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Kieran Culkin: la vita dopo ‘Succession’, il whisky e come imparare ad amare la recitazione

Con le vittorie agli Emmy e ai Golden Globe e i suoi discorsi di ringraziamento è stato la star dell'Awards Season finora. L'abbiamo incontrato al Sundance per parlare del suo nuovo film, 'A Real Pain', e del futuro post-Roman Roy
Kieran Culkin

Kieran Culkin agli Emmy. Foto: Danny Moloshok/Invision/AP

Kieran Culkin sembra uno a cui è stato rubato un pezzo di anima. Siamo seduti uno di fronte all’altro nella hall del Pendry, un lussuoso hotel a Park City, nello Utah, e la star di Succession ha appena avvistato un uomo di mezza età che gli ha scattato non così di nascosto diverse foto dall’altra parte della stanza. Si muove un po’ a disagio sulla sedia e beve un sorso della sua pilsner prima di chinarsi verso di me.

«Mi sento molto… esposto», dice con la voce che supera di poco il sussurro. «E se gli domandi: “Ehi, mi hai appena fatto una foto?”, ti rispondono: “No, certo che no!”, facendomi passare per uno stronzo presuntuoso anche solo per averlo chiesto».

L’attore 41enne non è ancora del tutto a suo agio con la fama – anche se, nell’era dei social media, chi lo è? –, ma ha fatto molta strada da quando si è allontanato dalle luci della ribalta dopo il successo di Igby del 2002. Ha imparato ad accettare il bello e il brutto di tutto ciò e, cosa ancora più importante, a godersi i riconoscimenti e il successo, che negli ultimi tempi hanno incluso la vittoria di Emmy e Golden Globe per la sua clamorosa interpretazione di Roman Roy in Succession.

Sono passati circa dieci mesi da quando Culkin ha concluso la quarta e ultima stagione della serie, e siamo tra le montagne innevate dello Utah per il Sundance Film Festival 2024, dove il suo nuovo film A Real Pain viene presentato in anteprima mondiale. Scritto e diretto da Jesse Eisenberg, la storia segue David (Eisenberg) e Benji (Culkin), due cugini litigiosi che, in seguito alla morte della nonna, vanno in Polonia per visitare il campo di concentramento di Majdanek e conoscere il suo passato.

Per quanto riguarda il suo di passato, Culkin è grato di aver finalmente trovato la sua vocazione.

Ti ho intervistato l’ultima volta dieci anni fa per This Is Our Youth. E ci siamo scolati un’intera bottiglia di Lagavulin nel tuo camerino.
Me lo ricordo! Ne abbiamo passate parecchie. Alla fine avevo così tante bottiglie vuote di Lagavulin da riempirci un’intera mensola. Il problema con il whisky è questo: gli appassionati vengono da me e iniziano a parlare di come viene fatto, nelle botti, eccetera, e io me lo verso in un bicchiere e lo bevo, se è buono.

Kieran Culkin, Tavi Gevinson e Michael Cera al debutto di ‘This Is Our Youth’ al Broadway’s Cort Theatre nel 2014 a New York. Foto: Bruce Glikas/FilmMagic/Getty Images

Il whisky è ancora il tuo drink preferito?
Ho capito: tutta l’intervista verterà su questo (ride). Negli ultimi anni ho dovuto accettare di non avere più lo stesso rapporto di una volta. Qualcosa è cambiato nella chimica del mio corpo. Mi piace ancora l’alcol. Bevo di tutto, ma in questo momento mi piacciono il vodka martini – molto secco, molto freddo e un po’ dirty – e lo champagne. Stranamente, queste sono le uniche due cose che voglio bere.

Volevo chiederti dei braccialetti che hai al polso. Li collezioni? Hanno un valore sentimentale?
Di solito non è così interessante. Alcuni li rubo, altri me li regalano, e altri ancora li compro. Due hanno sopra i nomi dei miei figli.

I braccialetti con i nomi scritti sopra sono diventati una cosa à la Taylor Swift.
Non capisco nemmeno il riferimento. La gente continua a dire: “Oh, Taylor Swift…”, e io rispondo: “Non so cosa significhi. Indosso tonnellate di braccialetti da, tipo, vent’anni”. Dovrebbero significare qualcosa?

Ai suoi concerti i fan si scambiano braccialetti dell’amicizia con scritti i loro nomi o altri messaggi.
Ah, non lo sapevo. Non sono mai stato a un concerto di Taylor Swift.

Come vivi tutta questa adulazione? Devi essere cambiato un bel po’, se le luci della ribalta non ti condizionano come era invece successo all’epoca di Igby.
Be’, quello è l’obiettivo: non lasciare che tutto questo ti influenzi. Prendi i momenti belli quando puoi e… non lo so. Qualunque altra cosa lasciala perdere. C’è una parte di me che dice che non dovrei godermela. Ho sempre la sensazione che ci sia molta vergogna in ciò che faccio, e che il successo arrivi con questa sorta di onta per cui ti devi quasi scusare e dire: “Mi dispiace se qualcuno si è avvicinato e ha detto qualcosa di carino. Non volevo che rovinasse la nostra serata”. Questa volta l’istinto sarà lo stesso, ma mi sforzerò di lasciar correre: “Va bene, posso godermi il momento”.

Succession è davvero qualcosa di cui essere orgogliosi. Un’opera fondamentale, un benchmark.
C’è stato così tanto duro lavoro da parte di tutti, in particolare nelle ultime due stagioni… Ora dirò una cosa che mi imbarazza e probabilmente non dovrei farlo, ma quando ero agli after party e vedevo i vincitori portare con sé le loro statuette pensavo: “È un po’ troppo, non potevi lasciarla in macchina?”. Ed è stato istintivo anche quando ho avuto il premio in mano. Poi mi sono detto: “Sai una cosa? Credo di potermela godere, perché è solo per questa notte”. Se vado alla festa di domani portandomi il premio con me sono una testa di cazzo, e se comincio a portarmelo in giro ovunque vado sono un vero coglione, ma al party di stasera va bene. Ho praticamente chiesto a mia moglie di portarlo in giro tutta la notte. Ero felice perché il Golden Globe è molto pesante, e allora lo lasciavo a lei: “Tienilo un attimo, devo andare a stringere la mano a qualcuno”, e lei: “Dài!”.

Jeremy Strong, Sarah Snook e Kieran Culkin in ‘Succession’. Foto: HBO

Da Igby a Succession e A Real Pain, sembra che tu te la cavi davvero bene a sguazzare nell’oceano delle disfunzioni familiari.
Mia mamma lo diceva sempre: “Come mai ogni volta che c’è un film su una famiglia disfunzionale ci contattano sempre?”. Non lo so. Non sono mai riuscito a capire perché sono attratto da qualcosa. Potrei dirti in modo molto specifico il motivo per cui non voglio fare qualcosa, ma ci sono stati un paio di casi in cui ho letto un copione e mi è sembrato di averlo capito al volo. E non mi piace nemmeno analizzare troppo le sceneggiature. Mi è accaduto con Succession e con questo film. È molto raro che legga una sceneggiatura e dica: “Wow, ne colgo ogni sfumatura. So chi è questo ragazzo. Non voglio nemmeno più andare avanti”. Il colpo di fulmine più istantaneo che abbia mai avuto è stato con Scott Pilgrim vs. the World. Ho letto la descrizione del personaggio e diceva: “Wallace Wells, 26 anni. Compagno di stanza gay di Scott. Sleale. Sopracciglio arcuato”. E ho pensato: “So chi è questo ragazzo e voglio interpretarlo”.

Come ti ha scelto Jesse Eisenberg per A Real Pain?
Mi ha detto che non aveva mai visto Succession e che ho avuto la parte perché sua sorella ha letto le prime trenta pagine che ha scritto e ha detto: “Ecco chi dovresti chiamare”. Mi ha raccontato che poi ha fatto una ricerca minima per capire chi fossi e ha deciso. Un atto di fiducia enorme! Non c’è stata nessuna audizione.

Avevi visitato Majdanek o un altro campo di concentramento nazista?
Mai prima di allora, ma lo abbiamo fatto per il film. Ho davvero apprezzato il modo in cui Jesse l’ha inserito, perché sarebbe stato davvero difficile fare quello che definirei “lavoro di scena” in un campo di concentramento. E difatti non l’abbiamo fatto. Anche il modo in cui era scritta la sceneggiatura era: “Entrano in questa stanza. Entrano in quest’altra stanza. Attraversano il campo e vedono questa cosa”. Era un dialogo davvero minimo, c’era quasi solo la guida turistica che parlava. Questi personaggi stavano assorbendo tutto, e lo stavamo facendo anche noi.

Da quello che ho letto, sembra che tu e Jesse abbiate avuto un po’ di attrito per quanto riguarda i vostri rispettivi modi di lavorare.
Solo un po’ all’inizio. Io avevo un modo molto specifico di lavorare, poi ho iniziato a fare Succession e, per come funzionava tutto, non avrei potuto sopravvivere se avessi provato a utilizzare il mio processo. Avevamo sceneggiatori che arrivavano con bozze dell’ultimo minuto e modifiche apportate sul momento: “Volevamo girare in questa stanza, ma ora invece faremo le riprese all’esterno”. Avevamo le spalle al muro e pochissime possibilità di provare, quindi dovevi essere molto sveglio e presente, il che era diverso dal prepararsi per settimane. Per me era un modo di lavorare nuovo e senza struttura, che ora penso sia il modo migliore per lavorare, almeno finché pensi: “Nella prossima scena che faccio sono fottuto”. Uno dei primi giorni [sul set di A Real Pain] ho visto il call sheet: avevamo tutto il giorno per girare una scena di tre pagine che in Succession avremmo chiuso in due o tre ore; avremmo ripetuto la sequenza quattro o cinque volte per intero e avremmo finito. Invece siamo stati lì per undici o dodici ore e lo abbiamo fatto circa quaranta volte. Ma poi ci siamo adattati entrambi allo stile dell’altro.

Kieran Culkin e Jesse Eisenberg in ‘A Real Pain’. Foto: courtesy of Sundance

A Real Pain è prodotto anche da Emma Stone, che è una tua ex.
È divertente anche solo dire “ex”. Per me è semplicemente una buona amica, mia e di mia moglie. È adorabile, fantastica.

Da allora, entrambe le vostre carriere sono davvero decollate.
L’ho conosciuta quando è iniziato tutto, ho avuto modo di vederlo e viverlo in prima persona. E ricordo che all’epoca ero un po’ più consapevole di lei della direzione in cui stava andando. Lei mi diceva: “Oddio, ho appena avuto questa parte!”, e io le rispondevo: “Ma ovvio! Ti adorano, sei strepitosa!”. Ricordo che una volta ha lanciato un urlo agghiacciante al telefono e io sono corso da lei pensando che fosse morto qualcuno. Piangeva, e io le accarezzavo la schiena pensando che dovevo versarle un whisky o qualcosa del genere, e lei invece mi fa: “Mi è appena stato chiesto di condurre il Saturday Night Live!”. E io l’ho abbracciata fortissimo, cazzo. È stato fantastico far parte di quel momento perché quello era il suo obiettivo di una vita, presentare il SNL, e lo ha raggiunto a 21 anni. Non pensava di essere arrivata a quel punto, e io: “Ma certo che ci sei!”.

Ho parlato con Freddie Prinze Jr. qualche anno fa e ha detto una cosa su di te che mi è rimasta impressa: “Kieran è davvero un bravo ragazzo, e l’unico attore che è più disposto di me a voltare le spalle a questo settore”.
(Ride) Anche lui è un bravo ragazzo. Sì, siamo entrambi più o meno così. Significa continuare a fare questo lavoro evitando di fare quello che stai facendo, o anche facendo una specie di “ricerca soft”. Quando arriva qualcosa che mi piace tendo a farmi prendere dal panico, perché non vedevo l’ora di non lavorare e di stare lontano da tutto. Ho sempre paura del prossimo ingaggio che arriverà.

Premetto che è una domanda stupida, ma voglio troppo fartela: cosa ti passa per la testa quando senti Brian Cox prestare la voce agli spot di McDonald’s e canticchiare il jingle?
Lo adoro! L’ho sentito e ho pensato subito: “Oh, quello è Brian! Buon per lui. Sta guadagnando un po’ di soldi”. Brian ama i soldi. È così.

Ora sta promuovendo un videogioco: Tekken 8.
L’ho appena sentito, è divertente. Quando io e mia moglie ci frequentavamo da circa una settimana, lei è venuta a casa mia e ha visto tutti i videogiochi che avevo. Le ho chiesto: “È troppo?”, e lei ha risposto: “È tanta roba da digerire”. Quando le ho domandato se avesse mai giocato, mi ha raccontato: “Ho avuto una PlayStation per un paio d’anni quando ero giovane e l’unico gioco che avevo era Tekken“. Io non ci avevo mai giocato e Jazz mi ha detto: “Ti farò il culo a Tekken“. Lei è andata a lavorare e io sono uscito a comprarlo. Poi è tornata e ho continuato ad annientarla per mezz’ora a Tekken, senza averci mai giocato. Ho scelto questo personaggio, Yoshimitsu, che era in Soul Calibur.

Cavolo, sì. Avevo Soul Calibur su Dreamcast. Ci giochi ancora?
Ho due figli, quindi non ho tempo. Prima di allora, ero un giocatore vecchia maniera. La maggior parte del mio materiale era di Nintendo, Super Nintendo e N64.

Quello che si chiude con la fine di Succession è un grande capitolo.
Sì, lo è. All’after party degli Emmy, il momento per me che ha segnato la fine di tutto è stato quando Sarah Snook ha lasciato la festa. Ci sono i SAG Award tra un mese, quello sarà l’ultimo appuntamento e lei non potrà esserci. Sappiamo già che Sarah, Brian e Jeremy non ce la faranno, e quello è un premio per gli attori, quindi gli sceneggiatori non saranno presenti. Alcuni di noi saranno lì, ma saremo sempre meno. Quindi, dopo che se n’è andata, ho pianto. Ero inconsolabile, la gente alla festa continuava a portarmi dei fazzoletti.

Credo che l’episodio del funerale di Logan in Succession sia una delle tue migliori performance di sempre. Mi ha ricordato quella sequenza di Magnolia in cui Tom Cruise crolla accanto al padre morente che lo aveva abbandonato. Cruise aveva un rapporto molto teso con suo padre, che sembrava portare in quella scena. Sono curioso di sapere se hai messo qualcosa di tuo nella scena del funerale.
Questo pensiero non mi è nemmeno passato per la testa, perché per me la relazione con mio padre non ha alcun peso. Non attingerei di proposito alla mia esperienza, quel pozzo è vuoto. E non è nemmeno nel mio stile prendere ispirazione dalla mia vita personale. La cosa che ho imparato a fare nella serie è stata fidarmi, non pensarci, non provarlo e – semplicemente – farlo. Sapevo di doverlo fare, e la sera prima ho pensato: forse sarebbe meglio prepararmi. Ho ripreso il dialogo, l’ho riletto e ricordo di averlo recitato per tipo cinque secondi prima di dire: “Non posso farlo, devo andare là, attaccare e basta”. Altrimenti sarei stato sveglio tutta la notte a torturarmi, e questo non avrebbe aiutato. [Mark] Mylod ha deciso che saremmo entrati nella chiesa e che sarebbe stata piena. Le comparse riempivano i banchi. C’erano tre o quattro macchine da presa. Lui va sul podio e spiega che avremmo messo in scena un vero corteo funebre senza fermarci. Non l’abbiamo provato. Non ne abbiamo discusso. Dal momento in cui ha urlato “azione!”, abbiamo visto la bara uscire da un’auto all’esterno e salire le scale. Tutti si sono alzati in piedi; noi stavamo dietro. La musica è partita e ricordo che è stata dura, tipo: “Ok, c’è questa bara e papà è lì dentro”. Alan [Ruck] si è alzato e per la prima volta lo abbiamo visto tenere il suo discorso. Poi James Cromwell si è avvicinato e ha fatto questo intervento assolutamente fantastico, che mi ha davvero colpito. E lì toccava a me andare sull’altare e fare la mia parte, che non avevo provato. Da quello che ricordo, e da quello che ho visto da quell’episodio, sembra che tutto provenga dal mio primo take, perché non sono riuscito a farne un altro. Ero uno straccio.

Volevo chiederti del profilo di Jeremy Strong sul New Yorker. Cosa ne pensi di quel pezzo e di come rappresentava il suo processo creativo?
Per me è difficile parlarne, soprattutto quando si tratta di giornali. Molto di quello che dico può essere preso fuori contesto, perché penso che le persone cerchino di creare una faida che onestamente non esiste. [Jeremy] si prepara in modo diverso rispetto a molte persone con cui lavoro, ma lo stesso vale per Brian Cox e Matthew Macfadyen. Confermo quello che ho sempre detto: “Se mai dovessi diventare un produttore, Matthew sarebbe l’attore dei miei sogni”. Si presenta puntuale e preparato, non ha mai problemi, comprende appieno il materiale, non fa domande, fa il suo lavoro e torna a casa. Non va nemmeno alle feste o alle cene dopo il set. È lì per lavorare. È probabilmente l’attore di maggior talento con cui abbia mai lavorato. Ed è anche una persona adorabile. Il suo soprannome sul set era “Perfetto”, perché alla fine della giornata appendeva sempre i suoi vestiti in modo ordinato nel guardaroba e gli abiti tornavano con un odore migliore rispetto all’inizio della giornata. Non aveva mai giocato a softball in vita sua, ma nel primo episodio si avvicina alla base e colpisce la palla per tutto il campo. Lui è così. Ma le persone semplicemente lavorano in modo diverso.

Kieran Culkin al ‘Tonight Show’ di Jay Leno nel 1998. Foto: NBCU Photo Bank/NBCUniversal via Getty Images

Cosa hai imparato vedendo tuo fratello maggiore Macaulay passare l’inferno prima di te?
Quello che gli è successo da bambino è stato davvero spiacevole. Diceva: “Mi sono fottuto la vita. Non è mai stato quello che volevo. Volevo soltanto fare l’attore, un lavoro che mi interessava, e ora sono dannatamente famoso”. Gli ci è voluto un po’. Adesso gli va bene, ma ci sono voluti dieci anni buoni piuttosto problematici prima di stare bene con sé stesso. È difficile conciliare tutto quando hai nove anni, per non parlare di quel tipo di attenzione e fama.

Dopo Igby hai avuto un periodo in cui ti sei preso una pausa dall’industry. C’è stato qualche progetto in particolare che ha riacceso la tua passione per la recitazione?
Ho avuto tre ruoli che mi hanno influenzato profondamente nella vita. Igby è stato il primo, la prima volta che sono stato trattato come un attore e ho iniziato ad attuare un processo di comprensione di cosa fosse il lavoro sulla scena e lo sviluppo di un personaggio. E questo ha cambiato tutta la mia prospettiva. Ma poi sì, sono scappato dal business per un po’. Lavoravo ancora e facevo cose che amavo davvero. Quello dopo è stato This Is Our Youth. L’ho perseguito per otto anni e ci è voluto molto per convincere Kenny [Kenneth] Lonergan a lasciarmi interpretare quella parte, non mi ci vedeva per niente. Ma ho trovato un modo che avesse senso per me. E la mia prima e unica produzione a Broadway è stata la commedia dei miei sogni, con uno dei miei migliori amici (Michael Cera, nda) e il buon Kenny che l’ha scritta. Era tutto quello che volevo fare. E, da allora, ho sentito che avrei anche potuto andare in pensione. Dopo Igby mi sono detto: “Ok, non penso che questa cosa della recitazione faccia per me, ma non so cos’altro fare e cercherò di capirlo”. E poi è arrivato This Is Our Youth: “Ok, questo è il ruolo perfetto e ho raggiunto l’apice, e ora devo davvero trovare cos’altro fare, e ancora non so se voglio essere un attore”. Dopo è toccato a Succession: durante la seconda stagione ho realizzato che volevo essere un attore. Adesso so cosa voglio fare della mia vita, ed è la cosa che faccio da trent’anni. Ma mi ci è voluto tanto tempo per capirlo.

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