women (2016) di Kelly Reichardt, in cui Gladstone interpretava una ranchera solitaria che si lega all’insegnante del suo corso di Legge, interpretata da Kristen Stewart. La scena di Gladstone e Stewart in un parcheggio, con il personaggio di Gladstone che desidera qualcosa di più tra di loro e quello di Stewart confuso dalla profondità dei suoi sentimenti, è ancora oggetto di commenti entusiastici.

«Ci sono così pochi attori che si affidano all’immobilità, alla quiete, e questa fiducia deriva da una comprensione estremamente acuta della propria presenza», dice Scorsese di Gladstone. «Gli attori lo chiamavano il loro “strumento”, forse alcuni lo fanno ancora. Lily ha il pieno controllo del suo strumento. È una cosa molto rara».

Arriviamo al 2019 e Gladstone, sulla soglia dei trent’anni e con all’attivo alcuni film indiani e piccoli ruoli televisivi in serie come Room 104 e Billions, stava per smettere. Il ruolo di spicco al fianco di Kristen Stewart in Certain Women non era stato il grande successo che pensava potesse essere. Mentre era seduta davanti al computer pronta a iscriversi a un corso di analisi dei dati, ricevette una notifica per un incontro Zoom con Scorsese, che stava iniziando il casting di Killers of the Flower Moon.

Lily Gladstone con Martin Scorsese sul set di ‘Killers of the Flower Moon’. Foto: 01 Distribution

«L’ho incontrata per la prima volta su Zoom, e poi in una call successiva con Leo DiCaprio», ricorda Scorsese. «A quel punto avevo praticamente deciso, ma abbiamo fatto comunque un provino e così è stato. Era Lily».

Quando Gladstone ha scoperto di aver ottenuto la parte, ha perso la testa.

«Ho urlato e lanciato il telefono nel salotto dei miei genitori», racconta. «È la mia reazione quando le cose sono travolgenti. Ed era il giorno del compleanno di Mollie Burkhart. Nessuno l’aveva pianificato. Il fatto che fosse il compleanno di Mollie significava che la cosa era davvero più grande di me».

La cosa successiva che Gladstone ha fatto è stata tornare davanti allo stesso computer per andare online e iniziare a fare ricerche sulla lingua Osage. Ha preso lezioni per sette settimane, studiando con i consulenti Christopher Cote e Janis Carpenter.

L’attrice ha acquisito una tale dimestichezza con la lingua e la cultura che Scorsese le ha affidato la riscrittura di diverse scene che coinvolgevano il suo personaggio, tra cui una in cui definisce Ernest un “coyote” durante un viaggio in macchina, che derivava da una storia Osage sugli “imbroglioni” che aveva sentito da Cote, e un’altra in cui Mollie e le sue sorelle spettegolano sugli uomini bianchi nella loro cerchia. Gladstone attribuisce a Cote e a Wilson Pipestem, un avvocato Osage che prima della produzione aveva invitato Scorsese a una cena con gli anziani Osage in Oklahoma per fargli conoscere il loro popolo, il merito di averla aiutata a incarnare Mollie. Secondo Gladstone, nella versione del copione su cui ha fatto il provino nel 2019 prima dell’incontro di Scorsese e DiCaprio con gli Osage c’erano tre scene tra Mollie ed Ernest. Alla fine la sceneggiatura è stata cambiata per concentrarsi meno sulle indagini dell’FBI sul Regno del Terrore e più sulla relazione tra Mollie ed Ernest. «Le loro voci, in particolare quella di Wilson Pipestem, hanno contribuito molto a dare forma a Mollie, e molte delle scene e delle battute che sono state riscritte provengono da lui, che ha raccontato quelle storie», spiega Gladstone. «C’è un detto Osage che dice che se hai una sorella hai la ricchezza, e questo è diventato una battuta del film. È l’ultima cosa che Mollie dice ad Anna: “Sei la mia ricchezza”. Così come in molte culture la nascita di un bambino maschio è fonte di gioia collettiva, gli Osage si sentono così quando nasce una bambina».

Questa è una cosa che gli Osage e i Blackfeet hanno in comune: le donne sono fondamentali.

«Siamo matriarcali, le donne possiedono tutto», dice Gladstone. «Per i Blackfeet, l’unica cosa che un uomo possiede è la sua sella. Non possiede nemmeno i suoi cavalli. Quindi, se lui sbaglia, il segno che lei non lo vuole più è che lui torna a casa e c’è una sella seduta fuori casa».

Aggiunge: «Gli Osage sono anche patriarcali, nel senso che sono gli uomini a parlare e a rappresentare la famiglia. Ma tutto il resto è donna. Se l’uomo è il volto della tribù, la donna è l’intero corpo».

Foto: Carlos Jaramillo

Gladstone ha recentemente dichiarato che usa i pronomi “she” e “they” come un modo per «decolonizzare il genere» e come tributo alla sua eredità Blackfeet.

«Il genere è non binario», dice dei Blackfeet. «La nostra lingua non ha pronomi di genere. Nella nostra lingua ci si riferisce alle persone solo come “loro”, e il genere è implicito nel nome che ti viene dato».

Il premio Oscar DiCaprio, il cui Ernest avvelena lentamente Mollie nel corso del film, si è dimostrato un generoso compagno di scena per Gladstone, permettendole di rivedere scene come la già citata sequenza in macchina. L’attrice è una fan di DiCaprio fin dai tempi di Buon compleanno Mr. Grape, un film che, secondo lei, «piace a molti nativi» perché, anche se sono bianchi, «la famiglia in quel film ricorda molte famiglie della Nazione indiana».

Poiché la rappresentazione dei nativi americani è sempre stata scarsa a Hollywood, Gladstone ha visto raramente sullo schermo persone che le somigliassero. Quindi si è spesso trovata a fare il tifo per gli analoghi hollywoodiani: il Madmartigan di Val Kilmer in Willow e le creature della foresta del Ritorno dello Jedi.

«Ero appassionata di Star Wars solo perché mi piacevano gli Ewok», dice con un largo sorriso. «Allora non lo sapevo, ma sono un faro della resistenza indigena. E hanno spaccato. Hanno fatto crollare l’Impero, mi dispiace».

«Anche se ora sono terribilmente delusa da J.K. Rowling, quando uscì Harry Potter c’erano molte persone che sentivano che la conversazione sulle linee di sangue e sui babbani era una conversazione sulle linee di sangue dei nativi», continua. «Troviamo il modo di collegarci».

Pur descrivendosi come «più una “ragazza di Ethan Embry”», per via dei ruoli di quell’attore in Empire Records e Giovani, pazzi e svitati, uno dei film di DiCaprio che le sono piaciuti da più giovane le ha fornito un punto di accesso per comprendere l’unione tossica di Mollie ed Ernest.

Lily Gladstone con il Golden Globe vinto per ‘Killers of the Flower Moon’. Foto: Tommaso Boddi/Getty Images

«L’unica volta che ho avuto una cotta per Leo è stato nella Maschera di ferro, per via della sua doppiezza in quel film», rivela. «La cotta non era per re Luigi ma per Filippo, quello più dolce. Leo ha saputo mettere tutta la sua malvagità in un ruolo e tutta la sua bontà nell’altro, e questo mi ha permesso di capire l’amore di Mollie per Ernest».

La relazione tra Mollie ed Ernest in Killers of the Flower Moon, e il film stesso, non sono stati esenti da critiche. Devery Jacobs, un’attrice First Nations che ha interpretato Elora in Reservation Dogs e ha co-sceneggiato quella serie, ha twittato che ha trovato quel film “un cazzo di inferno” da guardare a causa del suo focus sugli “orrori che gli uomini bianchi ci hanno inflitto”, e mentre Gladstone “ha interpretato Mollie [con] una grazia incredibile”, ha pensato che “ognuno dei personaggi Osage è stato poco sviluppato in sede di scrittura, mentre agli uomini bianchi è stata data molta più comprensione e profondità”.

È stato un momento complicato per Gladstone, che non solo è apparsa in Reservation Dogs, ma è stata vicina a Jacobs per anni. Quando le chiedo un commento su questo, abbassa il volto.

«Siamo amiche. Ho dormito sul suo divano a Toronto quando Certain Women è stato proiettato al TIFF. Non voglio rinfacciarle questa cosa perché penso che sia ingiusto. La sua reazione è solo sua», propone Gladstone. «La sua reazione è una risposta a molti traumi che soprattutto le donne native provano vedendo queste cose per la prima volta. Io ho avuto molto tempo per ambientarmi in questa storia. Gli Osage hanno avuto tutta la loro vita per capire questa storia. Il processo di realizzazione del film ha dato la possibilità a molte persone di parlare. In definitiva, la reazione degli Osage è ciò che mi sta più a cuore».

E Gladstone, che sarà per sempre legata agli Osage attraverso Killers of the Flower Moon, spera di mantenere vivo questo rapporto anche dopo la fine della Awards Season.

«Non ho tagliato la corda. E nemmeno Marty. E nemmeno la produzione. Ci sono ancora dei rapporti con loro», dice l’attrice. «Molte volte, crescendo in una riserva, la troupe di un film se ne va e tu ti chiedi: “Che cosa è successo?”. Le conversazioni devono continuare».

Foto: Carlos Jaramillo

Dall’uscita del film, la vita è cambiata rapidamente per Gladstone, che sembra aver affrontato questa «cavalcata selvaggia» con disinvoltura, passando da una festa o un’intervista all’altra. Dopo essere diventata la prima persona indigena nella storia a vincere il premio come miglior attrice ai Golden Globe, oltre ad aver ottenuto i riconoscimenti come miglior attrice dal National Board of Review e dal New York Film Critics Circle, è in pole position per una candidatura (e una vittoria) ai prossimi Oscar.

Di recente, Gladstone era seduta accanto a David Fincher a una proiezione del LACMA e i due hanno intavolato una conversazione: il regista di Zodiac che le ha offerto consigli per affrontare la cosiddetta “stagione dei premi”. «L’ha paragonata a un suo amico che insegnava alla figlia adolescente a guidare in autostrada: “Non lasciare che la velocità con cui gli altri vogliono guidare ti spinga ad andare più veloce di quanto tu sia pronta a fare”», ricorda l’attrice, prima di sorridere tra sé e sé: «Le cose devono andare al loro ritmo».

Da Rolling Stone US

*

Hair: Marc Mena @ Exclusive Artists
Make-Up: Molly Greenwald @ A-Frame Agency using Cheekbone and Pat McGrath
Styling: Jason Rembert
Look: Coach
Bodysuit: Wolford
Boots: Jimmy Choo
Jewels: Jennifer Younger
Assistente fotografo: Saul Barbera
Assistente stylist: Wilton White

Iscriviti