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La distopia formato famiglia di ‘Shadows’

Carlo Lavagna percorre un genere di grande successo riuscendo a imporvi la sua poetica. E che brava Mia Threapleton, la figlia di Kate Winslet

Foto: Vision Distribution

La distopia formato famiglia, un genere nel genere. Quando ti approcci a Shadows (in concorso ad Alice nella città 2020 e disponibile sulle piattaforme on demand a partire dal 19 novembre), potresti avere il sospetto di essere dalle parti del filone che va, almeno recentemente, dal capolavoro The Road al cult A Quiet Place. In particolare di quest’ultimo ha il confinamento in casa, la minaccia “fantasma” da combattere con un’assenza (lì è il silenzio la protezione, qui il buio), una madre eroica. Forse. Ma con questa produzione italo-irlandese Carlo Lavagna, che già abbiamo visto esordire con l’ottimo Arianna, fa subito uno scarto. Usa lo schema, la struttura narrativa con le sue rigide norme, per andare oltre, per piegarle alla sua poetica, femminile e profonda.

«I film di genere sono tipici, hanno regole fisse, e mi piacciono anche per quei paletti che ti creano difficoltà e ti spingono a ulteriori sfide», osserva. «In quel recinto ho voluto portare ciò che era più interessante per me, l’elemento più italiano: la cura per la regia, la fotografia, i colori, le luci e sì, anche una visione fortemente femminile. L’idea inizialmente sviluppata da Damiano Bruè e Fabio Mollo (a cui in sceneggiatura si sono affiancate Vanessa Picciarelli e Tiziana Triana) vedeva in Alex un ragazzo. Ma a me interessava, come in Arianna, raccontare un mondo, un momento anche archetipico. Ho creduto fosse più efficace, anche se più rischioso, che ci fossero solo donne, che indagassimo il superare l’Edipo al femminile con un’emancipazione pure violenta». Uccidere i padri, si diceva nelle rivoluzioni tradite del passato, uccidere le madri nelle tragedie epiche ed etiche moderne del cinema, da Tre manifesti a Ebbing, Missouri a questo Shadows, che, come quella luce che fa paura alle protagoniste, a volte ti acceca per il talento delle attrici e per un regista che riesce a calibrare immagini, parole e suoni in un thriller esistenziale che non gioca su ritmo forsennato, montaggio esasperato, complesse macchine narrative, ma piuttosto su un’atmosfera opprimente, su una gerarchia familiare soffocante, sulle ossessioni di chi in fondo voleva solo «che tu restassi la mia bambina».

«La mia sfida più grande», continua il regista, «è stata rendere accattivanti solo tre protagoniste in un’unità di luogo. Non è semplice fare un film in poche settimane, con un cast e una location tanto essenziali. Se ce l’abbiamo fatta, è merito di tutta la troupe, ma mi piace citare tra gli altri Alessandro Cicoria, che con i suoi quadri ha reso una scenografia bella ma complicata, qualcosa di evocativo e potente». Solo tre protagoniste. Che bastano e avanzano, però, se sono Lola Petticrew (una delle due sorelle), carisma e lineamenti decisi come il carattere del suo personaggio; Saskia Reeves (la madre), che vogliamo presto in un film come sorella di Frances McDormand (qui è monumentale, è lei la chiave dell’angoscia crescente che prova lo spettatore); e un’entusiasmante Mia Threapleton, figlia d’arte (di Kate Winslet) che qui si prende lo scomodo personaggio di Alma, succube della madre e in fondo pure della sorella minore, elemento apparente di bilanciamento tra due estremi emotivi e “ideologici”, ma in realtà cuore pulsante del racconto. «Mi ha colpito molto, non sapevo chi fosse quando ho fatto il casting. Le abbiamo fatto il provino per il ruolo di Alex, ma mi aveva lasciato così tanto che, quando ho capito che non sarei riuscito a trovare Alma, l’ho richiamata un attimo prima che salisse sull’aereo, per provarla anche in quella parte. E lì mi ha sconvolto: ha avuto giusto il tempo di leggere la scena in questione, e l’ha rifatta in modo clamoroso, non potevo avere più dubbi. E sì, visto che è figlia di cotanta madre, non posso che pensare che sia una questione di Dna, che il grande talento sia ereditario».

Non è arrivata alcuna invasione personale o artistica, per fortuna, da parte di Kate Winslet. Se Pietro Castellitto, per il suo I predatori, ha dovuto dire di no al padre Sergio, qui la Winslet si è tenuta in disparte. «È venuta giusto due giorni all’inizio per far ambientare la figlia, rimanendo nella casa in cui abitava Mia. Però sul set non si è mai fatta vedere. Poi è ricomparsa durante il lockdown: c’erano i doppiaggi da fare, ma il Covid rendeva tutto più complicato. Dovevo andare a Londra, ma le strutture professionali non si potevano usare. Ho dovuto adattare nelle cantine di casa Winslet una sala doppiaggio improvvisata. Lì è stato molto divertente, dava il suo parere e rimproverava la figlia per come prendeva la battuta, a volte urlava. Ovviamente scherzava, ma quei momenti sono stati molto belli. Una donna straordinaria». E chissà che non lavorino presto insieme i due (o i tre, magari), visto che Carlo Lavagna ha dimostrato una volta di più qualità visive di prim’ordine e una capacità rara di maneggiare storie sfaccettate e capaci di tirar fuori il meglio dalle interpreti, come spesso accade a una star che passa da melodrammi e commedie e tragedie, rimanendo a suo agio. Sarebbe una bella suggestione.

Lola Petticrew, Mia Threapleton e Saskia Reeves in una scena di ‘Shadows’. Foto: Vision Distribution

Di sicuro Shadows ha una sua personalità forte, ci riporta – come altre opere passate per la sezione Alice nella città – a cineasti italiani con un respiro internazionale, una capacità di gestire racconti a cui normalmente non siamo abituati, riuscendo a dar loro una chiara impronta personale senza perdere un appeal universale. Se però è l’azione, la paura, la tensione a far da padrone nel genere distopico-familiare normalmente, qui invece si affianca un approfondimento relazionale, sentimentale, persino ideale che rende il lavoro più tridimensionale dei suoi epigoni. E questo doppio percorso parallelo tra intrattenimento e cinema d’autore lo senti anche nella musica. «Volevo cambiare prospettiva anche lì. I film di genere sono spesso innervati da lavori contemporanei, da una forte presenza della musica elettronica. Io mi sono chiuso con Michele Braga a lavorare su un qualcosa alla Jonny Greenwood, su una musica quasi dodecafonica. Era importante darle uno spazio importante ma in sintonia con la matericità del film, che fosse analogica, moderna e classica insieme, che come la luce diegetica fosse tangibile e eterea. E questo grande lavoro ha restituito ciò che serviva al film: che sembrasse bloccato un po’ nel passato, in un limbo senza tempo». In cui una matriarca vuole soffocare le figlie, impedire loro di diventare donne. Quasi fosse un pericolo, un problema, qualcosa di ingestibile. Una metafora perfetta del mondo in cui viviamo e di condizionamenti che a volte arrivano da chi dovrebbe capirti, proteggerti e aiutarti a diventare altro.

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