King Crimson 50, nella mente di Robert Fripp. Un doc imperdibile. E quasi introvabile | Rolling Stone Italia
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King Crimson 50, nella mente di Robert Fripp. Un doc imperdibile. E quasi introvabile

86 minuti che ripercorrono la storia di una delle band più importanti della storia del rock e tratteggiano la psicologia di un genio. Unico problema di questo grande film: in pochi sanno della sua esistenza. Fino ad ora

Un’immagine di ‘In the Court of the Crimson King: King Crimson at 50’

Credo ci siano poche cose più potenti dell’attacco di 21st Century Schizoid Man nella storia del rock. E di album più importanti di In the Court of the Crimson King se ne contano sulle dita di una mano. Se i King Crimson non sono mai stati realmente un fenomeno di costume collettivo, ma più un culto, è dovuto al fatto che la quasi perfezione di quel primo album fu in pratica un’arma a doppio taglio, soprattutto per Robert Fripp, assillato per i successivi cinquant’anni dall’idea di fare di quel progetto musicale un collettivo filosofico in cui tutto doveva scorrere ed evolversi all’infinito. Da qui i continui cambi di formazione, di sonorità, di prospettiva delle cose addirittura, sempre attraverso il tirannico motore creativo di Fripp. Dal 2013 a oggi le cose sembrano avere trovato un equilibrio dettato soprattutto dalla necessità da parte dei componenti della nuova formazione (la maggior parte già presenti in precedenti emanazioni dei Crim) di sopportare le molte idiosincrasie del leader assoluto, che di contro ha anche portato la banda nell’ultimo decennio a un livello sublime, certificato dal tour del cinquantenario caduto nell’ottobre del 2019. Perché In The Court of the Crimson King – King Crimson at 50 arrivi solo oggi, a tre anni da quell’anniversario, lo scopriremo tra poco grazie alle parole del regista.

Intanto il film, che ha debuttato al South by Southwest (il festival di cinema e musica che si svolge a Austin, Texas, che sta sempre più insidiando il Sundance come faro mondiale della produzione indie) e ha poi girato per molti altri festival, ottenendo ottime recensioni, non ha ancora una distribuzione tradizionale. Ed è un peccato, perché il film di Toby Amies è uno dei migliori doc musicali degli ultimi anni. Ma se proprio siete fan sfegatati dei King Crimson, avete due possibilità nell’immediato. La prima è piuttosto complessa se siete in Italia. Proprio oggi infatti, 19 ottobre, sono programmate una serie di proiezioni in contemporanea mondiale in sale selezionate. Negli italici confini solo una, a Bologna all’Angelica Centro di ricerca musicale Teatro San Leonardo. La proiezione parte alle 19:30, ci sono ancora biglietti disponibili. Se proprio non riuscite a scapicollarvi, c’è una seconda opzione, più comoda. Sabato 22 ottobre è prevista una proiezione live in streaming, seguita da un Q&A a cui parteciperanno il regista e sì, proprio lui, Robert Fripp in persona. Per prenotarvi bast andare a questo agile indirizzo

Il vostro prode inviato nella capitale della Brexit il film lo ha visto invece in compagnia di Amies e di Jakko Jakszyk, attuale cantante e chitarrista dei King Crimson, che ci ha detto che negli ultimi mesi, dopo il Covid, ci sono state alcune sessioni del gruppo in sala, che ci sono delle nuove canzoni, in realtà in gran parte già suonate nel corso dell’ultimo tour, ma ancora niente di inciso. L’idea è quella di un nuovo disco, ma tutto, come sempre dipenderà da Robert Fripp. Nella saletta da quaranta posti di un moderno e lussuoso albergo di Leicester Square dove abbiamo visto il film c’erano anche un paio dei Bad Seeds, tanto per non farsi mancare niente. Con Toby, dopo una serata annaffiata da copiose quantità di spiriti, ci siamo rivisti invece nel primo pomeriggio del giorno dopo alla Tufnell Park Tavern, North London, pub graziosissimo che incredibilmente propone dell’eccellente cucina fusion italiana. Tra una pinta, un Bloody Mary per sciacquare la sera precedente e un paio di arancini ai funghi, abbiamo parlato di In The Court of the Crimson King – King Crimson at 50, partendo naturalmente dall’inizio.

Toby, perché hai deciso di fare un film sui King Crimson?
Semplicemente perché mi è stato chiesto da Robert Fripp. Ci conoscevamo, lui aveva visto il mio primo film, io sapevo che stava sistemando il suo archivio, lui che conoscevo bene il suo lavoro. L’avevo incontrato in un contesto sociale, sapevo che era una persona interessante. Quindi non credo di aver pensato: “Dovrei farlo o no?”. Pensavo solo che era chiaramente un’opportunità e un privilegio. Quindi l’ho accettato senza pensarci e lo farei sicuramente di nuovo. È stato un processo estremamente proficuo e ho ricevuto moltissimo. Tuttavia, non avevo idea di cosa stessi prendendo in mano e di quanto sarebbe stato difficile.

Molto, a occhio e croce. Come hai deciso quale fosse la strada giusta?
Credo per una questione di forma che segue la funzione. La prima versione del film era una rappresentazione onesta della mia esperienza, con la pressione tipica di quando si fanno documentari di dover rispettare le scadenze di alcuni festival. Il più importante era il Sundance, credo di aver pensato di finire il film per il Sundance. Ma fino a quel momento Robert non si era speso davanti la macchina da presa. Non so se fosse un tentativo consapevole di mettermi alla prova o di controllare il contenuto di tutto. In ogni caso è stata un’esperienza spiacevole, cercare di fare un film ed essere costantemente respinto e sentirmi dire che ero d’intralcio, anche se capisco perfettamente la dinamica, la cosa più importante era la musica. E se il mio modo di fare cinema stava intralciando questo aspetto, allora è comprensibile. Detto questo, il materiale era conflittuale, e non sarebbe stata un’esperienza piacevole né per me né per il pubblico. Così, per finire il film in tempi ragionevoli, ho registrato quell’esperienza. E la sensazione era guardare qualcuno che non vuole essere guardato, cosa che mette il pubblico in una posizione scomoda. Stilisticamente credo stessimo cercando di fare qualcosa con il montaggio che fosse molto esperienziale ed espressionistico, simile a un collage e non con una forte struttura narrativa. Quella versione non è piaciuta, ma questo mi ha permesso di avere più accesso a Robert, che mi ha concesso tre giorni pieni di intervista, che a dire il vero non ne abbiamo neanche usato molto, ma quello che abbiamo usato ha dato al pubblico una visione di alcuni dei suoi concetti più filosofici e astratti che si applicano alla musica e alle sue interazioni con gli altri membri della band. Questa seconda opportunità mi ha permesso di assumere un altro montatore, molto esperto, Ollie Huddleston, e di ripartire da zero. Abbiamo guardato tutto ed è stato un processo creativo incredibile, perché riconoscere che il film che pensavi di fare non è per niente buono è un’esperienza profondamente deprimente, ma era necessario affrontarla per poter dire: “Abbiamo l’opportunità di rifarlo”. E la mia fortuna era quella di lavorare per la DGM, la casa di produzione e management dei King Crimson, dove l’unica cosa che davvero conta è la qualità del prodotto finale, e per raggiungere questo obiettivo i soldi non sono un problema, anche se qualche brontolio per la spesa inevitabilmente c’è stato. Ma ho potuto lavorare in uno spazio che permette di poter fare il lavoro migliore possibile. Ma per arrivarci ho dovuto ammettere un fallimento, e la cosa è stata è stata incredibilmente liberatoria.

Robert stesso dice nel film che è alla ricerca della perfezione che non può esistere, il che rende l’idea dell’artista e della persona. Al netto del suo essere complesso, dev’essere stata una sfida continua lavorare con lui.
Mi sento a disagio a parlare direttamente di Robert, ma in linea generale se incoraggi degli individui ad assumersi un particolare tipo di responsabilità personale in uno spazio in cui si danneggiano e succede più volte nel corso di cinquant’anni, allora è evidente che deve esserci una causa scatenante. Credo che una delle cose che il film riesce a fare bene è riuscire a ottenere uno spettro ampio delle esperienze di chi ha fatto parte della band, a partire da Ian Macdonald e Adrian Blue, che ne sono chiaramente usciti con un trauma emotivo. Questo è un estremo dello spettro. All’altra estremità c’è Bill Rieflin, che sembra capire quasi esattamente il suo ruolo nella band e ciò che deve fare. Lo dice in modo conciso: “Il mio lavoro è suonare la cosa giusta al momento giusto”. E credo che questa sia una delle cose contemporaneamente affascinanti e frustranti dell’essere in quella band: hai a che fare con aforismi che hanno una loro bellezza e sono molto astratti. Ma se cercate istruzioni su cosa fare in questo mare di note, non le otterrete. Bill capisce le astrazioni e può applicarle al mondo reale. Bill Brufford dice: “Non sono completamente rovinato da tutta questa storia”. Mel Collins ha avuto un’esperienza traumatica, ma ora ne sta vivendo una piacevole e così via. È possibile suonare la migliore musica della propria vita e non trovare l’esperienza particolarmente positiva, ma questo è analogo all’esperienza umana.

Pensi che Robert capisca che il suo perfezionismo e la sua filosofia di vita possano essere un problema?
Sono molto cauto nel parlare di Robert, non ho avuto la sua esperienza, non ho letto molti degli stessi libri che ha letto lui, posso solo dire che sviluppiamo metodologie per vivere la vita che vogliamo. Quando lo descrivi come un perfezionista, non credo che lui penserebbe a se stesso in questi termini. Ma per il motivo di cui parlavamo prima: la perfezione non esiste. Detto ciò, osservandolo si potrebbe dedurre che chiaramente non è abbastanza preoccupato di ciò che gli altri pensano di lui al punto da cambiare la sua metodologia e il modo in cui si avvicina al suo lavoro. Non credo che nel film si ponga questo problema. Quando citando il suo maestro spirituale dice che se hai una natura sgradevole e non ti piace la gente, questo non è un ostacolo al lavoro, non credo significhi necessariamente che è ciò che pensa di se stesso. Ma altri lo pensano di lui che di contro potrebbe dire “questo è il modo in cui voglio essere”.

Questa sua spinta credo sia la ragione per cui andare a vedere i King Crimson è come andare a messa, è assistere a un rito. L’ho provato anche io, ero al concerto della Cavea dell’Auditorium di Roma che hai inserito nel film.
C’è sicuramente qualcosa nello stile barocco che hanno e nel loro senso di congregazione che aiuta a percepirlo così. E penso si concentri più sul mistero che su un qualsiasi tipo di approccio calvinistico. Se vogliamo considerarlo un rituale, è molto cattolico, si concentra su intangibilità e su verità mistiche più che sulla praticità.

Il che mi fa riflettere sulle reazioni nei confronti del film, perché dato che non è il solito documentario musicale, anche l’esperienza del pubblico sarà diversa.
Se ho una qualche abilità come regista, è perché faccio del mio meglio per concentrarmi sull’esperienza del pubblico ed è stato piuttosto difficile fare questo film perché lavorando con Robert Fripp ho cercato una sua approvazione, con la tentazione di farlo per lui, mentre in realtà volevo farlo per un pubblico il più ampio possibile. E quando ho iniziato a girarlo, la gente mi chiedeva: “Di cosa parla?”. E io rispondevo: “Be’, si tratta della condizione umana, usando i King Crimson come mezzo”. E questo suona un po’ pretenzioso, ma è anche sincero perché è il modo in cui riesco a raggiungere quel pubblico più ampio. Mi piacciono gli argomenti complicati e difficili e mi piace entrare in situazioni in cui non so quale sarà la storia e non so quale sarà la conclusione. Quindi il processo per me è interrogativo. Si tratta di capire le cose senza un’idea preconcetta di quale sia la storia o di chi. Ero determinato a non fare il classico documentario rock-Wikipedia, dopo averlo finito sono giunto alla conclusione che in parte il film parla di quella dinamica di cui parlavamo prima, ovvero che come individui dobbiamo capire quali sacrifici siamo disposti a fare per ottenere le cose che vogliamo nella nostra vita. E se si vuole realizzare qualcosa di grande, soprattutto dal punto di vista creativo, è molto importante riconoscere che si dovranno fare dei sacrifici significativi. Alla proiezione c’erano Jim Sclavunos e George Vjestica dei Bad Seeds, hanno adorato il film ed entrambi dicevano che uno dei motivi per cui gli piace così tanto è che dimostra quanto cazzo sia difficile essere un buon musicista. Il mito è che è come un dono, sai, che all’improvviso una chitarra ti cada in grembo. Non è vero. Robert ne è un esempio estremo, ma ci vuole un lavoro fottutamente duro e bisogna fare dei sacrifici. Se segui una band nel corso di un tour la maggior parte delle persone non scriverà quanto sia noioso fare quattro ore al giorno di prove ed esercizi, cosa che tutti fanno, cazzo, se vuoi rimanere nel giro per 50 anni suonando musica così complicata. Non puoi permetterti di darti alla pazza gioia dopo essere salito sul palco perché questo influenzerà il tuo modo di suonare il giorno dopo. Fare il rock and roll è un lavoro duro. E per quanto riguarda l’esperienza del pubblico, non voglio che esca dicendo: “Se vuoi fare grandi cose, devi fare grandi sacrifici”. Preferisco che escano con la sensazione che sia davvero difficile trovare il giusto equilibrio tra il pensare di aver fatto una grande cosa, ma anche di non avere passato del tempo con i figli o quello che è. E poi, per quanto riguarda il modo in cui viene presentato Robert, che è inevitabilmente uno dei punti focali del film, non volevo mostrarlo solo come un tiranno e una specie di mistico. Volevo dipingere un ritratto umano ampio. Sono stato molto fortunato a conoscere diverse versioni di lui, c’era bisogno di qualcosa di più per darne un’immagine che non sia una caricatura stereotipata.

Il film è asciutto, 86 minuti. È ironico, vero? Un film sul prog rock più corto di alcune sue canzoni. Ma battute a parte, c’è una cosa che ho trovato bellissima. La prima inquadratura è sfocata. Nessuno inizia un film con la prima scena sfocata, ma Robert stava dicendo delle cose bellissime, colte al volo, non potevi fare un secondo take.
Mi hai fatto felice. Esatto, è andata esattamente così, me n’ero accorto, ma non potevo chiedergli di fare un passo indietro, lo avrei perso, e ti giuro che ho passato molte notti insonni perché sapevo che volevo aprire il film con quella scena. Alcuni mi hanno detto; “Scoraggerà gli acquirenti”. Ma a Robert, a me, a te, al pubblico, dopo avere visto tutto il film, non frega proprio niente.

In The Court of the Crimson King – King Crimson at 50 diretto da Toby Amies è nei cinema in tutto il mondo soltanto il 19 ottobre con un’introduzione appositamente filmata, seguita da una proiezione VIP speciale in diretta streaming sabato 22 ottobre su nugs.net e disponibile On Demand, con introduzione dal vivo di Robert Fripp e Q&A con il regista e i membri della band.