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Joachim Trier: «‘Sentimental Value’ è la mia lettera d’amore per il cinema»

Abbiamo chiacchierato con il regista di uno dei film dell'anno (starring Renate Reinsve, Stellan Skarsgård ed Elle Fanning) prima che ieri sera vincesse ben sei premi agli EFA, gli Oscar europei

Foto: Andreas Rentz/Getty Images

Il 17 gennaio 2026 è una di quelle date che Joachim Trier ricorderà per tutta la vita. Sentimental Value, il suo sesto film, ha vinto sei premi agli European Film Award, EFA per gli amici, battendo una concorrenza quest’anno davvero notevole, da Sirāt di Óliver Laxe a Un semplice incidente di Jafar Panahi, passando per il complesso (pure troppo a dire il vero, ma comunque affascinante e teutonico) Sound of Falling. È un bel film Sentimental Value, anche più di quanto possa sembrare alla prima visione. Più profondo, strutturato, intenso.

È un film d’attori, e non a caso Stellan Skarsgård (bellissimo il suo grazie e arrivederci sul palco di Berlino) e Renate Reinsve hanno entrambi vinto la statuetta come migliori interpreti. Ma è anche un’opera di regia e di scrittura, condivisa quest’ultima con l’amico di sempre Eskil Vogt. Joachim Trier è un artista con cui è un piacere parlare, qui su Rolling Stone lo avevamo già semi-psicanalizzato ai tempi di La persona peggiore del mondo.

Siamo tornati a chiacchierare con lui un paio di giorni prima degli EFA e in vista dei prossimi due mesi che si prospettano piuttosto intensi, tra BAFTA, Oscar e tutti i premi che ci saranno in mezzo. E anche dell’uscita italiana, fissata per il 22 gennaio, una distribuzione congiunta Lucky Red e Teodora, proprio nel giorno in cui vengono rese note le nomination agli Academy Awards.

Joachim, partiamo da Renate Reinsve. È un’attrice fantastica, incredibile, ma sono abbastanza convinto che tu sia l’unico regista capace di domare e allo stesso tempo liberare il suo talento selvaggio. Come ci riesci?
Prima di tutto devo darle credito per il suo coraggio. In generale penso che lei con me si lasci andare e perda il controllo entro i parametri che abbiamo stabilito insieme per il ruolo e il personaggio. Lo fa sempre prendendosi dei rischi, quello che io faccio per lei è soprattutto costruirle attorno un ambiente sicuro, così che lei quei rischi, per cui la incoraggio, li possa correre senza vergognarsi o pensare che, se dovesse commettere un errore, possa essere una cosa terribile. La cosa più particolare di Renate credo sia la sua gamma espressiva, molto insolita. Ed è anche estremamente divertente. All’inizio del film, quando ha quell’attacco di panico da palcoscenico, scappa dappertutto, il modo in cui lo fa ha un aspetto molto umoristico. Contemporaneamente, è anche una delle attrici che riescono a scavare più a fondo nel dolore. Quindi penso che la maniera per farla rendere al meglio sia darle lo spazio di cui ha bisogno per fare le sue cose.

Sentimental Value è una storia sul dolore che si prova nell’essere creativi e quanto questa sofferenza si rispecchi poi anche nella vita privata e intima. Non è la prima volta che ne parli in un tuo film. Perché ti interessa così tanto questo argomento?
Penso perché sono cresciuto in una famiglia di artisti. Mio nonno materno era un regista, il mio bisnonno e il mio nonno paterno erano pittori. Quando sei bambino pensi che le difficoltà di un artista siano qualcosa che loro stessi amano, che facciano parte della loro vita. Ma, in realtà, sono convinto che l’arte sia esattamente il contrario, un processo naturale e inconsapevole. Rispetto a quando ho girato La persone peggiore del mondo, ora ho dei figli, sono piccoli, cantano, ballano, fanno battute, recitano e dipingono. Tutto questo lo fanno come se fosse un’espressione umana del linguaggio, e a loro serve sia per evitare alcune cose che per approfondire qualcosa che li incuriosisce. Lo abbiamo fatto tutti, la differenza sta nel fatto che, a un certo punto, alcuni costruiscono attorno a questo linguaggio una vita professionale. Quindi ero curioso: in una famiglia in cui non sanno come usare il linguaggio sociale, l’espressione artistica potrebbe fornire un altro canale di comunicazione? Come tra un padre e una figlia, per esempio, e ho pensato che potesse essere interessante in un contesto di riconciliazione. Quindi è quasi come se, nello stesso spazio in cui c’è un trauma generazionale, ci sia anche la speranza che l’arte parli nel regno del non detto.

Renate Reinsve e Inga Ibsdotter Lilleaas in ‘Sentimental Value’. Foto: Lucky Red/Teodora

Sono dell’idea che anche condurre una ricerca sia una forma d’arte, quindi, in un certo senso, anche il personaggio della sorella di Renate, un’archivista storica, sia a suo modo un’artista. È una dei quattro personaggi principali del film, a cui se ne aggiunge un quinto: la casa.
Potrebbe vincere il premio come miglior casa non protagonista, sì. Ci ha fornito il contesto, ma in realtà è arrivata tardi nella storia, nonostante molti pensino che fosse l’idea iniziale. È stata l’idea che ci ha fornito il contesto per il passato, come un testimone di una famiglia che ha vissuto più di cento anni, gli stessi in cui si è sviluppato il cinema. In questo modo raccontiamo frammenti di ogni decennio attraverso il linguaggio cinematografico, utilizzando diversi obiettivi, camere e tutto il corollario. Il contesto temporale, guardando alla vita umana e alla sua brevità, era interessante, implica che le sorelle non hanno tutto il tempo del mondo per riconciliarsi con il padre.

È un concetto simile a quello presente in Here di Robert Zemeckis. Credo che sia pressante per un artista riflettere sul tempo e sui luoghi della vita.
Sono d’accordo. Non ho visto il film di Zemeckis, mi dispiace, probabilmente dovrei. La memoria ha bisogno di un palcoscenico. Tutti i miei ricordi sono legati a un luogo. La cronologia è confusa se penso alla mia vita, ma se collego i ricordi a un luogo, immediatamente ho un senso dello spazio, un collocamento, luce e atmosfera. Questo è il nucleo della memoria. E il cinema può ricostruirla, è il suo bello, immergendovi naturalmente le persone.

A proposito di persone, Stellan è fantastico, ma qualche settimana fa ho avuto il piacere di incontrare Elle Fanning. Credo che abbia fatto davvero un ottimo lavoro con te, non era facile per un’attrice di Hollywood inserirsi in un contesto cinematografico europeo così particolare. Com’è stato lavorare con lei?
È fantastica. È divertente perché, anche se è piuttosto giovane, ha l’esperienza di un attore molto, molto più anziano. Recita da quando era bambina. Quindi, quando Stellan, che ha girato 150 film, pranzava con Elle, si sedevano e parlavano come due professionisti coetanei. Entrambi hanno lavorato con David Fincher e altri grandi registi, e sono d’accordo sul fatto che non volevamo che Rachel Kemp, il personaggio di Elle, fosse una caricatura. Penso che lei lo abbia reso tridimensionale, e oltretutto è molto difficile recitare all’interno del film e poi fuori dal film, penso lo abbia fatto molto bene.

Stellan ed Elle si incontrano al Festival del Cinema di Deauville. Come mai hai scelto proprio quello?
Perché Deauville, con quella sua spiaggia lunghissima e profonda da dove guardare l’orizzonte, offre una prospettiva esistenziale sull’eternità che rientra nella costruzione del personaggio di Stellan, un regista che sente di essere a fine carriera. Era tutto molto bello. Guardi l’infinito, poi ti volti e c’è una festa: mi piaceva la dicotomia.

Sentimental Value è un film assai cinefilo. La casa è importante anche per come la sua architettura ha influenzato la tua regia. E quest’idea, così come quella di cinema del personaggio di Stellan, ha guidato l’approccio alla scrittura tuo e di Eskil Vogt. Quanto è stato importante condividere questo amore per il cinema?
Molto. Sentimental Value è davvero una lettera d’amore al cinema. L’idea iniziale era che sia Gustav Borg, il regista che interpreta Stellan, che Eskil e io realizzassimo un film su una famiglia cinematografica, ma al contempo reale, onorando l’esperienza di fare film e vedere come il cinema, attraverso i secoli, si è sviluppato nella tradizione umanistica, che è un argomento che mi interessa molto. Volevamo cogliere momenti con eventi e persone reali, per questo a un certo punto il racconto si intreccia con la ricerca nell’Archivio Nazionale, una digressione che ha un’implicazione narrativa, perché c’è un mondo reale e un mondo immaginario, quello del teatro e del cinema, dove ci specchiamo per capire qualcosa di più profondo. Ed entrambi si fondono nella nostra comprensione delle cose. Joan Didion, la scrittrice statunitense, apre il suo saggio The White Album con questa frase: “Ci raccontiamo storie per vivere”. È vitale per ognuno di noi. Abbiamo bisogno di mettere le cose in un ordine narrativo per comprendere il mondo che ci circonda. Quindi ho pensato che fosse un tema interessante, dato che anche la famiglia nel suo insieme sta lottando per capire chi siano in termini narrativi.

Stellan Skarsgård ed Elle Fanning in ‘Sentimental Value’. Foto: Lucky Red/Teodora

Come già successo per La persona peggiore del mondo, dovrai sopportare ancora per un paio di mesi una serie di “noiosi” appuntamenti: dopo gli EFA, BAFTA e Oscar. Tutte cose che, in un modo o nell’altro, potranno influire sul tuo futuro artistico.
Sì, be’, vedremo. Voglio dire, il film sta avendo molto successo in tutto il mondo, più del precedente, indipendentemente dai premi, e questo ci solleva e ci rende felici. Andare in giro significa attirare attenzione sul film, così che venga poi visto al cinema. Quanto al prossimo film, l’unico problema del viaggiare è che non ho tempo per scrivere. Vedremo cosa farò dopo. Non lo so ancora.

Com’è stato lavorare con Eskil Vogt questa volta? Dopo The Innocents, credevo volesse dedicarsi di più alla regia.
Sono sicuro che lo farà, ha dei progetti suoi e ne sono molto felice. È un regista magnifico, ma avremo anche tempo di fare qualcosa insieme. Abbiamo lavorato come sempre: ci chiudiamo in una stanza per un anno e ne usciamo con una sceneggiatura. Nei primi 10 mesi pianifichiamo tutto e sviluppiamo i personaggi. Creiamo molto materiale, siamo molto interessati alla drammaturgia e a come creare forze motrici nelle storie e nelle sceneggiature. Siamo dei nerd della sceneggiatura, sai, abbiamo studiato entrambi cinema e le diverse possibilità della narrazione. In questo caso è stato interessante scrivere una storia con più personaggi, con delle emozioni forti, ma cambiando il punto di vista. Verso la fine di quest’anno insieme, Eskil scrive, io modifico, e arriviamo ad avere una sceneggiatura. È un sistema che funziona, abbiamo lavorato così per sei volte, sei sceneggiature scritte per sei film diretti da me. Non abbiamo scritto niente che non sia stato realizzato, perché prendiamo molto sul serio la fase di stesura, in modo da poter ottenere i finanziamenti e realizzare il film.

Un’ultima cosa: chi di voi due pensa che il teatro sia noioso?
Credo che nessuno di noi due lo trovi noioso, ma non è il nostro mondo. Vado a teatro e l’ammiro come forma d’arte, ma sono un cineasta al 100%. Non saprei cosa fare se non avessi una camera e un obiettivo. È così che percepisco la mia creatività.

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