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Josafat Vagni: la verità, solo la verità

«È la cosa che amo di più perché se ne frega di tutto», dice l’attore romano che passa dai monologhi a teatro a un feat. con Salmo davanti a tutto San Siro. E poi c’è il cinema futuro, ma sempre trovando la “postura” giusta

Foto: Lucrezia Iannilli

Hai stretto la vita così forte
Che te sei spezzato un braccio
Poesia, sì
Ma non è bastata

Hai cambiato faccia ogni tre giorni
Letto ogni due
Hai fallito
Eppure le premesse erano giuste

Famiglia umile, er ragazzino è intelligente, è sensibile
Signora, questo è pronto per il riscatto sociale
A venti esordio forte, a trenta svolta artistica
Fama, successo, memoria imperitura
Morte a palle all’aria in una vasca de Cristal

Se rende conto?
E invece no
Hai fallito

Josafat Vagni, classe ’86, passato e presente tra cinema e teatro, si è presentato così davanti ai 50mila spettatori di Salmo a San Siro, a metà tempo di quella che è stata certamente una delle più intense e spettacolari performance del rapper sardo. E lo ha fatto travestito, armato di ramazza e abito da inserviente, portando in scena, però, un soggetto molto personale: se stesso. Vivo, questo il nome del brano, non è solo parte del disco di Salmo Flop, ma anche la storia di un fallimento, di un percorso e dell’accettazione dell’imperfezione della vita.

Cosa si prova a stare in piedi di fronte a tutte quelle persone? Tremano le gambe?
Ho sentito il boato quando è uscito Maurizio (Salmo, nda) e sì, c’erano i margini per l’emozione, ma non mi sono mai sentito così in controllo, e sai perché? Perché alla fine non me ne fregava niente, ero io, sono io. Nudo e fragile, libero… e vero. Non c’è trucco e non c’è inganno, signori…

L’amore per la verità è per Josafat più di un sentimento, è un mantra di vita, qualcosa che è e non può non essere. «La verità se ne frega di tutto, la verità mi mette coraggio. Anche se ho sempre paura di farmi male, alla fine è l’unica cosa che conta, scendi in cantina e abbracci il tuo sentire». Josafat nato nella periferia romana, cresciuto in una famiglia matriarcale dalla triade del suo cuore formata da nonna, mamma e zia, nutrito a pane, pizza bianca e interrogativi sul futuro, finisce a fare l’attore grazie a un’intuizione fortunata. «Da ragazzino, fino alle superiori in realtà, facevo gli spettacoli a scuola dove cantavo e suonavo con il mio gruppo. Poi, un giorno, una mia professoressa stava creando una squadra per il corso di teatro, le serviva una band e mi ha coinvolto. Per quello spettacolo scrissi un pezzo originale e lo interpretai recitando, poi venne presentato a un concorso e lo vincemmo. Per due anni di fila. Allora mi son detto: forse te viene!».

Quindi anche la musica c’è sempre stata…
Una colonna sonora giusta ti può cambiare la vita, ma se dovessi ascoltare una sola canzone per il resto dei miei giorni non sarebbe rap ma 007 (Shanty Town) di Desmond Dekker.

Come è nata Vivo, e in generale la collaborazione con Salmo?
Maurizio è un amico, aveva letto una cosa che avevo scritto che si chiama Bonnie & Clyde e voleva proporre quella, anche se la sua prima idea era di farmela fare rap, ma era fuori discussione per me. Così mi sono guardato dentro e ho scritto qualcosa sul fallimento, sono partito dalla poesia e poi l’ho girata dalla prima alla seconda persona. Perché? Perché in fondo a nessuno frega dell’altro, se devo parlare e sentir parlare di fallimento voglio che sia il mio.

Mani in alto e piedi nella pozzanghera salata
Lavoro intermittente
Un telegramma
E gioie, sì, razionate, come in guerra

Ti senti senti spesso in guerra?
Spesso, sì. A un certo punto entri in guerra anche con te stesso, oltre che con gli altri. Nel lavoro, nei sentimenti, L’importante è sopravvivere, come a un amore. “Sopravvissuto a una relazione” si può dire senza pericolo di smentita, no? Ma il tempo passa e resti attaccato lucidamente a quello che rimane, al sentire, anche se è oscuro e incazzato. Il dolore però posso dire oggi che è mio amico, ci conosciamo a fondo e lo accolgo, respingendo invece con terrore l’idea dell’atarassia emotiva, un pensiero che mi terrorizza… infatti combatto per essere sempre presente in ogni situazione perché capita, se prendi un paio di schiaffoni forti, che poi si possa far fatica a restare sull’attenti, ma bisogna farlo, non c’è nessuno che ci aspetta, dobbiamo prendere l’autobus da soli e responsabilizzarci, anche di fronte a noi stessi.

Tutto questo sentire però è miele per il tuo lavoro, che mescolato come tempera colorata al talento e alla tecnica crea un’opera speciale e variopinta. Ma non è solo questo, hai studiato anche tanto.
Non si smette mai, ho iniziato con Alessandro Prete e poi il metodo Strasberg, anche se credo effettivamente che il mio lavoro fino a oggi sia un insieme di tutto, esperienze umane che respirano con la tecnica. Anche insegnare mi dà una grande soddisfazione.

La prima volta che ci siamo parlati, infatti, mi hai insegnato le basi per la corretta postura. I temi principali sono stati l’amore e gli appoggi, che detta così…
(Ride) E invece sì, è tutta una questione di appoggi, del tuo spazio nel mondo. Il corpo ha un baricentro e a seconda di dove lo porta il peso ha un significato, è una codifica di un gesto e i gesti parlano per noi, oltre le nostre stesse volontà.

Per Josafat lo spazio non è inteso alla vecchia maniera, dammi spazio/mi manca spazio, si avvicina di più invece al concetto spaziale di Lucio Fontana, che con un gesto semplice sfondava la tela e si muoveva oltre il campo pittorico creando una terza dimensione. In questa dimensione, Josafat trova l’ispirazione per interpretare i suoi personaggi, a cui dà vita come fossero il suo sangue. Che stia vestendo i panni di Marco Maravigna tra vicende di mafia con i giornalisti dell’Ora, nel crime western di metà Ottocento dei Briganti o tête-à-tête con Asia Argento nella Storia (ultima fatica di Francesca Archibugi, dal romanzo di Elsa Morante), Josafat prende a piene mani da tutta la sua esperienza e da quella sensibilità che lo fa parlare di fallimento di fronte a un San Siro sold out tirato a lucido per le grandi occasioni con la stessa serenità con cui si ordina un gin tonic. Ma, se gli chiedi cosa vuole fare da grande, trattiene il respiro e risponde chiudendo gli occhi che vuole invertire la rotta e tornare bambino, cresciuto troppo in fretta com’è, tra responsabilità domestiche e bilanci familiari da far quadrare a fine mese.

A proposito della tua infanzia, hai raccontato di essere cresciuto con le donne e dalle donne. Che rapporto hai oggi con il sesso femminile?
Fin da ragazzino ero quello che poteva parlare con le donne, credo di aver coltivato un forte lato empatico e non ho mai avuto paura di mostrare le mie fragilità. Mio padre invece è sempre stato un uomo incapace di comunicare affetto, e la paura di diventare come lui mi ha spinto ad andare dalla parte opposta. Anche se poi, a pensarci bene, i sentimenti sono così complessi… Nella serie in cui recito con Asia Argento, ad esempio, ho il ruolo di un uomo che a un certo punto deve prendere a calci la sua compagna. È stato difficile, soprattutto perché dentro quei gesti insopportabili il protagonista amava la sua donna e lei, dal canto suo, lo giustificava, come se in quella violenza ci fosse comunque un sentimento profondo, da proteggere. È molto chiaro quindi che l’amore non ha sempre ragione.

In questo periodo invece a cosa stai lavorando?
Sto preparando il monologo per la prossima stagione, porterò a teatro per la seconda volta Goodbye Totti, uno spettacolo nato pre-pandemia, nel 2018, e scritto con Marco Castaldi e Filippo Santaniello. Tutto è nato da un momento della vita in cui sono cambiati i miei riferimenti, e la scintilla è stata il ritiro dallo sport dell’atleta del mio cuore, Francesco, il Capitano. Una sera, dopo la classica asta del Fantacalcio con gli amici, venne messo all’asta per l’ultima volta… quella notte per me e per noi che abbiamo amato e seguito il suo calcio si chiuse una porta spazio-temporale durata vent’anni. Stavamo piangendo tutti, ci siamo resi conto, forse per la prima volta, che quell’asta sanciva la fine di un’era: e si sa che gli addii sono spesso carichi di pathos. In quel momento dalla stanza accanto uscì la moglie di un amico, anche lui intento ad asciugarsi le lacrime come tutti noi; resasi conto che stavamo piangendo per Totti, rimase di sasso, ovviamente anche un filo preoccupata per la scena che stava vedendo. Da quell’equivoco nasce lo spettacolo.

Se dovessi dirmi due frasi “shot” identificative di questo spettacolo?
Tienime d’occhio Totti”, la frase che dice il nonno di Peppe, il protagonista, prima di morire, e “La vita è una bugia, come Roma d’agosto”.

Cosa è per te una bugia?
È solo l’effetto della paura, all’opposto di ciò che amo di più: la verità.

L’amore, l’arte, la recitazione, il corpo, la testa, il cuore, la postura, la musica. Per Josafat si possono fondere e raccontare come un unico grande tema, che non ha una base perché è alla base di tutto: la verità e la recitazione, come la vita, è per lui una tela la cui rappresentazione è sì virtuale, ma estremamente vera, Viva, appunto.

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