Kirill Serebrennikov, cinema dissidente | Rolling Stone Italia
il male maggiore

Kirill Serebrennikov, cinema dissidente

Il regista russo si confronta con un simbolo del male in ‘La scomparsa di Josef Mengele’. Un altro film politico che dialoga con l’oggi, dove ancora «ha ragione il più forte». L’intervista

Kirill Serebrennikov, cinema dissidente

‘La scomparsa di Josef Mengele’ di Kirill Serebrennikov

Foto: Europictures

C’è tanta letteratura attorno ai nazisti rifugiatisi in Sud America, dove subito dopo la guerra governi compiacenti potevano proteggerli con nuove identità dalla giustizia internazionale e dagli agenti del Mossad. Josef Mengele, l’Angelo della Morte di Auschwitz, il medico che faceva folli esperimenti sui prigionieri con l’ossessione per i gemelli, è probabilmente quello che maggiormente ha ispirato scrittori di finzione e saggisti storici. Nel primo caso, William Goldman lo rese protagonista del Maratoneta, poi diventato un film di John Schlesinger con Sir Laurence Olivier che trapanava i denti di Dustin Hoffman a secco come metodo di tortura. E poi Franklin J. Schaeffer avrebbe affidato a Gregory Peck lo stesso ruolo nei Ragazzi venuti dal Brasile, in cui il dottore cerca di creare un clone del Führer nel cuore della Foresta Amazzonica, fermato da un cacciatore di nazisti interpretato da… Sir Laurence Olivier!

Magie del cinema. La scomparsa di Josef Mengele è invece un romanzo storico che segue le tracce lasciate in vita dall’ex componente del Terzo Reich, sfuggito al processo di Norimberga, rifugiatosi prima in Argentina e poi costretto a spostarsi in altri Stati sudamericani, sempre protetto da una rete di nostalgici che furono addirittura in grado di farlo tornare in Germania per un breve periodo. Ma le peripezie di viaggio di Mengele non sono in fondo fondamentali. Quello che ha intrigato Kiril Serebrennikov, regista russo dissidente che ha firmato film come Summer, La moglie di Tchaikovsky e la trasposizione cinematografica di Limonov, dal romanzo di Emmanuel Carrère, è stato altro, come mi ha detto quando l’ho incontrato a Roma in occasione della presentazione del film, nelle sale dal 29 gennaio distribuito da Europictures.

Kirill Serebrennikov. Foto courtesy of Europictures

«Il personaggio Mengele in sé in realtà non mi impressiona, alla fine era un uomo mediocre che è stato trasformato in un simbolo del male, un angelo della morte, bla, bla, bla, con tanto di film americani che gli costruiscono attorno un’ulteriore aura leggendaria. È come se lo avessero messo su un piedistallo del male. Ma era un mediocre. Quello che mi ha interessato in prima battuta del romanzo di Olivier Guez è stato prima di tutto il sistema che lo ha prodotto e che lo ha aiutato a sopravvivere e a evitare la punizione, intendo quella reale, in tribunale. Poi il suo contrappasso lo ha avuto in altra maniera, conducendo una vita miserabile. Ma il punto di vista che mi intrigava di più era quello del rapporto padre-figlio, per questo ho voluto costruire le sue memorie all’interno di questa ipotetica visita del suo unico figlio che vuole avere delle risposte sulle motivazioni che lo hanno spinto a commettere tutte quelle atrocità».

La scomparsa di Josef Mengele è naturalmente un film politico, e molte delle cose che racconta sono drammaticamente attuali. Ma nonostante fosse uno degli obiettivi di Kirill tradurre la storia di un secolo fa ai giorni nostri, non si aspettava che gli venisse così bene. «Discutere sulla mano forte del potere come unico strumento nella politica internazionale? E chi se lo sarebbe aspettato. Ma ora capisco che è in risonanza con ciò che affermava Mengele, era l’idea nazista di risolvere le questioni complicate nel modo più semplice, con il potere. Chi ha ragione? Ha ragione il più forte. È una sorta di motto o di idea che ha portato l’umanità alla Seconda guerra mondiale. E ora ci troviamo di fronte a qualcosa di terribilmente simile».

La formula che i nazisti hanno usato dopo la guerra fu quella di avere eseguito degli ordini, una cosa che ripetono ossessivamente negli Stati Uniti i burocrati che difendono i crimini perpetrati dagli agenti dell’ICE a Minneapolis. «Perché i criminali credono fermamente in ciò che fanno. Immagina di poter parlare oggi con Hitler. Ti direbbe: “Oh, mi dispiace tanto di aver deciso di uccidere milioni di persone”? No. Sono abbastanza sicuro che direbbe: “Sì, certo. Non c’erano altri modi. L’unica via era fare quello che ho fatto. Stavamo combattendo contro il male del mondo e i nemici della Germania, stavamo combattendo per i nostri valori”».

Una scena di ‘La scomparsa di Josef Mengele’. Foto: Europictures

A interpretare Josef Mengele è l’attore tedesco August Diehl, «un grande professionista, estremamente preciso sul set, una cosa che amo molto negli attori. August aveva già interpretato un ufficiale nazista in Bastardi senza gloria, il film di Tarantino. E per Terrence Malick è stato invece un contadino austriaco obiettore di coscienza durante la Seconda guerra mondiale, nel film La vita nascosta. E adesso è tornato a fare il nazista». Con alcuni momenti durante le riprese in America Latina che gli hanno fatto gelare il sangue. «Eravamo in Uruguay, una sera, a fine riprese, August era rientrato in albergo ancora truccato da Mengele. Un uomo, molto anziano, gli si è avvicinato dicendogli: “Grazie dottor Mengele per tutto quello che ha fatto”. August si è pietrificato».

Quello che ha fatto, una piccolissima parte, Serebrennikov lo mostra nel film, optando per una scelta in contrasto con lo stile scelto per il resto del racconto. «L’idea di partenza era che la camera fosse nella testa di Mengele. Per questo al bianco e nero, la scelta classica per un film di spionaggio o per un noir, si alternano degli sprazzi di colore. È come se tutte le paure e le ombre circondassero Mengele nella vita postbellica, mentre prima era felice, al culmine della vita e della carriera, in compagnia della sua giovane e amata moglie, con un figlio appena nato. Per quanto riguarda invece la sezione su Auschwitz, ho scelto di girarla a colori e in stile documentario perché avevo letto che i nazisti effettivamente filmavano gli esperimenti, ma ovviamente hanno bruciato tutto. Abbiamo scoperto che tipo di cinepresa usavano, ne abbiamo trovata una uguale e l’ho fatta usare a uno degli attori che si è trasformato in operatore per il bene della scienza, come avrebbe detto Mengele».

In questo periodo confuso, il pericolo è che un film come La scomparsa di Josef Mengele possa essere frainteso dal pubblico, visto in alcuni casi come la storia di un uomo costretto a vagare per tutta la vita per mondarsi dai suoi peccati. Ma non può essere una preoccupazione per Serebrennikov. «Non posso mettermi nei panni delle persone che non capiscono il film, anche perché se qualcuno non lo capisce, è colpa mia. Ma penso possa essere abbastanza comprensibile, c’è anche un pubblico che non ha bisogno di cogliere gli aspetti profondi o filosofici del racconto e che vuole semplicemente godersi un film storico sui nazisti e sul dopoguerra, e trovare sensazioni e verosimiglianze con il nostro tempo».