Yahya Abdul-Mateen II sembrava un supereroe molto prima che la Marvel lo scegliesse per interpretarne uno. Ha una figura imponente, alta quasi un metro e novanta, una voce profonda, un torace ampio e un sorriso bianchissimo e accecante. E nel ventoso pomeriggio di marzo a Brooklyn in cui ci incontriamo per una passeggiata al parco, ha anche un cucciolo di otto mesi che lo sta mettendo a dura prova.
Buddy, il cucciolo in questione, è il nuovo schnauzer gigante di Abdul-Mateen, che trotterella davanti a noi sulle strade bagnate dalla pioggia con una devozione comica era lingua penzolante. «Se la prende con calma», scherza Abdul-Mateen, 39 anni, mentre Buddy annusa distrattamente e poi riparte, lanciandosi sui pezzi di pane raffermo sparsi per gli uccelli. Le sue zampe sono enormi in modo quasi minaccioso, segno di una crescita imminente. Il pelo nero lucido si abbina perfettamente al trench nero lucido dell’attore. I due si guardano con lo stesso affetto. Ma la fase da cucciolo non è per deboli di cuore.
«Siamo ancora in quel momento, amico», dice Abdul-Mateen. «Buddy mi sta distruggendo. La sera in cui usciva Wonder Man, io ero fuori con i miei sacchetti di plastica. A Buddy non gliene frega niente. Ed è giusto così. Mi tiene con i piedi per terra».
Anche se è difficile pensare che Abdul-Mateen abbia davvero bisogno di qualcuno che gli ridimensioni l’ego, la sua agenda attuale suggerisce comunque un uomo molto richiesto. A gennaio ha debuttato nella Marvel con Wonder Man (su Disney+), interpretando Simon Williams, un attore sincero e nevrotico il cui grande momento è complicato da superpoteri fuori controllo. Ora è protagonista della serie Man on Fire – Sete di vendetta (su Netflix), adattamento televisivo del thriller franco-italiano del 1987 (già rifatto nel 2004 con Denzel Washington) dove interpreta John Creasy, un ex agente delle forze speciali tormentato che torna in azione per proteggere una ragazza. Più avanti quest’anno sarà in The Adventures of Cliff Booth (sequel di C’era una volta… a Hollywood di Quentin Tarantino) e nel thriller By Any Means con Mark Wahlberg.
Tra tutti questi ruoli, verrebbe da pensare che quello più vicino a lui sia Simon. Ma non è così. «Io non sono per niente come Simon. È uno che si fa mille paranoie, in modo insopportabile», dice con decisione. «Se vedessi Simon arrivare, andrei dall’altra parte del set. Io invece mi piaccio così. Mi piace prendermi il tempo per capire cosa sento davvero. La maggior parte delle persone ha paura di stare con se stessa, di cercare la verità. Io no».
Dal debutto in The Get Down nel 2016 fino a Noi (Us), Aquaman e Watchmen, la sua ascesa a Hollywood è stata guidata da un controllo totale su se stesso. Ogni gesto sullo schermo è intenzionale: nessun movimento, postura o inflessione della voce è troppo piccolo per meritare la sua massima attenzione. È così che vuole lavorare: tutto ciò che c’è da sapere di lui sta sulla scena. Ma più aumenta la sua celebrità (e diminuisce il controllo sulla vita privata) più Abdul-Mateen si prepara all’idea di abbandonare del tutto la recitazione. «La verità è che voglio trovare una fattoria da qualche parte e camminare scalzo», dice. «Voglio un po’ di tutto. È questo il problema».
Ha una mente analitica, evidente quando il freddo ci costringe a rifugiarci in un bar. Riflette attentamente su tutto: la bottiglia d’acqua frizzante che ordina, il lato del divano giallo su cui sedersi, persino come incrociare le gambe. Risponde facilmente solo alle domande che non vuole affrontare. Dove vive? Off limits. Vita sentimentale? «Ci sono gli affari e poi ci sono gli affari miei. E con chi ho una relazione sono affari miei».
Quello che vuole dire è questo: vuole davvero scappare in quella fattoria. La più grande possibile. Un posto per tutta la sua famiglia, in cui poter scrivere, dipingere e Buddy possa correre libero. Dove possa uscire o andare al supermercato senza sentirsi chiedere: «Che ci fai qui?».
«In un momento in cui tutti cercano di diventare sempre più famosi, di avere più follower e più visualizzazioni, l’idea di stare molto in silenzio mi attrae davvero tanto», dice. «Quando avrò la mia fattoria, uscirò di notte, mi sdraierò e guarderò il cielo notturno, sentendomi insignificante. Sentendo quanto sono piccolo io e quanto è grande questo pianeta. Per me, rumore e creazione non vanno d’accordo».
Quando Abdul-Mateen mette a punto un piano, lo porta a termine. È il più giovane di sei fratelli, cresciuto tra Oakland, California, e New Orleans (prima che la sia famiglia scegliesse definitivamente la prima). Dopo la laurea in architettura a Berkeley ha lavorato per 10 mesi in un ufficio pubblico a San Francisco, mentre studiava recitazione per hobby. «Avevo una doppia vita», dice. «E sapevo che quell’impiego non era il mio destino ultimo».
Dopo una produzione teatrale di La dodicesima notte dove interpretava Antonio, si è dato tre anni per fare «progressi veri» come attore o tornare agli studi. Dopo 14 mesi è stato ammesso alla Yale School of Drama e da lì è arrivato The Get Down, la serie da 120 milioni di dollari by Baz Luhrmann sulle rivoluzioni hip-hop e disco del Bronx degli anni ’70 «Ero determinato. Mi sono chiesto cosa servisse fare per arrivarci e l’ho fatto».

Sir Ben Kingsley e Yahya Adbul-Mateen II in ‘Wonder Man’. Foto: Suzanne Tenner/Marvel Television
Questo pragmatismo gli è stato molto utile nella sua carriera da attore. Il suo co-protagonista in Wonder Man, Sir Ben Kingsley (che interpreta Trevor Slattery, il guru di recitazione personale di Simon), ha apprezzato molto la sua disciplina e la sua professionalità. «È molto gratificante vedere che anche lio è preparato quanto piace essere preparato a me», mi racconta al telefono da Londra. «[Wonder Man] è una serie che ha ironia, capacità di osservazione e splendide sfumature umane. Siamo semplicemente molto educati e rispettosi l’uno dell’altro. Ed è stato bellissimo».
Questo approccio si è rivelato utile anche per Man on Fire, dove Abdul-Mateen si è trovato a raccogliere l’eredità di una leggenda nel ruolo di John Creasy. «Il Creasy di Denzel… mamma mia, vorrei essere lui», dice, sorridendo. «Lo rende così cool. Ma quello fa parte del suo marchio. Io mi sono detto: “Se devo farlo, non ha senso provare a competere con quel fantasma”».
Quando gli spettatori incontrano Creasy in questa nuova versione, il personaggio è sprofondato nell’alcolismo, nel disturbo post-traumatico da stress e nell’odio verso se stesso, dopo una missione disastrosa che ha causato la morte della sua squadra. Ma quando diventa, contro ogni previsione, il protettore della giovane Poe (Billie Boullet), le sue ferite emotive devono passare in secondo piano per impedirle di finire sotto i colpi di una pallottola.

Yahya Adbul-Mateen II in ‘Man on Fire – Sete di vendetta’. Foto: Netflix
Il ruolo ha richiesto combattimenti corpo a corpo, inseguimenti in auto al limite della sopravvivenza e abilità da cecchino. Ma per Abdul-Mateen il punto era soprattutto il conflitto interiore di Creasy. «Sono andato a cercare un uomo che si stava ricostruendo, completamente sopraffatto dalla situazione», dice. «[Creasy] sta scoprendo se stesso e di che cosa è fatto. Io sono così. Cerco sempre di capire di cosa sono fatto. Guardo una sfida e dico: “Ok, eccoci qui. Vediamo”».
Esiste un Abdul-Mateen che la maggior parte del mondo non conoscerà mai, e l’attore sembra trovare le cosa molto divertente. È ancora quella doppia vita, una dualità in cui lui sguazza. «Mi ritrovo a fare questi ruoli seri e la gente pensa che io sia molto serio», dice. «Nessuno sa che sono la seconda persona più divertente che conosco». (Il primo posto va a un caro amico di casa sua di nome Antoine, che lavora nell’istruzione ma che, giura Abdul-Mateen, spaccherebbe come stand-up comedian.) Ma lui è convinto che la distinzione tra questi due sé sia una parte fondamentale del suo lavoro. Proteggere ciò che è per lui davvero sembra sempre più essenziale.
«Il mio obiettivo, in questo momento, non ha nulla a che fare con la recitazione, non ha nulla a che fare con l’industry, non ha nulla a che fare con qualcosa che qualcuno vedrà mai, in realtà. Adesso i miei obiettivi sono sparire ancora di più nella mia vita privata e scrivere, dipingere e costruire una famiglia», dice. (Rifiuta di dire che tipo di pittura faccia.) «Sto costruendo qualcosa in cui, spero, tutte le persone che amo possano partecipare, esserci ed esserne orgogliose. Se sono speciale, è grazie a loro. Quindi penso costantemente a come poter ricambiare. Se smettessi di recitare, nessuno che mi conosce ne sarebbe sorpreso».
È un’immagine bellissima: Abdul-Mateen che lavora abbastanza da potersi permettere una fattoria dove la sua famiglia possa vivere, dove Buddy possa correre libero e dove lui possa dipingere quanto vuole. Ma qui sta la tensione: Abdul-Mateen vuole la fattoria e vuole anche il ruolo della vita. Vuole quelle notti silenziose e vuole anche dirigere. Ha costruito la sua carriera fissando continuamente un obiettivo e poi raggiungendolo. Non c’è dubbio che la fattoria sia già qualcosa di più di una fantasia. Ma cosa succede dopo? E se ottenesse tutta quella terra e non bastasse comunque? La sua risposta è immediata: «Faccio qualcos’altro».

Yahya Adbul-Mateen II in ‘The Get Down’. Foto: Netflix
È una leggerezza che sembra non conciliarsi con tutta la speranza che grava su questo futuro idilliaco. Ma, a sentire lui, non ha paura. Perché, dopotutto, ha un piano. E se questo non dovesse funzionare, il passo successivo è progettarne un altro.
«Non sto cercando di risolvere niente. Ce l’ho già», dice, con lo sguardo rivolto ben oltre il piccolo bar in cui siamo seduti. «Esco di casa e riesco a vedere le stelle da dove vivo adesso. Posso sentire quanto è grande il mondo. E quanto sono piccolo io al confronto. Dal mio punto di vista, la fattoria serve solo a togliere di mezzo gli edifici».










