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Neanche il più bel documentario su Lady D può dirci chi era davvero Lady D

Lo sostiene pure Ed Perkins, regista dell’ottimo ‘The Princess’ che ha aperto il Biografilm Festival. Nonostante migliaia di ore di materiali d’archivio visionate, il mistero su Diana Spencer resta intatto. E dice ancora molto della nostra ossessione nei suoi confronti

Diana Spencer durante un viaggio in Canada nel 1983

Foto: Tim Graham Photo Library via Getty Images

25 anni il 31 agosto, un anniversario importante. Quello della morte di Lady Diana Spencer, principessa di Galles, icona del XX secolo, raccontata da allora in libri, serie tv e film, l’ultimo con una Kristen Stewart (quasi) da Oscar. E adesso anche con un documentario, diretto da Ed Perkins, anche lui candidato nel 2018 per il corto Black Sheep, e prodotto dai fratelli Chinn, che di statuette ne hanno vinte due, con Searching for Sugar Man e Man on the Wire, due dei migliori doc degli ultimi anni.

The Princess racconta Lady D facendo uso esclusivamente di materiale di repertorio, un lavoro d’archivio a dir poco certosino che ha portato alla composizione di un affresco storico, intimo ed emotivo di grande potenza. Presentato in anteprima mondiale all’ultimo Sundance Film Festival, The Princess arriva in Italia come film d’apertura del XVII Biografilm Festival (Bologna, 10-20 giugno), per poi andare direttamente su Sky Documentaries e in streaming su NOW in concomitanza con l’anniversario della scomparsa della principessa. Ed Perkins ha accompagnato il film sotto le due torri, e abbiamo avuto una piacevole conversazione nel segno di Lady D.

Ed, prendilo come un complimento: credo che The Princess sia uno dei migliori found-footage horror mai fatti. Ho sempre pensato a Lady Diana come a un’eroina di un romanzo gotico, e il tuo documentario trasmette perfettamente quest’idea.
Mi fa piacere sentirlo, perché quando ho incominciato a lavorare su questa storia ho capito che c’erano delle affinità con racconti archetipici, da Shakespeare al gotico, come hai detto tu, e sono cose che si collegano alla dimensione favolistica della parabola di Lady Diana, che di fatto è una tragedia. Per questo non mi sorprende che la si continui a raccontare, in forme e prospettive diverse, perché anche dopo 25 anni Diana è ancora sulle prime pagine dei giornali di tutto il mondo. Questo mi ha fatto pensare che noi tutti stiamo ancora cercando di scendere a patti con quanto successo e definire il nostro ruolo nella storia. Quello che abbiamo cercato d fare con The Princess è stato dare un nuovo punto di vista a una storia che è stata raccontata molte volte.

C’è una cosa che il film suggerisce da subito allo spettatore, ovvero che la famiglia reale considerava Diana come una sorta di influencer che avrebbe potuto risollevare l’immagine non solo loro, ma dell’intero Regno Unito, in uno dei momenti più difficili della loro Storia recente. Ma poi l’influencer è diventata più grande di loro.
Assolutamente. Quando Diana è salita alla ribalta a 19, 20 anni, il mondo non aveva mai visto un componente della famiglia reale di così alto rango comportarsi come lei. Penso di poter affermare senza problemi che il nostro team ha visto più materiale su Diana di chiunque altro al mondo, parliamo di migliaia di ore per mesi e mesi. Quando fai un film biografico è normale passare tanto tempo nella vita di una persona, direttamente con lei se è ancora in vita, attraverso l’archivio se non c’è più, e alla fine di un progetto la sensazione è quella di conoscere davvero a fondo il soggetto della tua ricerca. Con Diana non è stato così, perché alla fine di tutto resta per me un enigma, e credo che la ragione sia dovuta alla sua straordinaria abilità di rapportarsi con le persone, che da una parte fa pensare che recitasse, trasformandosi in molte persone differenti, come se fosse una tela bianca in cui chiunque potesse dipingere le proprie speranze, paure, desideri, sogni. Una connessione che ogni persona nel mondo poteva avere con lei grazie alla stampa, un rapporto unico, sincero, come se la conoscessero davvero. Sin da quando ho iniziato a lavorare a questo progetto ho pensato io stesso di avere una relazione speciale con lei, perché ricordo perfettamente il momento in cui venni a sapere della sua morte. Avevo undici anni e so perfettamente in quale stanza della casa mi trovavo, ricordo i miei genitori entrare per ascoltare il notiziario, il colore delle pareti, e come molti altri in tutti i giorni successivi ho guardato in televisione centinaia di migliaia di persone ferme nelle strade di Londra a piangere come se avessero perso un familiare stretto. Il punto di partenza di The Princess è proprio questo, esplorare le ragioni complesse per cui milioni di persone nel mondo si sono comportate così e quale fosse la relazione con questa donna straordinaria.

Nella Storia recente del mondo la morte di Lady D è comparabile solo a quella di Giovanni Paolo II. E, per quanto paradossale possa sembrare, erano persone con molte cose in comune.
Assolutamente, ed è di questo che parla il film, ovvero come una sola persona sia stata capace di creare un tale legame, non solo con le persone che ha personalmente incontrato, ma attraverso la sola forza delle immagini. Dopo avere visto centinaia di ore di Diana Spencer andare a ricevimenti, eventi, feste, sarebbe facile essere critici o cinici nei suoi confronti, ma la prima cosa di cui ti rendi conto è la sua straordinaria capacità emotiva e intellettuale di entrare in una stanza e mettere le persone a proprio agio e di fatto disarmarle. E, soprattutto, di individuare la persona meno importante e andare spedita da lei, che può sembrare un atteggiamento controproducente, ma che evidentemente funzionava e aveva un grande impatto perché lei era Lady Diana, la persona più famosa del mondo. Aveva questa abilità di connettersi con chiunque, e certamente anche Giovanni Paolo II l’aveva, ma in Diana era ancora più spiccata perché sapeva far sentire chiunque importante e trasmetteva la netta sensazione che in quel preciso momento lei si preoccupasse davvero di quella persona. La scelta di raccontare la sua storia solo attraverso l’archivio e non in modo tradizionale, senza interviste realizzate oggi a persone che l’hanno conosciuta, nasce dal fatto che sarebbe stato un lavoro già visto e che si sarebbe basato su speculazioni, sarebbe stato l’ennesimo tentativo di entrare nella testa di Diana. Ma quello che mi interessava era invece il contrario: cosa racconta Diana di tutti noi e quale è stato il nostro ruolo nella sua storia e anche la nostra responsabilità e complicità nella sua tragedia.

Nel film è molto importante l’aspetto sociale e politico della figura di Diana, era una luce in fondo al tunnel per una nazione in grande difficoltà.
È impossibile capire completamente la storia di Diana senza considerare l’impatto che ha avuto sulla società inglese, entrando direttamente nelle loro case. Quindi era importante fare un affresco di quanto stesse accadendo in Gran Bretagna in quegli anni, che ci permette di capire perché il popolo era così legato a lei e cosa rappresentasse per loro, una figura istituzionale ma anche la protagonista di una fiaba. Abbiamo cercato di raccontarlo con un tocco leggero, ma era importante che già dall’inizio del film il pubblico capisse come stavano le cose quando Diana arrivò sulla ribalta. Non diamo molte risposte nel raccontare questa storia, ma abbiamo voluto dare strumenti e spazio al pubblico per trarre le sue conclusioni. La mia speranza è questa, e credo che il fatto che la maggior parte dell’archivio che abbiamo usato non sia mai stato visto prima aiuterà a ripercorrere quegli eventi da un’altra prospettiva, sia per chi li ha vissuti direttamente che per chi è nato dopo la morte di Diana. Non volevo fare un documentario storico, anche se sono eventi di 25 anni fa e oltre, ma guardando i fatti da vicino ci si accorge che quanto accaduto nel corso della vita di Diana continua a riflettersi ancora oggi sulla nostra società.

E il fatto che il Giubileo di Elisabetta II cada in un anniversario così importante della morte di Diana sembra quasi una maledizione. C’è una cosa che ho trovato davvero apprezzabile, ovvero la decisione di non mostrare niente all’interno della chiesa sia del matrimonio che del funerale. Ma esattamente hai un’idea di quanto materiale avete visionato?
No, migliaia di ore senz’altro, ma quanto esattamente non lo so. Ma la squadra che ha fatto le ricerche è stata davvero eccezionale, ha trovato materiale in tutto il mondo cercando di reperire davvero tutto quello che sia stato fatto su Diana, e dato che era la persona più fotografata del pianeta il volume di materiale che avevamo a disposizione ci ha permesso di fare delle scelte, come quella di non mostrare immagini come quelle delle cerimonie, che sono fissate nell’immaginario collettivo. In questo devo rendere merito ai due montatori, Jinx Godfrey e Daniel Lapira, perché molte di queste scelte le hanno fatte loro, trovando la giusta struttura e il giusto equilibrio narrativo. Abbiamo pensato che riempire quei momenti con la gente che ballava in strada, o che criticava gli enormi costi del matrimonio, avesse un significato molto importante per la storia che abbiamo voluto raccontare, girando il riflettore verso il pubblico. Sono state scelte volute e il fatto che tu mi dica che funzionano mi rende molto felice.

Come tutte le storie, anche quella di Lady D ha un contraltare, che è Carlo. E mentre Diana veniva cercata ossessivamente dalla stampa, nei confronti del marito c’era un atteggiamento misto tra disinteresse e protezione.
Non credo fosse una cosa consapevole. Diana aveva un’istintiva abilità con la stampa, era magnetica, quindi era logico che fotografi, giornalisti e televisioni fossero concentrati su di lei. Ho sempre pensato che Diana fosse come una diva del muto, perché per gran parte della sua vita non ha avuto una voce, ha iniziato a parlare e rilasciare interviste molto dopo essere salita alla ribalta. Aveva aiutato Andrew Morton a scrivere la sua controversa biografia, ma anche questo fu svelato solo tempo dopo e guardando il materiale spesso abbiamo trovato reazioni sorprese sul fatto di sentirla finalmente parlare. Eppure non ha mai evitato di trasmettere le sue emozioni, grazie a un linguaggio del corpo molto esplicito. Una curva del corpo, un sorriso accennato, l’inclinazione del capo, tutti gesti con cui rendeva pubbliche cose molto private e con cui invitava il pubblico a conoscerla. Diana sapeva usare la stampa a suo favore, anche se il rapporto con i media era naturalmente molto complesso e spesso i confini erano sfocati, ma era consapevole che grazie a loro poteva raggiungere il pubblico di tutto il mondo. Certamente non ho mai avuto intenzione di puntare il dito indicando le responsabilità della stampa sulla morte di Diana, perché è innegabile che ci fosse una mutua convenienza. Certo, alcuni comportamenti sono indifendibili, ma ancora una volta era il pubblico che creava la domanda di averla sempre sotto i riflettori, quindi ancora una volta è una riflessione su di noi che volevamo sempre più fatti, sempre più immagini. Il pubblico è stato il motore di questo sistema, e per questo il film fa porre a noi stessi delle domande che portano a scomode verità sul nostro rapporto con la monarchia e con la celebrità in generale.

Un’ultima domanda, ma molto importante, perché spesso nei documentari non si dà la giusta rilevanza alla colonna sonora, che in questo caso è assolutamente magnifica e accompagna perfettamente il racconto.
Sono molto felice di parlarne, perché è vero, Martin Phipps ha fatto un lavoro straordinario e il fatto che lui abbia lavorato alle ultime due stagioni di The Crown ha reso la cosa ancora più intrigante. E poi abbiamo avuto anche la possibilità di lavorare con un secondo compositore per dare una diversa atmosfera al film. Quando fai un film di questo tipo tendi a usare una colonna sonora provvisoria quando monti, ma abbiamo capito molto presto che in questo caso non era possibile. Raccontiamo la storia di un dramma che si consuma sotto l’apparenza delle cose e la musica doveva avere un ruolo preminente nel racconto, ci doveva far intraprendere un viaggio emozionale con delle incredibili variazioni dettate, avevamo bisogno di una forte identità e abbiamo pensato che ce l’avrebbe data la colonna sonora. E siamo stati fortunati ad avere l’opportunità di poterla incidere con l’ausilio di una grande orchestra: ogni volta che la ascolto vengo letteralmente rapito.