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Jon Batiste: la vita è arte, l’arte è vita

Il compositore vincitore del Gammy e dell’Oscar (per ‘Soul’) si svela in un documentario , ‘American Symphony’, su Netflix , che racconta un momento particolare del suo percorso: il lavoro sulla sua prima sinfonia e il dramma che avveniva nella sua vita privata. Lo abbiamo incontrato

Foto: Netflix

Parlare con Jon Batiste equivale a confrontarsi con la storia, la storia di chi in pochissimo tempo è diventato il punto di riferimento e la voce guida per tantissimi compositori provenienti dalle più differenti estrazioni sociali e musicali. È il secondo compositore afroamericano ad aver vinto il premio Oscar per la migliore colonna sonora originale (Soul), e l’undicesimo ad esibirsi alla Carnegie Hall, il tempio mondiale della musica colta.

Passato rapidamente dalla formazione in composizione musicale in una delle eccellenze accademiche mondiali (la Juilliard School), Batiste ha calcato per tanti anni i palcoscenici di numerose città attraverso il suo progetto itinerante Stay Human, concependo l’esperienza musicale come un happening continuo, una forma liberatoria per combattere le ingiustizie e fondersi con la natura della musica manifestando il proprio dissenso (Love Riot) in pieno stile New Orleans, di cui è nativo. Ma cosa lo porta al grande pubblico?

Il successo ottenuto con Stay Human attira le attenzioni del conduttore televisivo Stephen Colbert, che lo vuole assolutamente come leader della band nel suo Late Show. Ed è qui che si conforma la sua idea di composizione, il prestarsi a più contesti per essere la congiunzione perfetta in un’unica voce. Ciò che scaturirà da questa esperienza sarà il concepimento di We Are, vincitore dell’album dell’anno ai Grammy nel 2022 e con 11 nomination all’attivo, che lo consacrerà come colui che ha il mondo intero della musica nelle sue mani. Ma cosa stava accadendo contemporaneamente nella sua vita privata?

American Symphony, documentario di Matthew Heineman disponibile su Netflix, si concentra nel mostrare come al centro della vita di Jon Batiste ci fosse un binomio maligno: da un lato il momento più alto della sua carriera con la lavorazione alla sua prima sinfonia, da sempre primo grande conflitto nella vita di un compositore; dall’altro, nella sua sfera personale, il ritorno della leucemia per sua moglie, la scrittrice Suleika Jaouad. Se in Soul il protagonista Joe Gardner si conformava al suo corpo, alle sue mani-guida sul pianoforte, in American Symphony è il suo corpo ad essere messo direttamente in scena.

Il documentario vuole essere un trattato filosofico su ciò che comporta il constante dilemma e scontro tra uomo e arte, tra compositore e uomo. Si può scindere ciò che accade nella propria vita personale da ciò che la musica e l’arte ti donano? O si tratta di un ciclo continuo? Ne abbiamo parlato con lo stesso Jon Batiste.

Nella prima sequenza del documentario, suoni all’interno di uno spazio naturale. Secondo te, come la composizione di un sinfonia si fonde con lo spazio in cui viene composta e con la storia che si vuole raccontare?
Wow… Tutto ciò che ascoltiamo durante il nostro percorso vitale incide nella nostra esperienza sonora, così come ogni luogo in cui siamo stati ci influenza nelle nostre inflessioni sinfoniche. È un atto creativo. Come artista, stai elaborando tutto ciò che hai compiuto nella tua vita e stai focalizzando ogni luogo in cui sei stato, ogni persona che hai incontrato. Tutto insieme, ogni singola volta. Quindi è importante che rielabori costantemente cosa ti ha portato a quell’idea di composizione, come e soprattutto perché. Immergendoti nella tua esperienza individuale.

Nel documentario racconti che la musica è un elemento inevitabile, è qualcosa che si rivela e noi non possiamo fermarla. Pensi che questo documentario possa essere una sorta di nuova filosofia e di educazione alla composizione anche per giovani musicisti?
Si, sicuramente. Nuove ispirazioni, ma basate su ciò che il passato ci ha egregiamente insegnato. Esiste dall’inizio dei tempi, ma ogni generazione ne ha avuto una nuova comprensione, e sono felice di essere d’ispirazione per la nuova classe di giovani compositori che cercano di affermarsi in un panorama così selettivo e a volte complicato.

Penso che sia difficile oggi trovare dei documentari, così come degli organi di informazione, che si occupino di spiegare dettagliatamente il ruolo del compositore, che non è solo inteso come un dio che crea la sua visione musicale, ma che è principalmente un essere umano che comunica la sua vita attraverso ciò che compone. Per te quanto è importante mettere in risalto quest’idea?
Penso sia importantissimo mostrare l’esperienza umana insita nel proprio lavoro, perché permette alle persone di comprendere che tutti noi abbiamo la stessa umanità. Tutti possiamo legarci a tanti sentimenti che compongono il nostro lato emotivo ed artistico. Se potessimo vedere i video di Beethoven, o immergerci nelle interviste e negli scritti di Duke Ellington, avremmo una visione più approfondita di quello che sono stati i compositori contemporanei. In quanto persona influente nella cultura odierna, credo sia fondamentale mostrare ciò che accade dietro il sipario, in modo che gli spettatori sappiano qual è il quadro completo e cosa c’è dietro la nostra arte.

Jon Batiste con la moglie Suleika Jaouad in una scena del film. Foto: Netflix

La sinfonia che componi si fonda con l’immagine dell’America contemporanea e con la tua stessa vita? Ho notato che ti interroghi sul senso della tua formazione come musicista e uomo. Un perenne conflitto tra uomo e compositore.
Bisogna bilanciare gli obiettivi della propria vita e stabilire quali siano le priorità, e questo penso valga per tutti. Io non sono diverso. American Symphony vuole essere un’espressione di tutte le differenti anime del mondo che si sono unite nell’idea di accoglienza alla base degli Stati Uniti d’America. È l’idea dell’America stessa ciò che rende qualcuno americano, non la cultura da cui si proviene. Quello che volevo raccontare è che si può essere originario di qualsiasi parte del mondo ma se si aderisce all’ideale americano, alle sue idee di libertà, tutto risuona allo stesso identico modo. Vorrei poter far ascoltare questa composizione in tutto il mondo, sono certo che potrebbe cambiare a seconda del luogo in cui la suono. Se la eseguirò in Italia avrà una sua modalità, così come se la suonassi in Giappone o in Ghana. Sarà diversa ovunque andrò.

La musica nasce dalle esperienze di vita e comporla diventa un meccanismo di sopravvivenza. Quindi per te una sinfonia può essere una riproduzione in fotogrammi della nostra vita stessa?
Condivido perfettamente ciò che dici, la vita è arte così come l’arte è vita. La sinfonia è un riflesso della nostra esistenza, e la mia vita si integra perfettamente con ciò che accade nel mio lavoro di compositore. La sintetizza. Quindi puoi vedere la mia vita negli album che realizzo così come nelle composizioni, perché ci sto mettendo interamente ciò che più mi rappresenta come essere umano.

Come la sinfonia che componi, anche il documentario sembra essere strutturato in più movimenti, una forma ciclica per raccontare la storia tua e di tua moglie. Avete lavorato in questo senso anche a livello registico?
Sì, il film ha decisamente dei movimenti paragonabili a quelli di una sinfonia. Matthew voleva sviluppare una serie di temi nel documentario, e questi temi raccontano la storia allo stesso modo in cui una sinfonia si muove nel suo spazio sonoro. Quando si guarda il documentario e si ascolta la partitura, i temi della sinfonia diventano lo spartito del film stesso.

Una scena di ‘American Symphony’. Foto: Netflix

Cosa simboleggia il flusso dell’acqua nel tuo modo di intendere la composizione, così come il respiro?
L’acqua rappresenta il modo in cui la vita assume la forma di qualsiasi cosa stia accadendo in quel dato momento. Proprio come l’acqua si adatta alla forma del recipiente in cui viene versata, così la vita si sviluppa nell’evolversi della nostra esistenza. È la fonte di tutto. Ed è anche il modo in cui immagino il subconscio. La creatività è un ruscello e ci si immerge in esso quando si compone, quando si crea.
Per questo l’acqua è una parte fondamentale della forza vitale e della creatività. È una metafora del nostro essere sempre in un flusso continuo, nella nostra vita.

Come vivi il fatto di non essere catalogato in nessun genere? C’è chi ti considera un grandissimo musicista jazz, chi una popstar, ma difficilmente ti si racconta come un grande compositore. Pensi che questo sia dovuto anche al fatto che ancora oggi c’è una certa diffidenza da parte del mondo classico nell’includere compositori provenienti da altri contesti formativi?
Penso che nella storia, quando si guarda indietro, diventi tutto molto più chiaro. Anche qualcosa derivata da un’incomprensione diventa molto nitida, rivelandosi. Quindi, se ci si concentra sul proprio lavoro affidandosi unicamente alle opinioni di coloro che hanno svolto quel ruolo in passato, diventa l’unica cosa che conta. Spesso le persone che danno una loro opinione non conoscono a pieno il mio lavoro, per questo mi affido unicamente a chi prima di me ha definito il ruolo di compositore nel mondo. Sono loro a cui mi affido, sono proprio accanto a me. Sono quelli che ammiro e che mi hanno dato la loro benedizione. Questo è ciò che più conta per me. Tutto il resto lo dirà il tempo. Ed è esattamente ciò a cui ci opponiamo con questa sinfonia.

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