La ricetta per la sostenibilità di Oskar Metsavaht: «Non siamo perfetti, ma abbiamo il dovere di essere trasparenti» | Rolling Stone Italia

Home Cinema & TV Interviste

La ricetta per la sostenibilità di Oskar Metsavaht: «Non siamo perfetti, ma abbiamo il dovere di essere trasparenti»

L’artista-stilista-attivista-imprenditore brasiliano, fondatore di Osklen, è tra i registi che hanno preso parte all’antologia ‘Interactions’ e ci racconta il suo viaggio verso ‘il nuovo lusso’: cambiare le nostre scelte, senza perdere tempo a rimproverarci gli uni con gli altri

Una scena del corto 'Caiçara' di Oskar Metsavaht

Foto: OM.art

Dodici cortometraggi, dodici registi internazionali che esplorano il rapporto tra l’uomo e gli animali attraverso la biodiversità, il cambiamento climatico, la conservazione della natura, la deforestazione, l’ambiente, la fauna marina, l’acqua. Interactions, concepito, sviluppato e prodotto da Adelina von Füstenberg, è stato presentato lo scorso 17 ottobre alla Festa del Cinema di Roma, e altro non è che un viaggio che approfondisce – senza mai nominarlo – un tema dibattuto, cavalcato, ormai entrato a far parte del nostro vocabolario quotidiano: la sostenibilità. Tra i nomi coinvolti – Eric Nazarian, Faouzi Bensaïdi, Anne de Carbuccia, Yulene Olaizola, Isabella Rossellini – c’è anche Oskar Metsavaht, artista brasiliano, medico, surfista, ambientalista, Goodwill Ambassador dell’UNESCO, stilista e imprenditore, fondatore nonché direttore creativo del brand di moda Osklen.

Una sorta di one man band insomma, che ha fatto del suo impegno per l’ambiente una missione. Insieme all’Instituto-E, organizzazione non governativa il cui obiettivo è rendere il Brasile un Paese modello in tema di sostenibilità – ha studiato diversi tessuti eco-friendly, dal cotone bio alle fibre riciclate provenienti dal PET, e si batte ogni giorno per portare avanti il suo credo: alla sostenibilità servono fatti, non parole. Passo in rassegna i ricordi del viaggio più bello della mia vita, in Brasile, nel 2013: la settimana a Rio de Janeiro, i giorni trascorsi a girare in lungo e in largo per i Lençóis Maranhenses, le nuotate circondata dai delfini a Pipa, i tramonti di Jericocoara. Un paradiso che nella mia testa è rimasto intatto e incontaminato, e che però, sentendo i suoi racconti, non è più così.

«Quando da Jericocoara arrivi ai Lençois attraverso la spiaggia di Mangue Seco, un tempo vedevi quel particolarissimo grigio-verde delle radici delle mangrovie; ora invece – oltre a quel colore – c’è un sacco di blu: da lontano è stupendo, ma se ti avvicini capisci che è il blu delle bottiglie di plastica. Una quantità immensa, che ormai è diventata parte del nostro paesaggio. Questo è il risultato che deriva dalla comodità di avere i nostri prodotti imballabili e trasportabili grazie alla plastica».

Ripercorriamo la sua storia, da invenzione fantastica che negli anni Sessanta ha rivoluzionato la nostra quotidianità, contribuendo «a innalzare la creatività di artisti e designer e a democratizzare i consumi della società. Un tempo la plastica era il futuro, un sinonimo di liberà; oggi, più di mezzo secolo dopo, si è trasformata in una minaccia, nel nostro peggiore nemico. La prossima sfida, ora, consiste nel trovare nuovi materiali naturali da risorse sostenibili».

Oskar Metsavaht

Per anni, secoli, abbiamo utilizzato i fiumi e gli oceani come una discarica, «ma fino alla prima metà del secolo scorso la nostra spazzatura era soltanto organica», puntualizza Metsavaht. «Poi è stato il turno di nylon, poliestere, plastica e combustibili: si tratta di una conseguenza relativamente recente che ha portato con sé una grossa crisi ambientale, tuttavia mi ritengo cautamente ottimista a riguardo. Guarda te e me, per esempio: siamo qui e ne stiamo parlando. È una conversazione che fino a qualche anno fa la mia generazione non avrebbe intavolato, mentre adesso questa interazione costante significa che la mentalità è cambiata. Stiamo vivendo una transizione: ci siamo resi conto che il pianeta sta morendo, e vogliamo impedirlo».

Un’evoluzione che lui fa risalire ai primi anni Novanta, e che ha avuto il via guarda caso in Brasile: «Prima del Summit della Terra (la prima conferenza mondiale dei capi di Stato sull’ambiente, nda) tenutosi a Rio de Janeiro nel 1992, ci riferivamo alla natura in termini di “preservazione”, “amore” e “difesa”, il che era abbastanza naïf perché evitavamo accuratamente la contraddizione alla base: “non possiamo toccare la natura” versus “siamo costretti a svilupparci economicamente”. Il concetto di “sviluppo sostenibile” è nato lì, e Osklen ne è stato una naturale incarnazione. Maurice Strong, che organizzò e presiedette il Summit della Terra, sottolineò un concetto fondamentale: la nostra società può utilizzare le risorse naturali per il proprio sviluppo economico a patto che queste rimangano uguali o migliori per le generazioni future. Ecco, per me questa è stata la chiave del vero attivismo, contenuta nell’Agenda 21 (il programma di azione scaturito dal Summit della Terra, che costituisce una sorta di manuale per raggiungere uno sviluppo sostenibile “da qui al XXI secolo”, nda): sono diventato io stesso parte di quel movimento e ne vado estremamente fiero. La moda era il mio punto d’ingresso, dunque mi sono domandato: da protagonista attivo, cosa posso fare affinché tutto ciò possa accadere? Come posso tradurre questi intenti in qualcosa di reale?».

La moda è da sempre l’anello debole della catena, poiché deve bilanciare una delicatissima equazione: regalarci status e coolness a un prezzo accessibile, a discapito, spesso, della sostenibilità. «Il fast-fashion deriva dalla volontà di democratizzare la moda, e chiunque – quando il modello di business è stato concepito – ha applaudito, esattamente come è accaduto con la plastica negli anni Sessanta. Nel 2004 ero a Milano a parlare appunto di sostenibilità, e ho capito che in realtà è il lusso a essere sostenibile, se non viene associato allo status: abbiamo bisogno di pochi pezzi, belli, originali, etici. Sono d’accordo che dobbiamo democratizzare la moda, ma non il suo consumo: la cultura che le ruota attorno. Dobbiamo insegnare alle giovani generazioni che la moda non è tanto comprare dei prodotti, quanto “disegnare” e immaginare sé stessi con una manciata di capi, conoscere la storia di un brand, il concetto e le intenzioni che ci sono dietro. Questo per me è il nuovo lusso: prodotti di qualità, sostenibili a livello ambientale e sociale, sofisticati nel senso di pensati con dedizione, attenzione, cura e amore».

Una scena del corto ‘Caiçara’ di Oskar Metsavaht, Foto: OM.art

E di fronte a una società che iper-produce qualsiasi cosa – cibo, auto, tecnologia, abbigliamento – «l’attenzione delle persone nei confronti della filiera di produzione resta cruciale, perché soltanto così è possibile riconoscere i valori sociali, ambientali e umani di un marchio. Questo è il nuovo trend del XXI secolo, questo è il nuovo lusso: cambiare le nostre scelte. Veniamo da oltre duecento anni di industrializzazione, e la cosiddetta green economy non si concretizzerà con uno schiocco di dita: stiamo vivendo una transizione, un qualcosa di molto simile a una specie di Rinascimento, e ciò che ci serve è un miglioramento generale che non s’otterrà mai se perdiamo tempo a rimproverarci gli uni con gli altri. Dobbiamo pensare in termini Asap: as sustainable as possible, as soon as possible. Non possiamo biasimare chi non è sostenibile al 100% perché è praticamente impossibile esserlo, però dobbiamo apprezzare chi si sforza di esserlo il più possibile, fosse anche solo per una piccola percentuale».

Tutti postiamo su Instagram slogan, bandiere e quant’altro; parliamo parecchio e critichiamo altrettanto, ma come singoli individui tendiamo a non cambiare la nostra mentalità e i nostri comportamenti: «Ci piace decisamente di più puntare il dito contro le aziende, che, invece, si sono evolute molto più di noi in fatto di sostenibilità. Non siamo perfetti, ma abbiamo il dovere morale di essere trasparenti: la trasparenza è la tendenza che dobbiamo premiare in questo momento. L’innovazione porta con sé tentativi ed errori e costa cara, ma rimane una sfida pazzesca da affrontare per un imprenditore: è lui che ha l’opportunità di trasformare l’intera cultura della sua azienda, credendoci fermamente, altrimenti – se la si vive come una costrizione da parte dell’opinione pubblica e della società – ci si riduce a fare un semplice e falso greenwashing».

Oskar Metsavaht è fiducioso, nonostante il tempo sia poco, nonostante i messaggi apocalittici e a volte contraddittori. Per lui, l’unica via percorribile è «agire concretamente consumando meno cibo, acquistando meno capi d’abbigliamento, comprando meno macchine, comportandoci in maniera più consapevole. È una questione di educazione, sia delle generazioni più giovani che di quelle più adulte: solo così può realizzarsi il cambiamento. Io sono sicuro che avverrà, perché sta già avvenendo, qui e ora». E il bello è che, alla fine della nostra chiacchierata, un po’ di quella fiducia l’ha trasmessa pure a me.