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L’amore ha i tempi di un film di Marco Castaldi

Il triangolo (anzi, quadrilatero) di ‘Amici comuni’, su Paramount+, racconta i sentimenti in questi tempi incerti. Ma non senza romanticismo. Complici Raoul Bova e Beatrice Arnera, che hanno infiammato anche le cronache reali

Foto: Paramount+

Caro Gabriele Muccino, occhio che qui qualcuno punta a farti le scarpe. E dalla sua ha pure chiare doti di preveggenza. Alla sua opera seconda, Amici comuni, Marco Castaldi porta su Paramount+ un action sentimentale (impossibile definirla commedia romantica). Nel film Beatrice Arnera (attuale nuova compagna di Raoul Bova) interpreta Veronica, fidanzata con Claudio (Luca Vecchi) ma amante di Marco, mentre Bova è appunto Marco, sposato da dieci anni con Giulia (Francesca Inaudi), che a sua volta intrattiene una relazione extra coniugale con Claudio. Un intrigo di tradimenti, condito da un alto tasso di cinismo, litigate in slapstick (riprese al rallentatore) e una Verona che si ritrova a rinnegare il romanticismo shakespeariano. «Ho sempre adorato Muccino perché riesce a prendere la pancia dello spettatore: fa parlare i suoi personaggi di cose magari canoniche ma sempre con un piglio molto verace e genuino», commenta Castaldi. «In questo film ho cercato una cifra distintiva legando i movimenti di macchina, per seguire il flusso di coscienza dei personaggi». Il risultato è una rosa di rutilanti sequenze a bordo piscina che schiacciano l’occhio ai film d’azione fuggendo il più lontano possibile dal finale consolatorio.

Di amore ti eri già occupato nell’omonimo corto e anche nella web serie L’amore ha i tempi del virus. La tua è semplice curiosità intellettuale o è accanimento terapuetico verso un sentimento che capiamo – e forse viviamo – sempre meno?
Indubbiamente la seconda. L’amore ha mille sfumature e parlarne vuol dire provare a capire meglio i meccanismi. Per me è un po’ come andare in terapia: le mie relazioni sono sempre state dei campi di battaglia. Proprio mentre giravo Amici comuni stavo attraversando un momento di crisi con la mia compagna che è culminato in concomitanza con la fine del set. Lei stessa, a sua volta, ha esordito con un’opera prima che affronta il tema delle relazioni amorose.

Anche voi campioni di corna?
No, no. È che l’amore è un po’ una montagna russa che raggiunge picchi a volte altissimi e altre volte molto bassi. Chi è bravo riesce a mediarli, io non sono mai stato capace. In compenso, faccio film e sviscero.

Rigorosamente con la colonna sonora di Cosmo?
Sono un suo fan della prima ora, consideratemi pure una sua groupie. Lo seguo da sempre perché adoro la musica che fa ballare ma, allo stesso, pensare. E la cosa più figa del mondo è che ai suoi concerti dice: “Butta il telefono”. Come si fa a non amarlo? Ti fa vivere il momento. Il suo brano Quando ho incontrato te era perfetto per raccontare lo stato dei personaggi. In un paio di sequenze, bastano i suoi versi per dire tutto: i dialoghi erano superflui e non li abbiamo messi.

Il film non le manda a dire. Ti affranchi dal romanticismo rassicurante, i dialoghi hanno il passo veloce della cruda verità e non lesini cinismo, eppure il finale è aperto: perché gettare il sasso e nascondere la mano?
Ho volutamente lasciato quel buco narrativo perché considero lo spettatore un alleato, oltre che un soggetto molto intelligente, e vorrei che fosse lui a interpretare la storia. Il dilemma è: si rincorre ciò che non possiamo avere, oppure per essere felici serve essere in più di due? Come regista, ho rifuggito il finale buonista, che è spesso presente nelle commedie romantiche. Qui alla fine trovi i protagonisti finalmente in pace con sé stessi ma che restano gli stessi stronzi di quando il film è cominciato. La loro evoluzione sta nel fatto che ora giocano a carte scoperte: questa è l’unica, grande certezza che diamo. In coppia o in gruppo, non si nascondono più.

Il de profundis del romanticismo?
In realtà io penso di aver fatto un film a suo modo estremamente romantico, perché prova ad aprire gli occhi e a mostrare un altro punto di vista. Viviamo in un’epoca che ha scardinato parecchi dogmi e paradigmi, quindi forse è arrivato il tempo per lanciare una provocazione e chiederci se si può essere felici anche in un altro modo. Sperimentiamo!

Ora mi è più chiaro perché la fidanzata ti ha lasciato…
Dici? (ride) Battuta a parte, l’amore è sperimentazione, e quando funziona spinge l’uomo a evolversi. Perché non evolversi in più di due?

Forse perché la bigamia è vietata per legge?
Tante cose sono vietate per legge, ma magari è solo miopia burocratica: non è detto che sia un divieto corretto.

Tu però ti definisci “maschio beta” perché tua madre ti fa ancora la lavatrice. Vivi ancora con lei?
No, assolutamente. È da vent’anni che abito da solo, ma in qualità di figlio unico sono ampiamente coccolato dai miei genitori. A volte capita che mi facciano la spesa o la lavatrice. Però, ecco, se mi dovessi sposare probabilmente mamma sarebbe una parente molto stretta della madre di Claudio. Donna avvisata…

Ma davvero, in fase di casting, non sapevi nulla della storia tra Arnera e Bova?
Zero. Non ne sapevo nulla. Ho scelto Luca Vecchi perché è il mio migliore amico ed è un attore straordinario, che riesce a interpretare sempre al meglio i miei stati d’animo. In particolare riesce a incarnare molto bene il maschio beta che è travolto dalla vita e non riesce a maturare. Bova lo conosco da anni, ha prodotto in passato un mio documentario e un corto, e trovo che lui sia bravissimo in commedia. Beatrice Arnera ha invece sostenuto il provino e ha subito sbancato: è mostruosamente brava. A teatro balla e canta anche benissimo. Il resto è stato un caso. L’attualità ha però fatto sì che il film abbia avuto una campagna di guerrilla marketing gratuita.

Cosa pensi delle polemiche che hanno travolto Bova per via degli audio piratati?
Bova è una vittima. Predichiamo la gentilezza e la comprensione, poi mettiamo in croce un uomo solo per avere dato il buongiorno a una ragazza anziché sparire la mattina dopo.

Questo è il tuo secondo film. Quanto è difficile farsi largo nel mondo del cinema?
Ho faticato moltissimo, ma è fisiologico nel momento in cui decidi di voler fare strada nel mondo artistico: è un ambito dove tanti aspirano ad emergere. Basti pensare che in Italia il numero di persone che si dichiarano attori è superiore a quello della Gran Bretagna, dove il teatro funziona davvero, mica come qui.

L’imbuto è il famoso circoletto: la spietata legge del dentro o fuori?
I circoletti esistono, ma quello che fa e farà sempre la differenza è l’impegno. Se si vuole avere risultati, bisogna rimboccarsi le maniche: io, da assistente regista, credo di aver portato più caffè di qualsiasi barista arrivato alla pensione.

Troppi?
No, la mia gavetta è stata lunga il giusto. Se non sono arrivato prima a certi traguardi, probabilmente è perché ho commesso delle scelte errate. E comunque sono ancora all’inizio: la strada è lunga.

Nessuna ansia nemmeno pensando ai tagli al tax credit?
Ecco, quelli sì che mi preoccupano. Stiamo tutti pagando il comportamento sbagliato di alcune persone. La legge era corretta, quello che mancava era il controllo e come al solito noi italiani ce ne approfittiamo. Alla fine a pagare dazio ora siamo tutti.

Appendi la macchina da presa al chiodo?
Mai. Sto già ragionando sul terzo film.

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