Jasmine Trinca: a me gli occhi | Rolling Stone Italia
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Jasmine Trinca: a me gli occhi

Un film – ‘Gli occhi degli altri’ di Andrea De Sica – che è un azzardo personale e politico. Ma che arriva nel momento giusto del percorso di un’attrice che ha sempre voluto autodeterminarsi. E che ora sceglie cosa guardare

Foto: Alain Parroni

«E se tu potessi scegliere, cosa vorresti fare in questo momento?», mi chiede Jasmine Trinca a microfoni ormai spenti. Ed è chiaro che è una domanda che sta facendo a sé stessa. È un momento largo, quello che intende. Il momento dove c’è un tempo ancora grande davanti, e dietro però tante ore di navigazione. Il momento in cui si può ancora scegliere, forse non per l’ultima volta, ma con la mano ferma di chi ormai conosce l’itinerario di viaggio, la direzione. Ci diamo rispettivamente risposte che non dirò qui, ma non ravviso mai, in lei, un fondo di remissione o resistenza di fronte a quello che verrà, che sia da attrice (prossimamente arriveranno Illusione di Francesca Archibugi, L’estranea di Paolo Strippoli, e soprattutto il ritorno da protagonista con Nanni Moretti in Succederà questa notte, di cui come da tradizione morettiana non può ancora dirci nulla), regista (ha già diretto un corto, Being My Mom, 2020, e un lungo, Marcel!, 2022), corpo nel e del cinema.

Un giorno devi andare, diceva il titolo di un suo film che sarà citato in questa conversazione. Lei ha avuto tanti giorni in cui decidere dove e soprattutto come andare, autodeterminandosi ogni volta, spesso a dispetto di un sistema che a un’attrice-ragazza arrivata per caso ma che ha subito segnato un modo (e un’epoca: La stanza del figlio, La meglio gioventù), diventando poi donna irrinunciabile per il nostro cinema, imponeva certe carreggiate, certe regole. E anche adesso va dove vuole, guidata da un discorso sul corpo che è – ce lo dice sempre lei – anche politico, ma per il quale il femminile (e il femminista) è materia che parla e immagina il futuro, non rimesta nel passato.

Foto: Andrea De Sica

Gli occhi degli altri di Andrea De Sica (prodotto da Vivo film con Wildside, nelle sale dal 19 marzo con Vision Distribution), per il quale ha vinto il Premio Monica Vitti come migliore attrice all’ultima Festa del Cinema di Roma, segue un percorso ideale che sembra iniziato da qualche stagione, tra Tv (il corpo violato di Ida nella Storia di Elsa Morante/Francesca Archibugi, l’indecenza che si fa sublimazione della Lucia di Supersex, l’erotismo rapace della Madre Leonora dell’Arte della gioia della “sua” Valeria Golino) e cinema (La gioia di Nicolangelo Gelormini, a fare da controcanto sensuale e plastico, in tutti i sensi, alla repressione di, ancora, Golino).

Ma quest’atto che sta per arrivare nelle sale è il più radicale. Gli occhi degli altri prende le mosse dal delitto Casati Stampa, cambiano però i nomi. I nobili fané e osé Elena (Trinca) e Lelio (Filippo Timi), così nella re-visione di De Sica (che ci ha regalato i bellissimi scatti esclusivi dal set che vedete in questo articolo), si amano, si guardano, vengono guardati. Corpi al sole, o dentro filmini in Super 8. Nudi, esibiti, svergognati. Se ci si ribella a chi detiene lo sguardo sull’altro, si muore. Jasmine Trinca, in questo momento, ha voluto essere lì, in quel modo. A reclamare una voce.

«Quando ho letto il copione ho proprio pensato che fosse una storia che andava raccontata», mi dice. «C’è questa gente che vive come dei senza Dio o dei semidei a loro volta, che possono disporre della vita, della morte, di tutto. Vanno a caccia, stanno isolati nella loro torre d’avorio, con questa modernità che bussa a porte che loro però non vogliono aprire… mi sembrava molto interessante. Che poi c’è questo fraintendimento sulla modernità: si lasciano andare a pratiche sessuali particolari per quegli anni (siamo su un’isola del Tirreno negli anni ’60, nda), ma sono quanto di più lontano ci sia dalla modernità, sono proprio il vecchio mondo antico chiuso dentro sé stesso».

Filippo Timi e Jasmine Trinca sul set di ‘Gli occhi degli altri’. Foto: Andrea De Sica

Andrea De Sica ci mette il suo sguardo da filologo del cinema, e però dialoga con la “conversazione” di oggi.
Andrea lo conosco da quando eravamo ragazzini, poi ci siamo persi per un periodo e l’ho ritrovato quando è entrato anche lui nel cinema, dove io già c’ero perché facevo l’attrice da un po’, ho cominciato presto… (sorride) Ci siamo rivisti qualche anno fa e abbiamo ritrovato quella simpatia dell’infanzia, finché lui non mi ha parlato di questo copione che aveva quasi timore a farmi leggere. All’inizio c’è sempre un copione, e poi vari colloqui con il regista per capire se quel copione può costituire un punto di interesse per entrambi. Il rapporto tra un regista e un’attrice è ogni volta un’esplorazione. Ma questa non era una storia come le altre. Arrivare a questo film con Andrea mi dava sicurezza, però non ti nego che da qualche parte sentivo che mi sarei dovuta proteggere, perché al di là della fiducia, alla fine si tratta proprio degli “occhi degli altri”: come si guarda a questa storia, quale sarà il racconto finale, insieme alla questione politica che mi riguarda anche personalmente.

Spiegami.
Non cosa, ma come raccontare il femminile mi metteva non dico in allarme, ma di fronte a un limite del tipo: sono con te, ma allo stesso tempo devo proteggermi. Quando poi abbiamo iniziato a girare – a parte il fatto che Andrea gira benissimo, è un regista con cui mi è piaciuto fare tutto – siamo partiti proprio dai Super 8 che si vedono nel film, ed era praticamente come girare dei veri estratti di un porno: il girato del giorno era tutto un lei che scopa, lei che viene scopata, lei che viene guardata… È stato complesso, ma oggi ti dico che forse Andrea ha avuto più timore di me, o di sicuro più accortezza nei miei confronti. Sento quasi che la sua voglia di rispettarmi è stata in parte superiore anche a certi suoi momenti di creatività. E alla fine, se guardi il film, il famoso sguardo dell’altro non l’ho mai sentito come predatorio.

Jasmine Trinca con Vincenzo Crea. Foto: Andrea De Sica

Cosa interviene quando un’attrice si trova a ragionare in termini etici, oltre che estetici, su cosa vuol dire essere guardata? Nel personale, ma anche nel pubblico.
È un cortocircuito. In questo film tu vedi gli occhi degli altri in continuazione: su quella storia, su quella donna, con tutti quegli uomini che si succedono intorno a lei e che la guardano, e poi gli occhi di lui che la riprende, la determina. Ma è sicuramente anche una storia relativa allo sguardo del regista, e in seconda battuta del pubblico, su di me. È un tema di riflessione non da poco, che in qualche modo si lega a quando ho pensato io di provare a fare un film da regista: l’ho fatto proprio per ribaltare quello sguardo.

Qual era il rischio maggiore, stavolta?
Il rischio riguardava il mio corpo. Intendiamoci, non sono una che ha mai puntato su quello nella vita, quindi non è che per me non significhi niente stare nuda in scena, anche se qui c’è tutto un apparato di tette finte (ride). Mi piaceva portare questo tema in modo così onesto e sfacciato perché in questo film, oltre a tutta la complessità della donna, ci sono anche tutte le età della donna: non soltanto l’età biologica, ma tutte le sue fasi differenti, l’innocenza, l’energia, la depressione, fino a una donna che è invece più matura, e che, come l’ha definita De Sica, diventa trionfante, si stacca da quell’uomo e cerca di affermare la sua scelta, la sua volontà. L’idea era mettere insieme tanti corpi diversi ma anche tante attitudini diverse, che in effetti fanno tutte parte di me. Ci sono momenti in cui mi sento di incarnare una forma di potenza o di energia, altri che invece sono ripiegata su me stessa, perché la tristezza è una componente importante della mia essenza.

Foto: Andrea De Sica

Perché questo film proprio adesso?
Perché porta un tema che affronto anche quando non lo voglio affrontare. Questo film mi ha discretamente esposta, fin dall’inizio c’era questo rischio totale: non solo relativo al pudore, ma anche, come ti dicevo, al mio posizionamento politico. L’idea era provare a raccontare un femminile che, senza dubbio, resta vittima di un femminicidio, però un femminile che rimane anche incastrato da quella parte di sé che vive nell’amore romantico, nell’idealizzazione di un certo tipo di relazione. Ho pensato che avrei potuto raccontare quella contraddizione del femminile adesso perché sono una donna che ha fatto un percorso, e che sente di potersi assumere anche il rischio di non recitare dei ruoli necessariamente virtuosi, di raccontare sempre un femminile super potente, super valoroso. Penso che ci faccia bene anche raccontare un’altra parte del femminile proprio per scardinarla, per metterci al riparo dal grosso rischio – che esiste – di essere noi stesse vittime del sistema che ci pone sempre in quelle condizioni, e a volte ci fa pure morire. In più questa cosa del corpo, anche rispetto al fatto di voler continuare a fare l’attrice, di volermi far vedere…

Stai pensando di cambiare direzione?
Diciamo che comincio a fare fatica a guardarmi. E non è tanto una questione di età, anche se andando verso i cinquant’anni le attrici cominciano a faticare, o almeno una volta era così.

La tua Valeria dimostra che molte cose sono cambiate.
Valeria lavora senza sosta da sempre e per sempre, però è un caso raro, è una delle poche che possono stare dentro dei corpi così diversi, davvero senza tempo.

Jasmine Trinca e Filippo Timi sono Elena e Lelio nel film ‘Gli occhi degli altri’. Foto: Andrea De Sica

Tu questa sicurezza nello stare dentro corpi diversi – o almeno così mi sembra da spettatore – l’hai conquistata col tempo?
Di sicuro espormi così tanto in questo film era un azzardo, ma per me anche una dichiarazione del fatto che sì, ora penso di poterlo fare. La ragazzetta che sono stata aveva determinati timori, o un modo più composto di stare al mondo che poi io ho perso nel tempo. Adesso non mi curo più di quello che mi può tornare indietro, né in un modo bello né in un modo brutto, perché mi sembra importante dire solo dove sto o quello in cui credo. Un tempo ero molto più morbida su questo. Questo era il momento giusto perché adesso sento di essere solida rispetto al mio posizionamento, anche riguardo agli eventuali contraccolpi di qualunque tipo che può provocare.

Lo vedi anche tu un denominatore “fisico” comune, negli ultimi tuoi ruoli? Penso soprattutto a L’arte della gioia e La gioia, che forse sono una dichiarazione d’intenti – e di liberazione – fin dai titoli.
Certo, rispondono probabilmente a un percorso mio. Ho il privilegio di portare in scena cose che sono davvero mie, poi magari uno se ne accorge oppure no. E non ti parlo di piccoli mezzucci o di certi vezzi di recitazione: non è quello. Evidentemente metto in un canale quella materia che mi porto dietro e che nella vita forse per me sarebbe complesso affrontare, e anche tutte quelle cose della mia carne con cui faccio i conti trasformandole a volte in un’esagerazione: invece che nascondermi, io “sturo”. L’arte della gioia è una cosa a sé, anche proprio per il discorso degli occhi degli altri: quando io esisto nello sguardo di Valeria, per me diventa tutto facile e bellissimo. Lo sguardo di Valeria per me è sempre stato un momento di grazia, fin dal primo film che abbiamo fatto insieme [Miele], che ha scardinato non soltanto l’attrice che ero, ma anche la persona che ero. È arrivato in un momento particolare della mia vita, un momento di lutto, di perdita (si riferisce alla morte della madre, nda), e ha indicato una nuova strada. Non so dirti se è stata una strada luminosa, ma sicuramente lei ha visto prima di me qualcosa, mi ha dato la possibilità di usare la finzione e la creatività per svelarmi di più. Adesso, quando mi ha dato il personaggio della Madre Superiora nell’Arte della gioia, è stato ugualmente anche se diversamente interessante: è come se Leonora mi avesse riempita di un’energia pulsante, potente, e allo stesso tempo rinchiusa dentro quella scatola nera e bianca del suo velo, era come un’armatura in cui riuscivo a muovermi a fatica. Invece il personaggio della Gioia è lontanissimo da me da tutti i punti di vista, però anche lì l’uso del corpo è stato fondamentale nell’immaginare questa donna che è in continua costruzione di sé nel vero senso della parola, una donna che si sta ricostruendo fisicamente, che ha un’ambizione, un modello a cui tendere. E lì usare il corpo che mi ritrovo, con tutti i suoi difetti o le sue particolarità, mi è sembrata l’unica strada possibile, anche per superare una certa forma di imbarazzo e di vergogna che ho sempre, quando sto nei film. Oggi quel disagio provo a trasformarlo in qualcos’altro, o quantomeno lo porto dentro al personaggio, e quindi anche l’esposizione e la trasformazione del mio corpo nel film di Nicolangelo partivano dalla domanda: “Dove metto questa vergogna che mi ritrovo, al punto che in questo momento non vorrei proprio essere qui davanti a voi?”. Che poi non riguarda solo il corpo.

Foto: Andrea De Sica

Prego…
Sai, quello che sento di dover sottrarre di più allo sguardo degli altri in generale non è tanto il corpo, anche se non è che mi viene facile dar via tutto così (ride): è l’emotività. Per me è più rischioso mettere realmente a disposizione degli altri le mie emozioni. A volte capitano dei registi che, attraverso il meccanismo del cinema, prendono certe cose intime di te e ci lavorano sopra, cosa che nel caso degli Occhi degli altri non è successa: mi sono sentita veramente accompagnata e non solo da Andrea, anche da Filippo [Timi], un attore piuttosto raro. Il modo in cui abbiamo fatto il film insieme è stato davvero un passo a tre.

Torniamo indietro. A un certo punto nel cinema italiano arriva Jasmine Trinca, si ritrova in titoli che sono “instant classic” (La stanza del figlio, La meglio gioventù), introduce un nuovo modo di stare sullo schermo. Da lì per il pubblico è successo qualcosa, è arrivato un nuovo modello di giovane donna a cui guardare, per restare sul tema della nostra conversazione. Hai sentito succedere qualcosa anche tu?
Mi chiedi il peggiore di tutti i mali, cioè mettere i miei occhi su me stessa (ride). Ti posso dire cosa penso di essere stata io: un oggetto strano, un oggetto inciampante, non educato, non melodioso, una strana giovane attrice e in un certo senso una strana giovane in generale, che quasi apparteneva a un altro mondo. Dico sempre che è come se fossi venuta dal bosco, ma adesso venire dal bosco apre a dibattiti delicati (ride)… Torno più indietro ancora. Io non ho avuto l’educazione all’immagine di me, non sono cresciuta così. Già parliamo dell’era dei dinosauri, però in generale non si cresceva dando così tanto peso all’immagine, erano anni diversi per tutti e soprattutto per tutte. Non è solo un tema di genere, sia chiaro, però sicuramente per le ragazze è arrivato nel tempo un esporsi più radicale all’occhio altrui, una richiesta di corrispondere a un determinato modello… In quell’epoca già diversa da oggi io ero ancora più fuori dalla media, non avevo proprio quell’abitudine a guardarmi, venivo da una casa senza specchi, da una formazione molto asciutta riguardo al valore delle cose. Allo stesso tempo, credo che il motivo per cui un giorno mi sono affacciata a quel provino [per La stanza del figlio] è proprio perché forse da qualche parte mi sarebbe piaciuto essere guardata.

Foto: Andrea De Sica

Il cinema è stato lo specchio dove guardarti, senza averlo neanche immaginato?
Forse è andata così, sì. Mio papà è morto che era molto giovane, però quella che sarebbe stata la sua aspirazione era la fotografia, quindi la mia ricerca di esistere dentro lo sguardo di un altro corrisponde profondamente a qualcosa. Sono cose che mi sono detta nel tempo. Sono arrivata nel cinema così, con quella mia strana energia. Qualche tempo fa ho chiesto a Nanni – perché non glielo avevo mai chiesto prima – “Ma alla fine, perché mi hai scelta per il tuo film?”. E lui mi ha risposto qualcosa del tipo: “Perché eri diversa”. E non so se quello fosse un merito, però forse ero diversa davvero. Non so nemmeno dirti se crescendo sono rimasta così diversa, sicuramente ho mantenuto un’energia strana, almeno per i primi anni di questa strada.

La diversità però sembra una tua ricerca, se non addirittura la tua natura. Miele, che citavi, ti ha inserita in una specie di nuovo canone, e poi il cinema di Castellitto, e di Özpetek, adesso questi ruoli che a qualcuno, fino a qualche tempo fa, sarebbero sembrati lontani da te.
È interessante leggerla in questo modo. Miele di sicuro è stato un momento importante. Venivo dal film di Giorgio Diritti [Un giorno devi andare], ero partita per quel viaggio con un’attitudine un po’ spirituale, quei lunghi capelli… E poi, come ti dicevo, c’era stato per me questo passaggio luttuoso, era come se in quel momento avessi abbandonato completamente uno sguardo genitoriale su di me. Lì c’è stata una trasformazione. Rido sempre coi miei colleghi, anche rispetto a questi ultimi personaggi che ho interpretato, perché dico che io sono “metà”: metà sirena, ma giusto per la coda di pesce, e metà centauro. Mi sento un ibrido, mi sono sempre sentita così, non ho mai avuto nel mio corpo quell’identità rassicurante, quella certezza di appartenere a qualcosa, ho sempre pensato di essere una specie di rimasticato. E quindi quel passaggio dal film di Diritti, dove ero questa fanciulla dolorosa, a Valeria, che mi trasforma in questa specie di guerriera, di giustiziera del senso della vita… ecco, non sono dei divertimenti, dei travestimenti d’attrice: sono cose che impattano su quello che sei. Io che ero già un ibrido di mio, seppure un po’ travestito, divento quell’altra cosa ancora, e subito dopo arriva Fortunata (il film di Sergio Castellitto con cui ha vinto il premio come miglior attrice della sezione Un certain regard a Cannes 2017, nda), che invece era un femminile anche lì tutto “fuori”, ma non lo stesso della Gioia. Per me è abbastanza sorprendente aver scoperto in me così tante possibilità, ma questo è anche il bello di quando sono gli altri a guardarti.

Jasmine Trinca sul set con Matteo Olivetti e Filippo Timi. Foto: Andrea De Sica

Tu cosa vedi oggi? Da attrice ma anche da regista, se è, come credo, una strada che vuoi continuare a percorrere.
Vedo la possibilità di provare a guardare qualcosa io. All’inizio non sapevo neanche se lo volevo fare, proprio perché, dentro la solita narrazione che ci viene fatta, per fare certi passaggi, dunque per diventare regista, bisogna avere una serie di caratteristiche. Quando alla fine, grazie a incontri molto importanti, ho capito che ogni passaggio è lecito, che ogni storia che tu pensi di voler raccontare con il tuo sguardo è quello che conta, allora ho anche capito che la direzione in cui vorrei continuare ad andare riguarda proprio questo discorso della soggettività. Già c’era in Marcel!, e nel nuovo film a cui sto pensando credo debba sopravvivere allo stesso modo. Riguarda il mio non voler stare dentro un realismo stretto, che non vuol dire scappare nel mondo della fantasia, ma quanto la nostra percezione, la nostra magia più o meno scalcagnata, può trasformare il reale. Questo mi interessa molto: il fatto che ci siano cose che vivono nelle nostre proiezioni, nelle nostre sensazioni, nella nostra immaginazione, anche in modo più forte che in ciò che avviene intorno a noi. Mi interessa come la nostra soggettività e la nostra percezione possano alterare la realtà.

Finora non ti sei mai diretta, e in questo assomigli un po’ alla Valeria Golino regista.
Valeria mi prende in giro perché dice che lei a me ha fatto sempre fare film con tutti questi ruoli grandi, alcuni anche iconici, mentre io quando l’ho chiamata nel mio film l’ho ripresa solo da lontano: “Con questa tua ortodossia di voler fare delle inquadrature uniche non mi si vede neanche, non mi si riconosce se non dalla voce!” (ride). Però sì, il mio sguardo va molto al di là di me come attrice. Non ho un interesse nei miei confronti, non voglio guardarmi. Lo sguardo che mi viene da mettere al centro di un film non dico che è per forza sull’infanzia, ma sicuramente mi interessa quella zona di costruzione dell’identità, quel passaggio da bambina a giovane donna che deve disegnare i confini del suo mondo o abbatterli, nello stesso modo in cui mi interessa la vecchiaia, proprio perché fa da chiusura del cerchio. Il mio immaginario torna là dove è stato impresso a fuoco qualcosa, e sicuramente è successo quando ero piccola e avevo accanto a me una donna più vecchia di riferimento.

Jasmine Trinca con Carmen Pommella. Foto: Andrea De Sica

Tu, Valeria, questo cinema che avete costruito anche insieme contro un certo modo e un certo sguardo che sembravano gli unici possibili: senti di aver cambiato qualcosa, di aver dato un lascito alle attrici e alle autrici che verranno?
Questa cosa così forte con Valeria si è creata lavorando insieme, perché quando abbiamo fatto Miele non è che fossimo così intime. In questi ultimi anni la sto anche frequentando molto fuori dai set, che per me è raro: finora ho sempre sentito il bisogno di mantenere il mio spazio intimo molto privato, anche con le persone con cui lavoro. Adesso ho visto accadere un po’ la stessa cosa tra lei e Tecla [Insolia, protagonista dell’Arte della gioia], che è molto più giovane di me all’epoca di Miele. Lo sguardo di Valeria è come se ti svelasse per la prima volta. Penso a quanto a volte siamo poco abituate ad essere guardate con amore: nel momento in cui questa cosa ti succede, come quando ti guarda Valeria, ti senti la più forte del mondo, la più protetta, la più bella. È un’esperienza rischiosa, eh, perché poi sempre nel mondo vero bisogna tornare…

Foto: Andrea De Sica

Politicamente, cosa sta succedendo di buono al nostro cinema?
Mi viene ancora in mente Tecla, che ho conosciuto quando aveva 18 anni, e che è una donna già molto consapevole. Non ti sto dicendo che non abbia anche lei, come tutte le creature giovani, la meraviglia e la fragilità di entrare nelle cose, di scoprirne di nuove, di capire dove andare. Però è come se questa generazione – e lei per me è il bell’esempio di quello che può voler dire essere una giovane donna nel cinema di oggi – avesse già un suo posizionamento nel mondo. È un piccolo passaggio storico che 25 anni fa, quando ho iniziato io, era un po’ più arduo da fare, nonostante ci fosse stato tutto il femminismo degli anni ’70. Ma io sono una figlia degli anni ’80, e anche se la televisione cercavano di farmela tenere spenta il modello era quello, ed è stato un mezzo incredibile di trasformazione dell’immaginario e delle menti. In maniera a volte subliminale o indiretta, ha smantellato tutto il lavoro che era stato fatto sul femminile, l’ha davvero messo in discussione. Il mio femminismo di oggi da un lato è come se fosse una mia risposta un po’ tardiva, dall’altro però mi viene da pensare che non è mai troppo tardi. Sono una donna di 45 anni, quello che ho fatto ormai l’ho fatto, ma mi fa piacere se ci può essere il confronto con una ragazza che mi ascolta, che entra in relazione con una discussione di cui anche io faccio parte.

E dopo?
Io te lo ripeto: questa cosa di essere guardata, di essere raccontata, comincia a stancarmi un pochino. A volte ho la sensazione di non voler fare quasi più niente, e allo stesso tempo penso di dover fare il più possibile, perché tra un attimo finisce tutto.