Laura Morante, non esistono ricordi spiacevoli | Rolling Stone Italia
Assolo

Laura Morante, non esistono ricordi spiacevoli

Neanche rispetto a Nanni Moretti e a “quella” assenza dal finale del ‘Sol dell’avvenire’. Ne è invece ossessionato il suo personaggio in ‘A casa tutti bene’, la serie Sky in cui torna a lavorare con Gabriele Muccino. Da ‘Bianca’ a ‘Ferie d’agosto’ (di cui sta per girare il sequel), dalla tragedia greca alla famiglia, una lunga chiacchierata tra bilanci, sogni e psicanalisi

Foto: Vittorio Zunino Celotto/Getty Images

I ritorni di Laura Morante. Ora Gabriele Muccino, che è un ritorno sia alla ronde di A casa tutti bene (la seconda stagione parte venerdì 5 maggio su Sky e in streaming su NOW), dove fa ancora la matriarca ormai autoesiliatasi ad Ansedonia e piena di segreti scurissimi, sia all’autore che le ha dato uno dei suoi ruoli più belli e sociologicamente profetici, la Giulia di Ricordati di me, vent’anni fa esatti (ebbene sì).

A brevissimo Paolo Virzì e Ferie d’agosto, altro ruolo luminoso (Cecilia, compagna dell’allora giornalista dell’Unità Sandro Molino/Silvio Orlando). È appena partito a Ventotene il set dell’attesissimo numero 2, Un altro ferragosto. «Comincio domani, è una sensazione buffa perché quei luoghi mi sono cari, e non solo perché nel tempo ci sono ritornata in diverse occasioni. Ho un ricordo molto vivo delle riprese del primo Ferie d’agosto, un film con uno strano percorso, che è cresciuto negli anni. Non andò bene in sala e poi è diventato un cult anche tra i più giovani. Tornare a quel film è veramente come fare salto all’indietro, mette anche un po’ di malinconia».

La malinconia, sentivo dire da Virzì, è la chiave di questo sequel.
Assolutamente, anche se esisteva pure tra le pieghe del primo. Credo che per Paolo sia quasi impossibile evitare la malinconia.

Parlando di malinconia, c’è una battuta del suo personaggio in A casa tutti bene da cui vorrei partire. Dice che non bisogna tornare sui “ricordi spiacevoli”, che bisogna scansarli, rimuoverli…
Quest’idea della rimozione va certamente molto poco d’accordo con il lavoro di psicanalisi (ride). È sbagliato, e controproducente. È come avere paura e però non accendere la luce: uno invece deve tentare di illuminare le parti oscure proprio per esserne meno condizionato, meno ferito. Affrontare i ricordi, e anche la nostalgia, credo sia un modo di disinnescarla, la paura.

Laura Morante è Alba Ristuccia. Foto: Andrea Miconi/Sky

Qual è la sua paura, la sua parte oscura?
Se è oscura, è difficile da rivelare… (sorride)

Però i suoi personaggi recenti sono tutti immersi nel buio: l’Alba di A casa tutti bene ma anche l’angelo nero di Christian, e la sua versione di Medea appena portata a teatro.
È vero. Penso che quando uno cresce, matura, invecchia sia indispensabile affrontare gli aspetti più oscuri. Non farlo è un po’ come non aver vissuto. Ed è ancora più indispensabile per chiunque faccia un lavoro che abbia anche solo una vaga attinenza con l’arte. Una delle funzioni dell’arte è esattamente questa: andare a cercare nelle zone oscure.

Gabriele Muccino, direi, è un regista che spinge i suoi attori verso queste zone oscure. A vent’anni da Ricordati di me, cos’è cambiato nel vostro lavoro insieme?
Ma sa, per me è stato molto diverso. Il personaggio di Ricordati di me potevo in qualche modo sentirlo vicino, c’erano dei tratti in comune che capivo. Qui il mio personaggio è più monolitico, quasi più una funzione. Ma è necessario in questa specie di noir a puntate.

Non c’è delusione, però.
Assolutamente no. Nella prima stagione da Alba scaturiva tutto il resto, qui il motore un po’ si attenua ma resta un lavoro all’interno di una cosa molto bella, Muccino è bravissimo, la serie ti tiene col fiato sospeso. Poi, se mi chiede un paragone con Ricordati di me, be’ quello era un personaggio molto più sfaccettato, più ricco… un’altra cosa.

Come si scelgono – e si continuano a scegliere – i ruoli?
Uno cerca di riunire in una volta sola tutto quello che ci può essere di positivo in un ruolo, in un film. L’ideale sarebbe interpretare dei film molto belli, con un regista molto bravo e simpatico, in una location fantastica, con un personaggio meraviglioso, dei partner straordinari, una sceneggiatura scritta magnificamente, eccetera eccetera. Ma tutte queste condizioni insieme si incontrano molto raramente in un percorso professionale, e quindi ogni volta si decide di fare una certa cosa perché ci sono due o tre condizioni riunite. In questo caso c’era un regista con il quale avevo lavorato molto bene e degli attori straordinari. Una volta invece hai un personaggio molto bello però il regista ti piace così così, in un altro caso la sceneggiatura fa acqua da tutte le parti però ci sono moltissimi soldi in ballo, può succedere anche quello (ride). Avere tutte le condizioni insieme è il paradiso, ma è difficile che uno abbia accesso al paradiso, quantomeno da vivo.

Quando è successo?
Be’, Ricordati di me è stato un miracolo, in questo senso. Ma anche il primo Ferie d’agosto lo è stato. Lì tra l’altro c’è stata una cosa che è molto rara, un’intesa perfetta tra tutti noi, le riprese sono state molto serene, molto gioiose. Poi c’è stato il film di Resnais…

Cuori, che meraviglia.
Eh sì, quello era un set che non avrei mai voluto lasciare, ci sarei rimasta a vita.

Laura Morante con Gabriele Muccino e Silvia D'Amico sul set di 'a casa tutti bene – La serie 2'.

Laura Morante con Gabriele Muccino e Silvia D’Amico sul set della seconda stagione di ‘A casa tutti bene – La serie’. Foto: Andrea Miconi/Sky

I suoi due film da regista, Ciliegine e Assolo, e spero ne vengano altri…
Lo spero anch’io, ma il terzo non me lo fanno fare (ride)

E perché?
C’è una sceneggiatura pronta che secondo me funziona anche molto bene, però non abbiamo trovato i finanziamenti.

È vero che è diventato più difficile, per un certo cinema?
Non lo so, il primo film ci ho messo sette anni a farlo, e l’ho dovuto fare fuori dall’Italia. Il secondo è stato più semplice, per il terzo mi ritrovo con queste difficoltà.

Le volevo chiedere se la regia ha cambiato il suo modo di darsi come attrice, a sé stessa e anche agli altri.
Non glielo so dire. So che, quando dirigi te stesso, certamente il vantaggio è che non lasci passare quello che non sarai felice di vedere (ride). Se una cosa ti sembra di averla fatta al 30 per cento delle tue possibilità, magari la rifai. Invece quando c’è un altro regista può essere che tu non sia soddisfatto ma è lui che decide, e il regista ha sempre ragione. E magari, quando ti dirigi, sei tu che sbagli: lasci passare una cosa e poi in montaggio capisci che avresti dovuto fare in modo diverso. Ci sono scene del primo film che in scrittura mi piacevano molto ma che poi, riviste, rallentavano il ritmo, e quindi ho deciso di tagliarle; un altro regista magari avrebbe deciso altrimenti. Diciamo che, da regista di te stesso, sei garantito dal punto di vista del tuo gusto personale.

Laura Morante è la regista che ha capito di più Laura Morante attrice?
Secondo Gianni Amelio sì. Quando ha visto il mio film mi ha detto: “Non ti fare mai più dirigere da nessun altro”. Io non lo so, so solo che ognuno di noi ha dei fastidi rispetto a sé stesso, delle cose che sono totalmente soggettive. A me non piace quando sono troppo dolce, per dire, e allora chiaramente non monto le scene in cui vengo fuori in quel modo. È una cosa del tutto personale, però ecco, quando sei di fronte al risultato finale magari nascondi meno la testa sotto la sedia per non vedere. Io spesso tendo a non andare a vedere quello che faccio.

Però a volte sarà costretta.
Quasi sempre, anche perché non è corretto nei confronti di quelli che hanno lavorato con te, lo capisco. Però, quando posso, scappo.

Laura Morante in ‘Ciliegine’ (2012), da lei anche diretto. Foto: Bolero Film

Molti attori, finito il lavoro sul set, tendono a scappare, a scomparire.
Non si tratta tanto di scomparire, anche se io non sono mai stata tanto ansiosa di apparire, questo no. Da una parte, il fatto di non volersi rivedere è anche questa una forma di viltà, è un po’ come la rimozione di cui parlavamo prima. Perché in realtà vedersi e anche detestarsi può servire a migliorarsi. Però, se hai la sensazione di non aver dato il meglio allora, tendi a evitare: “Ah, no, non posso venire, mi dispiace”. Ma io lo faccio perché mi fa un po’ soffrire vedermi non all’altezza, non essere quello che avrei voluto.

Quando è successo, se posso?
No, non glielo dico, perché non sarebbe gentile. Però capita. E qualche volta invece mi sbaglio. Ho il terrore di andare a vedermi, poi lo faccio e dico: “Vabbè, dài…”

Questo invece me lo può dire, quando è capitato.
Diverse volte. Per esempio, non tanto per quanto riguarda me come attrice ma con il film nell’insieme, quando ho girato il film di John Malkovich The Dancer Upstairs, con Bardem. Quando l’ho visto l’ho trovato un film bellissimo, molto più bello di quanto l’avevo immaginato mentre lavoravamo. È stata una grande sorpresa.

A queste sorprese ci si abitua?
Be’, direi di sì. Sono parecchi anni che sto dentro questa cosa.

All’inizio era più difficile?
Quando vidi Ferie d’agosto mi misi a piangere. Poi ho cambiato totalmente idea, ma lì per lì non mi ero piaciuta per niente. Non il film, proprio io. È stata una specie di choc, forse ero in uno stato d’animo particolarmente negativo quella sera. Poi invece piano piano, quando l’ho rivisto… Ed è successo più di una volta, l’abbiamo presentato in Francia, ovunque… L’avrò rivisto almeno tre o quattro volte.

Sarà stata una tortura.
No, perché invece in quel caso rivederlo è stato utile. Il film mi era piaciuto fin da subito, ma io non mi piacevo come attrice, e invece rivedendolo pensavo meno a me stessa, mi vedevo con più distacco, e piano piano questa sensazione di disagio si è attenuata fino a scomparire.

Laura Morante con Paolo Virzì sul set di ‘Ferie d’agosto’ (1996)

Come attrice ha avuto tutte le soddisfazioni che si aspettava?
C’è sempre qualche cosa che uno avrebbe desiderato fare e non ha fatto. Per esempio, io avrei voluto interpretare una tragedia greca in un teatro greco, che so, a Siracusa, e non è mai capitata l’occasione.

E allora Medea se l’è fatta da sola.
Mi sono scritta questo monologo ispirato a Euripide, una cosa che ci siamo inventati così. Adesso ho scritto un’altra cosa, stavolta su sei personaggi sempre dalla tragedia greca, sono ancora letture ma non è ovviamente come interpretare una vera tragedia. Ma siccome la tragedia greca mi piace molto, in qualche modo ci torno sempre.

Posso chiederle se ha visto Il sol dell’avvenire?
No. Non ho visto né letto niente, ero all’estero fino a due giorni fa.

Forse però avrà sentito della scena finale, e della sua assenza che hanno notato in molti.
Sì, sì, e a dire il vero Nanni me lo aveva chiesto, però non me la sono sentita, ecco.

Posso chiederle perché?
No, perché se no si innescano di nuovo delle polemiche… non importa.

“Non importa” anche nel senso che oggi resta un sentimento positivo, rispetto al suo cinema con Nanni Moretti?
Ma certo, ovviamente. Sono molto felice di aver fatto i film che ho fatto con Nanni, e per un certo tempo abbiamo avuto anche un bellissimo rapporto. Poi, con alti e bassi che sono dovuti a problemi caratteriali, è andata così. Ma ci conosciamo da quando eravamo ragazzi, è stato un rapporto importante sia professionalmente che umanamente. Poi a un certo punto, per ragioni che non sto qui a rievocare, si è esaurito, così…

Tornando a quello che ci dicevamo all’inizio, non è un “ricordo spiacevole”.
Nooooo, assolutamente. Tutt’altro. No, no, no. Per niente.

Parlando di famiglie vere e famiglie del cinema, spesso le carriere delle sue figlie si sono incrociate con la sua, anche di recente. Eugenia è in A casa tutti bene, Agnese riprenderà nel film di Virzì il ruolo che aveva da bambina.
Io ovviamente sono tutta contenta quando capita che siamo in uno stesso film. In quello che abbiamo scritto con Daniele Costantini (il padre di Eugenia, nda) e che non siamo ancora riusciti a fare Eugenia avrebbe un ruolo importante. Ma voglio anche che abbiano una carriera totalmente autonoma, è sano che ognuna lavori per conto proprio, che faccia le sue scelte. Io non leggo nemmeno quello che gli viene proposto, se mi chiedono un consiglio magari glielo do ma con molta cautela, senza immischiarmi troppo.

Laura Morante in ‘Bianca’ (1984) di Nanni Moretti

A inizio carriera, chi ha consigliato lei invece?
In realtà ero io a fare le mie scelte, almeno quando me lo consentivano i mezzi economici, perché quando avevo bisogno di guadagnare facevo qualsiasi cosa mi proponessero o quasi. Ma sapevo quello che mi piaceva e quello che non mi piaceva, ero abbastanza sicura del mio gusto. Per esempio, parlando di Nanni, Bianca, che poi è rimasto forse il film di Nanni, in Francia per esempio Nanni è essenzialmente il regista di Bianca… ecco, Bianca me lo sconsigliarono tutti. E nessuno peraltro voleva produrlo, alla fine lo produsse Manzotti, l’ultima persona che ci si aspettava avrebbe prodotto Nanni, e che gli disse: “Prendi qualsiasi attrice, basta che non sia lei”. Nanni riuscì lo stesso ad avermi nel film, ma intanto moltissime persone del mestiere che avevano letto la sceneggiatura mi dicevano “Questo film è un suicidio, non lo devi assolutamente fare, non funzionerà mai”, e io mi sono ostinata a volerlo fare nonostante anche la mia agente dell’epoca non fosse d’accordo. Ero molto indipendente nei miei giudizi, non avevo bisogno di essere confortata. Bianca mi piaceva moltissimo e mi piace tuttora moltissimo. Hanno avuto tutti torto.

A distanza di tempo da quegli anni, le fa effetto che oggi, se uno dice “la Morante”, probabilmente a tanta gente viene in mente prima lei di sua zia Elsa?
No, non esageriamo. Il nostro è un lavoro tutto sommato effimero, non so quanti dei film che facciamo oggi saranno visti tra quarant’anni, forse nel mio percorso ce ne sarà uno, forse due. Forse nessuno. Mi pare, e secondo me non sono l’unica a pensarlo, che i libri di Elsa rimarranno per un po’, ecco.

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