Keke Palmer: «Sbaglio ad avere grandi sogni?» | Rolling Stone Italia
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Keke Palmer: «Sbaglio ad avere grandi sogni?»

L'attrice, cantante, produttrice, conduttrice e mamma single parla di ciò che alimenta la sua sete inesauribile e di come ha imparato «nel modo più duro» i pericoli dello stacanovismo

Keke Palmer: «Sbaglio ad avere grandi sogni?»

Foto: Tracy Nguyen

Keke Palmer è molto più dei suoi tanti, tantissimi lavori. Ma persino lei lo ammette: di lavori ne ha davvero parecchi. Attrice acclamata dalla critica, attiva nell’industria dell’intrattenimento da oltre due decenni, Palmer (nata Lauren Keyana Palmer) è esplosa a 11 anni con il ruolo da protagonista nel commovente film sullo spelling Una parola per un sogno. Poi ha fatto il salto da bambina prodigio a due volte vincitrice di un Emmy e star di film campioni d’incassi firmati da registi come Jordan Peele (Nope) e Lorene Scafaria (Le ragazze di Wall Street – Business Is Business). È una cantante che ha pubblicato tre album R&B in cui si è messa a nudo e diversi singoli, tra cui My Confessions dell’anno scorso, che esplorava le conseguenze della sua tormentata relazione con l’ex fidanzato Darius Jackson.

È anche conduttrice, con due talk show alle spalle (Just Keke e Strahan, Sara & Keke), un podcast settimanale di interviste (Baby, This Is Keke Palmer) e un impegno attuale alla guida del reboot del game show televisivo in prima serata Password. È un’imprenditrice alla guida del suo network di contenuti digitali KeyTV, ed è stata un’effervescente intervistatrice da red carpet. Senza dimenticare i due libri che ha scritto, il più recente dei quali è il suo memoir del 2024, Master of Me. È mamma single di Leodis, figlio di tre anni che in famiglia chiamano Leo. Ah, e nel tempo libero sta anche prendendo la certificazione per diventare istruttrice di pilates.

«Lo so», dice Palmer, con un finto broncio stampato in faccia. «Ci risiamo».

La grinta e il carisma di Palmer sono palpabili. Quando entra nel bar deserto della Soho House West Hollywood per la nostra intervista, con il suo sorriso smagliante come le luci di un set, la stanza diventa un palcoscenico. «Cerco sempre di lavorare partendo dalla posizione di imprenditrice e creatrice», dice. «Molte volte ci ritroviamo in una posizione, soprattutto come artisti, in cui non abbiamo voce in capitolo».

Il suo progetto più recente, I Love Boosters (ora disponibile su Prime Video), affronta in modo analogo il tema della proprietà, anche se da una prospettiva più radicale e anticapitalista. Diretto dal rapper e regista indipendente della Bay Area Boots Riley, il film segue Corvette, il personaggio di Palmer, una stilista senzatetto che «sgraffigna» vestiti dai negozi con l’aiuto del suo seguito elegantissimo, la Velvet Gang, per poi rivenderli. Il film si confronta con questioni di lavoro, creatività e potere, tutti temi con cui anche Palmer, 32 anni, sta facendo i conti nella propria vita. «Crescendo, mi è diventato sempre più chiaro che mi stavo facendo carico di tante cose», dice a proposito della pressione di avere successo. «Si arriva a un punto in cui devi ridefinire cosa significa per te il successo e darti l’opportunità di goderti quel momento, invece di preoccuparti sempre del prossimo progetto».

Sei nel settore da quando avevi nove anni. Cosa ti ha fatto pensare che lo showbiz potesse fare per te?
Non so se l’ho capito subito che era showbiz. Ma quando mi esibivo in chiesa o nelle recite scolastiche, pensavo: «Mi piace». Il dialogo con il pubblico… ecco, mi piaceva quella vibe.

Qual è stato il tuo primo grande provino?
“Grande” è un concetto molto relativo. Direi La bottega del barbiere 2. Ma il primo grande provino in California, quando ci siamo trasferiti, è stato per un film con William H. Macy [The Wool Cap – Il berretto di lana del 2004] che mi ha fatto guadagnare una candidatura ai SAG.

Foto: Tracy Nguyen

Sei cresciuta a Robbins, in Illinois, appena fuori Chicago. Quando si è affacciata l’ipotesi di un trasferimento a Los Angeles?
Per La bottega del barbiere 2 giravano delle scene a Chicago, quindi è stata l’occasione perfetta. Ma dopo ci siamo resi conto che a Chicago non arrivavano molte produzioni. Quindi, se volevo davvero fare l’intrattenitrice a livello professionale, mi sarei dovuta trasferire in California.

Hai tre fratelli. E i tuoi genitori decidono: «Crediamo che ci sia Hollywood nel futuro di nostra figlia». Come si prende questa decisione come famiglia, del tipo: «Keke ha talento, cambiamo radicalmente le nostre vite»?
Questa è davvero una domanda, e lo dico sul serio, da fare i miei genitori. Perché anch’io mi chiedo: «Perché l’avete fatto?». I miei sono persone di fede, ci credevano davvero. Hanno sempre detto che vedevano cosa stavo facendo e sentivano che meritava di essere visto.

In che modo l’essere figlia di un pastore ha influenzato le scelte che hai fatto e il modo in cui ti comportavi?
Ragazza mia, in mille modi, durante tutta la mia vita! L’altro giorno ho visto una vecchia foto su Facebook. Avevo un blazer a una festa di bambini. Cercavo sempre di essere in ordine. Mio padre è diacono, quindi crescendo in chiesa e in quel tipo di ambiente ti senti ripetere sempre: «Comportati bene. Sii impeccabile». Era tutto così serio. Ero una bambina un po’ seria, sempre a cercare di essere impeccabile. Pure troppo.

«LA FAMA E I SOLDI POSSONO ESSERE UN TRAUMA. TUTTO VIENE STRAVOLTO»

Da bambina, all’improvviso, inizi a fare soldi a Hollywood. Hai mai sentito la pressione di portare a casa lo stipendio?
Assolutamente, la pressione c’è. Vengo da una situazione di povertà. Semplicemente non avevamo soldi: non ci rimuginavamo troppo sul non averli, facevamo tutto con quello che avevamo. Avevamo un grande senso d’amore e di comunità, ma non possedevamo molto. E quindi, una volta che vedi com’è avere delle possibilità, diventa difficile anche solo pensare di tornare indietro. Il primo pensiero è: «Oh no, devo arrivare a un punto di stabilità». La cosa interessante è che anche quando lo raggiungi, se lavori partendo da quella mentalità e da quella pressione non sai mai quando è finita. Non era niente che la mia famiglia e io avessimo pianificato, ma ho avuto così tanto successo che ci siamo ritrovati in questo nuovo mondo.

Come ha influito sul rapporto con i tuoi genitori il fatto di essere tu a portare il pane in tavola?
I miei e io ne parliamo continuamente, ora anche con più lucidità, con tutta l’esperienza ormai alle spalle. La fama è traumatica. Il discorso dei soldi è traumatico. Tutto viene stravolto. Quando ci siamo trasferiti, mio padre ha lasciato il lavoro. Mia sorella ha saltato il primo anno di liceo. Tutti hanno sacrificato qualcosa, e negli anni è stato costante. Mia madre veniva in viaggio con me. I miei fratelli e io siamo cresciuti con un solo genitore, anche se in casa ne avevamo sempre due. Quindi ci sono state tante cose che abbiamo fatto per far funzionare la famiglia. Non era una situazione normale. Non vuol dire che fosse una situazione brutta, ma non era normale, e nessuno poteva prepararti a quello.

Detto questo, ci sono aspetti della tua infanzia che vorresti rivivere, o vivere in modo più normale?
A volte è difficile capire cosa mi sono persa, soprattutto quando tutti quelli con cui ne parlavo mi dicevano: «Non ti sei persa niente». E io: «Ma che cavolo aveva di così brutto il liceo per dirlo in quel modo?». Io il liceo lo conosco solo dalle mie esperienze nelle serie tv, Degrassi, Dawson’s Creek o Moesha. Quindi, nella mia testa, basandomi su quello, vorrei tornarci? Certo, anche solo per fare un po’ la Raven Baxter, vedere nel futuro. Quella vibe la adorerei. Ma ho anche avuto un sacco di esperienze fantastiche. Mi ricordo che correvo sul set di Tutti odiano Chris partendo da [quello della mia sitcom di Nickelodeon] True Jackson, mi intrufolavo sul set di Glee, mi intrufolavo da Dr. Phil, giocavo con i golf cart. Ho un sacco di bei ricordi.

Una parola per un sogno segue il percorso di una ragazzina verso la vittoria della Scripps National Spelling Bee. Trasforma quella che potrebbe essere una storia convenzionale in qualcosa di molto più profondo sul successo nella comunità nera. Quand’è l’ultima volta che l’hai visto?
Dev’essere stato anni fa, ma ogni volta che ne vedo dei pezzi da qualche parte, il messaggio del film mi diventa molto più chiaro e profondo man mano che cresco. Il modo in cui guardo al linguaggio, a come le parole ti permettono di esprimerti. Vediamo una ragazzina con un’incredibile capacità di riconoscere gli schemi. Ha un dono vero e capisce la scienza che ci sta dietro. È un film sportivo, e lei spacca. Tutto questo mi colpisce in modo molto diverso da donna adulta e da mamma. Penso al momento in cui è con il dottor Larabee [interpretato da Laurence Fishburne] e lui le fa leggere la poesia di Marianne Williamson Our Deepest Fear: «Chi sei tu per non esserlo? Sei nata per essere un manifesto». Avere queste cose in mente in giovanissima età – credere di poter inseguire il mio obiettivo, credere di avere persone che vogliono vedermi vincere, di avere sostegno, di avere una comunità alle spalle – questo al 100% ha fatto parte della traiettoria della mia vita.

Cosa ti aveva interessato all’inizio del personaggio?
Da bambina non leggevo davvero i copioni. Era mia madre a valutare sempre il materiale e a capire se fosse qualcosa che secondo lei dovessi fare. Crescendo, era davvero molto attenta alle cose di cui voleva che facessi parte. Quando ha letto Una parola per un sogno, mi ricordo solo che è entrata nella stanza [mima il pianto]: «Lo devi fare questo film, Keke. Lo devi fare per forza». E noi: «Ma stai bene?». Era in lacrime. Allora ci siamo seduti tutti insieme e abbiamo letto la sceneggiatura. Ci siamo divisi le parti e abbiamo fatto praticamente una lettura del copione di Una parola per un sogno in famiglia. Alla fine ci siamo tutti commossi parecchio, perché anche da bambina capivo cosa significasse vedere questa ragazzina inseguire i proprio sogni. Stavo facendo esattamente la stessa cosa.

««COME VIENE VISTO QUELLO CHE FACCIO?». QUESTA È LA PRESSIONE CHE SUBISCI COME PERSONA DI COLORE»

In che modo l’essere stata una star Disney ha plasmato la tua carriera?
Lavorare con la Disney mi ha insegnato a fare il vaudeville. Sono cresciuta con mia madre che mi parlava di Judy Garland e Shirley Temple, leggende vere che erano cantanti, ballerine, attrici, conduttrici, tutto. Quindi mi sento davvero fortunata ad aver lavorato alla Disney da bambina. Era molto simile alla MGM. Sfornavano piccole star.

Ci sono esempi in cui senti che le tue scelte come attrice hanno cambiato il prodotto finale?
Vorrei riuscire a ricordarne di specifici. Ma posso dire che ho sempre fatto in modo che ci fosse integrità in quello che facevo. Mi chiedo sempre: «Come viene vista questa cosa?». Questa è la pressione che subisci come persona di colore. Quindi un po’ di quello stress l’ho sempre avuto. Tante volte ero l’unica persona nera, persino nel mio stesso show. È stato un peso che mi sono portata dietro.

Foto: Tracy Nguyen

Cosa ti dà la conduzione rispetto alla recitazione?
Adoro, adoro, adoro condurre. Amo parlare con le persone. Amo anche la struttura. In molti sensi, sei tu a tenere insieme lo show. Quando faccio cose come le interviste da red carpet al Met Gala, questi spazi possono essere così carichi di tensione. Voglio sempre abbassare i toni. Ogni volta che ho l’occasione di creare uno spazio o un’atmosfera del tipo «Va tutto bene», per me è divertente. È come dire: «Divertiamoci. Stiamo tranquilli».

Perché la musica è qualcosa per cui vuoi comunque ritagliarti del tempo?
Con i film o le serie, è tutto in base alla vibe del momento. Quando sono andata così a fondo nel costruire un personaggio o un ruolo, allora voglio fare più conduzione, più canto, qualcosa che mi permetta di mostrare cosa succede nel mio mondo interiore, di parlare di chi sono come persona. I tuoi fan lo sanno, quando ascoltano la tua musica, che sei tu a parlare con loro e che questo è ciò che ti sta a cuore.

Quali sono le tue ispirazioni rispetto alla carriera?
Quando penso alle carriere che voglio emulare, penso a persone come Steve Jobs, proprio in quanto visionario capace di creare qualcosa che ha permesso l’accesso ad altre persone, prendere una piccola idea e renderla grande. Penso anche a persone che hanno costruito brand incredibili come Oprah Winfrey e Martha Stewart. Mi colpiscono perché incontrano il loro pubblico ovunque esso si trovi.

Ha senso, perché ti esponi molto sul voler stare dove le cose accadono. Ma questo a volte non diventa estenuante?
Sì, in effetti ho un problema. Arrivo letteralmente al punto di scrivere sul mio diario: «Lauren ha 24 ore in un giorno. Se il 4% della sua giornata è un’ora, quante altre…». Faccio calcoli su come distribuire la mia energia e assicurarmi di arrivare in fondo a quello che sto cercando di fare. E ogni volta devo dirmi: «Sai cosa mi renderà migliore? Se stanotte riposo. Se mi prendo quelle due settimane di vacanza. Se per oggi do buca». Quando sei una persona ambiziosa, cosa che non credo sia un male… viviamo in una cultura così improntata al lavoro, e tutti si sentono così costretti a fare la stessa cosa, che abbiamo una reazione strana a tutto questo. Sbaglio a voler portare a termine le cose? Sbaglio ad avere grandi sogni? Dobbiamo essere sinceri con noi stessi, e dobbiamo avere equilibrio. Se vuoi davvero raggiungere i tuoi obiettivi, ogni tanto prenditi una pausa. Perché ti renderà migliore. Questa è una cosa che ho imparato nel modo più duro.

Qual è stato il modo più duro?
Essere disincarnata. Non essere presente nel momento, andare avanti col pilota automatico. Può essere impressionante, ma non è divertente, perché non ci sei, non te lo godi. Il modo più duro è questo, te ne rendi conto e pensi: «Oh, cazzo, ho fatto quella cosa ieri?». Il segnale è la mancanza di memoria. Quando inizi a notarlo, allora devi dirti: «Fermati un attimo. Se mi interessa davvero quello che sto facendo, devo assicurarmi di onorare il riposo come parte del programma».

Parlami di Nope e del lavoro con Jordan Peele.
Mi ha cambiato la vita. È stato così accogliente con me. Mi ha vista davvero. Quando penso alle sfumature di quel personaggio, e a quante conversazioni abbiamo avuto in cui mi incoraggiava a seguire ciò che sentivo… è stata la prima volta che ho capito davvero quanta autonomia avessi. Il modo in cui ha lavorato con me ha davvero cambiato il modo in cui mi muovo come attrice, perché mi ha fatto capire che quello era importante, e poi [ho visto] come arricchiva il progetto. È lì che ho capito davvero di avere una voce che meritava di essere ascoltata.

«SE VUOI DAVVERO RAGGIUNGERE I TUOI OBIETTIVI, OGNI TANTO PRENDITI UNA PAUSA»

Stai pensando al tuo lascito come attrice?
Solo come attrice?

Dimmi come pensi al tuo lascito come attrice, e poi al lascito in generale.
Hollywood è buffa. Ovviamente ho iniziato facendo commedie con Nickelodeon e True Jackson o la Disney, [e] in quest’ultima fase della mia carriera tutti dicono: «È un’attrice comica». Quand’ero bambina, era sempre: «È la prossima Angela [Bassett]». Spero solo che mi vedano come una caratterista, qualcuno che può interpretare qualsiasi ruolo, che ti può comunicare il dramma, che ti può dare la commedia, che ti può dare prospettive uniche e un lavoro che [accende] anche il dibattito. Sai cosa pensa la gente di Quincy Jones? Lo percepiamo come un membro della nostra famiglia. È stato parte di tante storie ed è stato anche una figura di supporto nel successo di altri. Era una cosa a sé e al tempo stesso era quello con cui Michael [Jackson] lavorava per fare Thriller.

Un punto di riferimento culturale.
Sì, e questo è importantissimo. Stiamo tutti intorno a un tavolo, e tu sei seduto lì, e tu sei seduto lì, e noi siamo seduti lì, e costruiamo qualcosa [insieme].

Cosa ti ha attratto di I Love Boosters?
Adoro queste ragazze [la Velvet Gang]. Adoro Boots Riley. Pensiamo alle antieroine di Set It Off – Farsi notare, quelle donne che combattevano contro il sistema nell’unico modo che conoscevano, [una lotta] che alla fine è costata loro la vita. Un film come I Love Boosters [è] un racconto simile di donne che prendono in mano la situazione. Ma è anche realistico, dice: «Ehi, non so se tutti i problemi [sistemici] possano essere risolti, ma ecco un modo per parlarne». È una questione molto importante adesso, perché finiamo per portarci dietro questo peso tutto il giorno. Noi millennial, ma anche la Gen Z, stiamo diventando i nuovi adulti. E a chi ci ha preceduti diciamo: «Cosa ci avete lasciato?». Una volta che smettiamo di piangere, una volta che ci alziamo e ci spolveriamo le spalle, come andiamo avanti? [In] questo film vediamo queste donne fare quell’esperienza. E ci chiediamo anche: «Dove vive la comunità in tutto questo?».

Stai anche influenzando molto direttamente la prossima generazione come mamma di Leo. Parlami della maternità.
Oddio, potrei parlare di lui tutto il giorno. Mio figlio mi ha cambiato la vita. È tutto per me. E sinceramente è davvero un bambino fortissimo. È il bambino più simpatico del mondo, ed è così intelligente. La maternità pensavo sarebbe stata fica, ma è molto meglio di come avrei mai potuto descriverla. Davvero. Non  è per tutti, ma per me lo è sempre stata. Posso vedere questa persona, far parte della sua vita e sostenerla mentre diventa chi è destinata a essere. È semplicemente la cosa più bella.

Foto: Tracy Nguyen

È bellissimo. E ora, quali sono invece le parti che ti stanno facendo penare?
Be’, prima di tutto mio figlio è cattivo da matti. Non è gentile. Quella parte non l’avevo considerata. L’altro giorno sono tornata dal pilates. Entro in casa e mio figlio fa: «Mamma, puzzi». Come, scusa?

Chi è il tuo “villaggio” in questo momento?
Le mie sorelle e io viviamo insieme. E poi mia madre c’è sempre, e ho anche delle tate che mi danno una mano. Il villaggio è grande. Non so cosa riuscirei a fare senza tutto l’aiuto che ho.

La tua esperienza con la maternità è nata anche da una relazione difficile con il tuo ex compagno Darius Jackson. Nel 2023 hai postato di essere stata omaggiata da una serenata di Usher a un concerto, con tanto di foto di quella sera, e Jackson è andato su tutte le furie su Twitter, criticando ciò che indossavi e scrivendo: «Che outfit però. Sei una mamma». Quand’è che hai visto per la prima volta cos’aveva scritto? Qual è stata la tua reazione?
Ero a Los Angeles a fare [un servizio] per la copertina di una rivista, e tutti nel mio team avevano un’aria stranissima. Pensavo: «Ma che cavolo hanno? Perché hanno quell’aria così strana?». Controllo i social, guardo le notizie come faccio sempre, e poi vedo che quel giorno parlavano di me. Ero sotto shock, ero davvero sotto shock. Essendo una persona esposta al pubblico, [è] come se fossi al lavoro quando posto online. [Ma] pensavo solo: «Questo non c’entra niente con il lavoro». Mi sentivo bloccata, perché pensavo: «Non posso dire niente, non so se sia appropriato».

«SPERO CHE OGGI MI VEDANO COME QUALCUNO CHE PUÒ INTERPRETARE QUALSIASI RUOLO»

Anche la rottura e i successivi atti legali sono diventati pubblici. In un atto hai accusato Jackson di abusi fisici. In che modo questo complica un momento già di per sé difficile?
Semplicemente lo rende pubblico quando non dovrebbe esserlo, e non c’è granché che tu possa fare. Tante volte [il pubblico] ha la sensazione che tu dica [qualcosa] a loro, mentre lo stai dicendo al tribunale. Poi diventa un tema su cui si aspettano che tu ti pronunci, ma in realtà non era una cosa che loro avrebbero dovuto vedere fin dall’inizio. Senza offesa, ma davvero non era per voi. Mi dispiace che l’abbiate scoperta. Gestirò la mia vita e farò ciò che devo fare per andare avanti. È come un sogno in cui ti presenti davanti a tutti e non hai i pantaloni. Cosa [altro puoi] fare? Ti tiri su i pantaloni e vai avanti.

Uscita da quella situazione, come stai affrontando i nuovi incontri adesso?
Non c’è nessuno di interessante. Davvero, non so cosa trasmetto. Ho la sensazione di emettere un’energia molto “chiusa”, perché non si fa avanti nessuno. Forse hanno paura.

Stai cercando un partner che non sia nel mondo dello spettacolo?
Non sono mai stata attratta dallo stare sotto i riflettori. Come personaggio pubblico, spesso ti ritrovi in una relazione con qualcuno che vuole far parte della tua vita pubblica. Altrimenti hanno la sensazione di essere nascosti. È una cosa difficile da gestire. Soprattutto quand’ero più giovane, dicevo sempre: «Non voglio nessuno di questo settore». Perché ne vedi di cose. Ci sono un sacco di matti qui in giro. Ma mi rendo conto che i matti ci sono ovunque. Perciò oggi sono più aperta verso artisti o persone del mio settore di quanto non lo fossi in passato. Però sto trasmettendo più vibe alla Miss Detective che alla Michelle Pfeiffer.

Il personaggio di Sandra Bullock in Miss Detective finisce con un ragazzo.
Sì, ma hai visto come succede? Così è un po’ troppo…

Cosa significa essere Keke Palmer?
Keke Palmer è un’osservatrice della cultura, ispirata dalla sua generazione e dalla sua creatività, e quella creatività vuole solo rifletterla nel modo migliore possibile. Che sia attraverso le conversazioni nel mio podcast, attraverso i personaggi che interpreto, attraverso la musica che faccio, il mio lavoro [consiste nel] riflettere tutta la bellezza di ogni angolo della nostra cultura. È questo che mi spinge. È questo che mi ispira. Penso a Basquiat o ad Andy Warhol, e a come osservavano la cosa e al tempo stesso ne erano gli autori. E ritrovo questo nella cultura pop. Voglio fare tutto.

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Credits

Hair: Cheryl Reid for Epiphany Agency INC.
Makeup: Kenya Alexis at Opus Beauty using Danessa Myricks.
Location: Soho House West Hollywood

Da Rolling Stone US