Io sono Ed Westwick | Rolling Stone Italia
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Io sono Ed Westwick

«I’m Chuck Bass», diceva il rich brat più iconico della Tv. Ora l’attore ci ha fatto pace e incontra i fan a teatro a Milano con l’‘EDit Show’. Tra ‘Gossip Girl’, ‘Sandokan’, focaccia e bad boys che hanno sempre i vestiti migliori

Foto: Davide Alvino

C’è un momento, a metà della nostra chiacchierata, in cui qualcuno del suo team gli fa notare che la calza si è impigliata nell’orlo del pantalone. Ed Westwick ringrazia e sistema con nonchalance. È vestito esattamente come potrebbe vestirsi Chuck Bass per una tre giorni milanese: camicia a righe bianche e blu, pantalone sartoriale. «How you doin’?», mi aveva salutato stringendomi la mano appena arrivata nell’agenzia in zona Porta Venezia dove ci incontriamo, in una stanza che potrebbe tranquillamente far parte della suite dell’Empire Hotel in cui vive Chuck. Lo sguardo che ti attraversa è lo stesso, la voce roca pure, lo tradisce solo l’accento british. E poi è simpatico, molto easy, positivissimo, ha voglia di raccontarsi, a differenza dell’iconico (perdonate la parola, ma tant’è) rich brat che l’ha reso una star.



L’ascot, le sciarpe, i papillon, i completi viola e a quadri: il costumista di Gossip Girl Eric Daman aveva costruito Chuck come un dandy alla Brummell o alla Wilde, prestato all’Upper East Side. Oggi Ed racconta divertito che, secondo qualcuno, Chuck era «in anticipo sui tempi», e forse è vero: quella classicità adesso la ritroviamo nel guardaroba dell’attore. Da come ne parla, quel personaggio fortunatissimo e insieme ingombrantissimo l’ha amato e un po’ combattuto. Ma ci è cresciuto dentro abbastanza da poterne uscire e farci pace, con eleganza e intelligenza: «È più grande di me, più grande di tutto questo», dice oggi della serie.

Foto: Davide Alvino



Non era scontato, perché Chuck non è un personaggio qualunque e Gossip Girl non è mai stato soltanto un teen drama: è una commedia di costume alla Edith Wharton travestita da serie per ragazzi anni 2000. Un universo in cui il lusso è il linguaggio narrativo principale e le conseguenze sono sempre negoziabili, se hai soldi o fascino: «I’m Chuck Bass» è il tormentone del personaggio, come a dire che le regole valgono per gli altri. Su tutto vigila un blog anonimo (!) che sorveglia e giudica un’intera comunità grazie agli avvistamenti degli utenti. Instagram prima di Instagram. Un’estetizzazione del privilegio cinica, onesta e irresponsabile, a seconda dei punti di vista. E Chuck, sotto il papillon, è soprattutto un figlio in cerca dell’approvazione di un padre impossibile: un eroe byroniano in smoking, tormentato quanto basta per farci inspiegabilmente perdonare tutto il resto. Lui, del resto, la mette così: «Nella propria testa nessuno è cattivo». Nemmeno il James Brooke di Sandokan (ci arriviamo).



La dimensione della popolarità di Ed ti arriva addosso qualche giorno dopo, quando posta qualche secondo della nostra intervista sul suo feed Instagram e ti scrive gente che non sentivi dai tempi dell’università. Il 6 dicembre i fan potranno trovarselo davanti al Teatro Lirico Giorgio Gaber di Milano, con l’EDit Show. Al suo fianco ci sarà l’amico storico Mattia Ferrari, host della serata: «Un giorno Ed mi scrive: “Ti devo parlare, ho un’idea”. Le convention classiche delle serie tv hanno una portata molto più semplice: noi abbiamo cercato di dare a questo incontro uno spirito più teatrale, un’impronta autoriale più forte. Uno show vero e proprio, a teatro». I due si sono conosciuti a New York, proprio negli anni della serie: «La città era esattamente Gossip Girl: andavi all’Avenue, al Provocateur, al Dream Hotel, li vedevi tutti e ti sentivi parte dello show. E lui, fuori dal set, faceva la stessa vita del suo personaggio. All’epoca Ed Westwick e Chuck Bass erano la stessa persona». Oggi non lo sono più.



Ed, l’EDit Show è un’idea tua?

Sì, assolutamente. Da anni giro il mondo con eventi più piccoli in cui incontro le persone che conoscono il mio lavoro. È sempre stato bellissimo, ma era sempre l’evento di qualcun altro: dai grandi centri congressi ad altri posti, e io non avevo nessun controllo. Con tutto il rispetto per le persone con cui ho lavorato, pensavo si potesse fare meglio: volevo qualcosa che portasse la mia impronta, un po’ del mio sentire. E mi sono chiesto: dove? L’Italia è sempre stata un posto incredibile per me, mi ha benedetto in tantissimi modi: bellissimi lavori, il mio matrimonio, amici carissimi. Siamo molto, molto legati a questo Paese. Quindi ho pensato: rifacciamolo, vediamo che succede. E poi il mio caro amico Mattia, che è di qui e co-conduce lo show, è la persona perfetta per aiutarmi a metterlo in piedi, lui e il suo team. Voglio offrire alle persone un’esperienza dal vivo con me, magari con qualche ospite speciale: l’occasione di stare insieme e divertirci. Da attore di cinema e Tv non ho una relazione diretta con il mio pubblico. Incontro persone per strada, ci salutiamo, facciamo un selfie: è bellissimo. Ma non ricevo quell’applauso. E non è per questo che lo faccio (ride), non ne ho bisogno. Però quel rapporto diretto, se non faccio qualcosa del genere, non ce l’ho. Questa è un’occasione per entrare in contatto. Per abbattere lo schermo. Lo show dura 90 minuti, qualcosa in più per chi vuole incontrarmi e fare le foto. È sotto Natale, quindi puoi abbinarci lo shopping a Milano, prima o dopo. Ci divertiremo.

Foto: Davide Alvino



Da Sandokan al tuo matrimonio: l’Italia è ormai una specie di seconda casa?

Prima facevo una battuta, ma sono piuttosto sicuro che io e mia moglie abbiamo concepito il nostro bambino in Calabria. Non so se dirlo è troppo…



No, affatto.

Gli italiani sono un popolo appassionato, quindi ho immaginato che andasse bene dirlo.



Ma certo (ridiamo). Che cosa fai qui quando non lavori? Che cosa ti piace mangiare?

Ho appena mangiato una focaccìa (lo dice proprio con l’accento sulla i, nda) pazzesca a Linate, quindi un saluto a quelli che gestiscono il piccolo caffè appena si esce, subito sulla sinistra. Avevo così fame che avrei divorato qualsiasi cosa, ma quella focaccia era fantastica. In Italia anche il cibo più semplice, quello che trovi al volo, è il migliore. Quest’estate con la mia famiglia siamo stati in Umbria: colline, una campagna meravigliosa, posti che restituivano un’atmosfera semplice e bellissima. A un certo punto mi ha ricordato l’Africa: quando faceva buio e alzavo gli occhi vedevo solo le stelle. Oggi in molti posti non si può più, soprattutto in Inghilterra, tra meteo e inquinamento luminoso. E poi girare Sandokan qui è stato incredibile, perché ho stretto legami veri con tanti italiani e con persone di altri Paesi. Un set meraviglioso: ero felicissimo ogni giorno che andavo al lavoro.



E nel frattempo hai imparato a cucinare qualcosa?

Ieri sera, a casa in Inghilterra, abbiamo cominciato a entrare nel clima di Halloween: mia moglie ha preparato gli spaghetti alla bolognese, li abbiamo serviti dentro una zucca intagliata per farli uscire dalla bocca. Per i bambini è divertentissimo. Secondo me erano ottimi, ma lei era critica. Cerchiamo sempre la consistenza perfetta, al dente, e per qualche motivo spesso sbagliamo. Mi piace cucinare, ma cose molto semplici, molto noiose. Se avessi un ristorante in Italia, non verrebbe nessuno.



Parli un po’ di italiano?

Lo sto imparando. Oggi ho imparato a dire “ricevuta” (glielo suggeriscono, nda): ridicolo, lo so, ma importantissimo. E naturalmente “focaccia”. Metto insieme qualche pezzetto qua e là. Magari documenteremo i miei progressi lungo questo percorso, perché mi sento un po’ stupido quando vengo qui e non parlo questa lingua bellissima. È la mia preferita. So che ti aspetti che lo dica, ma è così.



Se ti può consolare, è una lingua difficile.

Be’, se mi dici così, allora di sicuro non mi ci metto (sorride).



Foto: Davide Alvino

Facciamo un passo indietro: com’è nato il tuo amore per la recitazione?

Ti racconto questa. Ho appena sistemato un ufficio a casa, con una grande scrivania dell’Ottocento che mi ha regalato mia moglie per il compleanno. Nel primo cassetto ho riposto una cosa che ho ritrovato di recente: un costume grande così (mostra la misura con le mani, nda). Avevo circa tre anni e interpretavo una goccia di pioggia in uno spettacolo in un teatro locale. Il mio primo personaggio in assoluto. Ovviamente non me lo ricordo, me l’ha mostrato mia madre negli anni, con le foto. Ma il punto è che la recitazione era nella mia testa fin da piccolissimo. Mia madre era molto tranquilla, non era una che diceva: «Devi fare l’attore». Però amava enormemente le arti, e sapeva che recitare è un modo per esplorare la curiosità, far crescere l’immaginazione, sviluppare sicurezza. E dà uno sfogo alla creatività. Così da bambino frequentavo piccoli gruppi teatrali del posto e mi divertivo un sacco. Poi, nei primi anni dell’adolescenza, quando il corpo cambia e vuoi solo essere come i tuoi amici, ho cominciato a giocare a calcio. Era l’unica cosa che volevo fare: essere come tutti gli altri.



E poi?

Ci sono tornato intorno ai 16 anni, quando cercavo qualcosa che mi portasse in un’avventura. Ho fatto il provino per il National Youth Theatre, ero nervosissimo, ma sono entrato. E dopo un po’, quasi per magia, è arrivata una mail. Una sola, che a quanto pare nessun altro della compagnia, migliaia di iscritti, ha visto: un’audizione per un film di Anthony Minghella, i cui genitori, tra l’altro, erano italiani.



Complicità e sospetti, del 2006.

Esatto. E ho avuto la parte. La mia prima esperienza su un set meraviglioso, con un regista premio Oscar (per Il paziente inglese, nda) e attori fantastici come Jude Law, Juliette Binoche e Robin Wright. Avevo un ruolo piccolo, poi sono tornato alla realtà: ruoli televisivi piccolissimi. Da lì è cominciato il mio percorso. Ci sono stati momenti in cui sono stato a un passo dall’imboccare un’altra strada, anche più avanti, perché in questo mestiere i rifiuti sono tantissimi. E tra un lavoro e l’altro ci sono pause lunghe, in cui avresti tempo per fare altro. Purtroppo, da giovane, non ero bravo a fare altro. Ma una parte di me ha sempre voluto recitare. Ed è buffo vedere adesso mio figlio Oscar: parla ancora pochino, ma c’è qualcosa in lui, è proprio un piccolo performer. Forse è genetico (sorride).



C’è un film che ti ha fatto dire: voglio fare quello che fa De Niro, o Pacino?

Volevo fare quello che faceva il dinosauro in Jurassic Park! Era il 1993, avevo sei o sette anni, e ricordo di aver pensato: «Wow, è incredibile». Mi sono innamorato subito del cinema. Prima ancora c’era stato Christopher Reeve in Superman, la prima volta che un personaggio mi ha completamente stregato. Cose da bambino: il supereroe in rosso, i dinosauri. Poi ho cominciato a guardare quello che facevano gli attori. Sono diventato un grande fan di De Niro e dei film più adulti, Quei bravi ragazzi, la saga del Padrino: ma chi non lo è? Mio padre adorava Heat – La sfida: Pacino e De Niro insieme, anche se in due scene soltanto, con Val Kilmer e Michael Mann alla regia. Una follia. E poi i film d’avventura che ami da bambino, Robin Hood – Principe dei ladri con Kevin Costner e Alan Rickman, Indiana Jones… Assorbivo tutto, ma allora contava la storia più degli attori. Crescendo, cominci ad apprezzare quello che fa un singolo interprete.



E com’è arrivata Gossip Girl?

Di nuovo per fortuna, come quella mail. Poco dopo il primo film ho cominciato a lavorare con un manager a Los Angeles, che mi ha detto: «Vieni qui per la pilot season». Nel frattempo, avevo fatto due lavoretti in Tv, era passato del tempo, e pensavo: «Non so se ce la posso fare, ho bisogno di tenermi occupato». Così avevo fatto domanda all’università per studiare Comunicazione.



Dove?

Alla Loughborough University, ero già pronto a partire. Ma il manager insisteva, e ho pensato: «Proviamoci almeno una volta». Sono andato a Los Angeles e mi hanno subito offerto un’altra serie, L’Africa nel cuore – Life Is Wild. Il sistema funzionava così: firmi prima di girare il pilot e, se la serie parte, ti possono tenere per sette anni. Io non avevo soldi ed era una prospettiva concreta. Ma dovevo andare in Sudafrica, girare l’episodio pilota e vedere cosa accadeva. Oppure dire di no e aspettare Gossip Girl, che sembrava volermi offrire il ruolo, ma che aveva bisogno di più tempo di quanto gli altri volessero concedermi. Così ho scommesso: ho detto no a quei soldi, no a quel lavoro. Ho aspettato, ed è arrivata l’offerta di Gossip Girl. La cosa buffa è che anche l’altra serie è stata confermata, ed è andata avanti per un paio d’anni. Se avessi detto sì sarei finito in Sudafrica, sarebbe stata una bella avventura anche quella, e chissà cosa sarebbe successo nella mia vita. Per il visto sono dovuto andare di corsa in Canada, poi abbiamo girato il pilot, e io sono tornato alla mia vita tranquilla in Inghilterra. Avevo 18 anni. Un giorno, mentre ero al pub con gli amici, ricevo una chiamata: «La serie è confermata. Ti trasferisci a New York». E io: «Fico, andiamo».



I'm Chuck Bass | Gossip Girl

Com’era allora il tuo rapporto con Chuck Bass, e com’è adesso?

Da ragazzo, credo, mi sono un po’ ribellato. Il personaggio era molto preppy, eppure io amavo Chuck: il suo modo di parlare, la moda, la sicurezza, la spavalderia. Ma venivo da un’Inghilterra tutta indie e rock and roll: era il mio background e quello dei miei amici, andavamo ai concerti, avevo perfino una band. Mi vedevo come un tipo indie. E questo personaggio dell’Upper East Side era così diverso. Io mi vestivo in tutt’altro modo: avevamo entrambi stile, ma in direzioni opposte. Comunque provavo un’enorme gratitudine verso il personaggio e non credevo a quello che stava succedendo: viaggiare per il mondo, la promozione, i fan, il set. Incredibile. Poi, quando la serie finisce, sei convinto di dover fare altro: trovare un altro grande successo, interpretare personaggi totalmente diversi, dimostrare che sai fare tutto. E per un po’ l’ho fatto.



Avevi paura di restare incastrato nel personaggio?

Certo, lo chiamano pigeonhole, o typecast. E c’entra anche l’ego, no? Vuoi fare di più, cose diverse: non sono solo questo. Ed è giusto così, ho interpretato anche altri ruoli. Ma non avevo capito quanto fosse enorme quella serie: sarà difficilissimo fare qualcosa di altrettanto grande. Poi il tempo è passato, e quello che ho capito davvero, anche grazie ai social, è stato il suo impatto, che vedevo crescere sempre di più. A tanti anni di distanza se ne continua a parlare. Le persone raccontano quanto la amano, arrivano richieste di ogni tipo, lettere dei fan.



L’ha scoperta anche la Gen Z. Dopo il Covid, la serie è cresciuta ancora.

Sì! Andavo a parlarne alle convention e pensavo: «È più grande di me, più grande di tutto questo». Significa tantissimo per le persone. Ho cominciato a guardare indietro, a quel momento, alla mia fortuna, e a dirmi: «Hai fatto parte di qualcosa di importante per così tante persone». Mi sento onorato. Mi sento davvero fortunato. E certo, c’è chi commenta: «Ormai fa Chuck nella vita reale». Io rido, perché la vita che ho costruito con mia moglie è bellissima. Siamo molto, molto fortunati. Non mi vesto come a vent’anni, ma chi lo fa? Vuol dire crescere. Oggi porto più spesso il completo, è un’altra vibe. E la gente dice: «Allora Chuck era in anticipo sui tempi», perché si vestiva in un modo più adatto a qualcuno un po’ più adulto: c’era una certa classicità nel suo stile. È un rapporto buffo, quello con un personaggio che non è nemmeno reale e a cui così tante persone sono così legate.



Hai detto di essere aperto a uno spin-off: come sarebbe Chuck Bass a quarant’anni, e che cosa ti rifiuteresti di fargli fare?

Qualcuno mi ha mandato su Instagram un video generato con l’intelligenza artificiale: Chuck e Blair in giro per il mondo, in pose diverse, come fossero in vacanza. Persino a me, forse perché era la mia faccia, ha fatto pensare: «Oh, wow». Ritrovi quei momenti, e non puoi fare a meno di chiederti dove sarebbe adesso il personaggio. Quando li abbiamo lasciati erano sposati, avevano un figlio, e chissà dove li ha portati la vita. Ma sono ancora giovani, no? Se non sbaglio, l’autrice dei libri, Cecily von Ziegesar, sta scrivendo un nuovo romanzo su Blair a quarant’anni.



E Chuck dovrà esserci per forza.

Forse. O forse Chuck Bass è morto, chi lo sa. Bisogna stare attenti con operazioni del genere, perché i fan hanno un attaccamento fortissimo. Se uccidi un personaggio, se uccidessi me, anzi Chuck Bass, o fosse il contrario, non so come reagirebbero. Direbbero «allora non lo leggo, non lo guardo»?



Molto probabile.

Oppure sarebbero ancora più curiosi? Non lo so. A proposito: è appena successa una cosa interessante. Abbiamo pubblicato un video per l’EDit Show che sembrava il trailer di una serie. Non l’abbiamo fatto apposta, non volevamo manipolare nessuno: era un contenuto che avevamo pensato e che era venuto bene. È diventato virale: 10,6 milioni di visualizzazioni su TikTok in un giorno o due. E ovviamente tutti pensavano fosse la nuova serie di Chuck Bass. Quindi la curiosità c’è. Le persone sono cresciute con quel personaggio e vogliono sapere cosa gli succede da adulto. Ricordo una sua battuta al bancone di un bar: «Ho diciassette anni e sono miliardario. Cosa ti aspetti da me?». Ha ragione: aveva tanti soldi, era molto giovane, le cose potevano andare benissimo o malissimo. Con lo sceneggiatore e il team giusti… Ma sarebbe costosissima: un solo episodio di Gossip Girl costava milioni di dollari, e oggi i budget per le serie sono molto più bassi. È un’altra epoca. Ma anche se non ci fossi io, la guarderei. Per quel che vale.



Foto: Davide Alvino

Qual è il tuo ricordo preferito sul set di Gossip Girl?

L’ultimissimo giorno, quando abbiamo scoperto che Gossip Girl era Dan Humphrey, cioè Penn Badgley. Per non far trapelare il segreto ci avevano dato copioni falsi, con le scene cambiate: non abbiamo saputo nulla fino all’ultima scena dell’ultimo giorno. Ed era un momento carico di emozione, perché di solito si gira in ordine sparso, ma quella è stata davvero l’ultima scena in assoluto. Sapevamo tutti che stavamo per salutarci, e non riuscivamo a smettere di ridere, senza motivo. Tutta la serie costruita su «chi è Gossip Girl?», e Penn che faceva tipo: «Non so cosa… sì, sono io». E noi: «Oh». Tutta quella saga, quel mistero che aveva manipolato i personaggi per anni, ed ecco: tutto qui. Come in tante cose della vita: un’attesa lunghissima, e poi «Ah, okay». È difficile chiudere una serie così lunga. Ma ricordo quel giorno come uno dei più emozionanti: piangevamo, ci abbracciavamo, ridevamo. È stato pazzesco.



Da Chuck Bass a Lord James Brooke di Sandokan. Perché amiamo tanto i bad boy? E perché è più divertente interpretarli?

Perché spesso fanno quello che alla maggior parte di noi fa un po’ paura. Si spingono oltre il limite, mentre molti preferiscono conformarsi. E Brooke è cattivo (bad), ma non malvagio (evil). È il prodotto del suo ambiente: un uomo che ha subìto un trauma enorme, soprattutto in quell’epoca, con un’origine mista. Immaginavo il suo passato, dato che viaggia con sua madre: forse la famiglia lo ha tagliato fuori, gli hanno dato un po’ di soldi e una nave. Ha visto la morte, la guerra. È una persona ferita. E credo che in questo ci si possa riconoscere, perché quasi tutti abbiamo un trauma, una difficoltà: sappiamo che essere umani è complicato. Vogliamo anche vedere se qualcuno può diventare buono, crescere. E poi i cattivi spesso hanno i vestiti e le battute migliori.



I “cosiddetti” cattivi sono più interessanti.

Ecco, i “cosiddetti” cattivi. Mi faccio sempre questa domanda: nella propria testa nessuno è cattivo. A meno che qualcuno non ammetta: «Sì, sono proprio cattivo». Ma sono pochissimi.



E chi è il miglior cattivo della storia del cinema?

Probabilmente il Joker di Heath Ledger. Era strepitoso.



Tornando a Sandokan: è un classico che ogni italiano conosce a memoria. Come ti sei avvicinato a Brooke, con un tale bagaglio per il pubblico italiano?
Era una persona realmente esistita: mi hanno dato pagine e pagine di ricerche su di lui, ma solo sui momenti chiave della sua vita, perché è diventato il primo Rajah bianco del Sarawak. Nella nostra storia però c’è molto di più. Così mi sono chiesto: com’è finito su quella nave? Ha una madre indiana, è per metà bianco, in quell’epoca. Tutto questo va messo insieme prima ancora che lo si veda in scena. Poi devi farlo tuo, perché tutti ci raccontiamo storie sulla nostra vita, almeno io lo faccio. Lui si portava dietro la sua missione, quello che pensava di volere. E poi la dipendenza dall’oppio. È un personaggio così interessante che secondo me meriterebbe uno spin-off tutto suo. Spero molto in una seconda stagione: mi avevano detto che si sarebbe fatta, poi c’è stato un ritardo e non ho saputo più niente (a dicembre 2025 il regista Jan Maria Michelini ha confermato la seconda stagione; una data di uscita non è ancora stata comunicata, nda) Ma la serie è andata benissimo, top ten in tutto il mondo su Netflix e un grande successo sulla Rai. Certo, è una produzione molto costosa. Bellissima, con tantissime persone straordinarie al lavoro.

Ed Westwick nei panni di Lord James Brooke in ‘Sandokan’. Foto: Erika Kuenka/LuxVide



Da Dark King a Tonic, ti muovi anche tra thriller e progetti di genere. Che cosa cerchi oggi in una sceneggiatura?

Questa sensazione: «Ooohhh!» (finge di leggere un foglio e di restare stupito, nda). Cerco qualcosa che mi accenda la mente: all’improvviso ho un’idea sul costume, sulla voce, sull’andatura. Non voglio che sia facile, voglio sapere come si suona lo strumento: è questo che mi dà sicurezza. Come quando guidi un’auto: vuoi sapere di guidare bene. Recitare non è il mestiere più duro del mondo, certo, ma nemmeno facile. E non voglio rovinare il film a qualcuno con una performance scadente. Come per qualsiasi esibizione: se non provi il pezzo, il giorno del concerto non suonerai bene. Se non riesco a prepararmi perché non mi sento legato al personaggio, non andrà bene. Ma tutto nasce da una reazione semplice, da bambino: mi emoziona? Mi accende qualcosa?

C’è un ruolo che sogni ancora di interpretare?

No, non più. Sono una persona piuttosto positiva, mi piace trovare soluzioni. Anche se la parte è piccola, se ho quella reazione creativa posso inventarmi un milione di ragioni per farla, per passare un bel periodo e divertirci. Non c’è un ruolo per cui dico: devo fare proprio questo.



Forse una commedia, per sparigliare le carte?

Amo la commedia. Sai perché? Perché è divertente, leggera. Sono in una fase della vita in cui non cerco di essere cupo e misterioso: non c’è niente di super serio in me, adesso. Il mondo là fuori, la politica, tutto il resto ci pensano già loro… Devi goderti la vita, avere vibrazioni positive, buona energia.



Segui il cinema italiano?

Sì.



Che cosa ti piace, del passato e del presente?

C’è stato un periodo in cui guardavo moltissimi classici. Quel grande regista che comincia per A…



Antonioni.

Esatto. Tanti film in bianco e nero, e poi La dolce vita, Fellini: mi hanno colpito molto. E Sorrentino, che ho amato. È lui che ha fatto quello ambientato a Napoli, È stata la mano di Dio?



Sì, è semi-autobiografico.

E ha fatto anche La grande bellezza, giusto? Ci saranno tantissimi nomi che dovrei conoscere e non conosco, ma almeno qualcosa c’è.



Con quale regista italiano ti piacerebbe lavorare?

Con Sorrentino, ovviamente. Ma sai una cosa? Jan Michelini, il regista di Sandokan, e Nicola Abbatangelo, che ha co-diretto la serie, sono stati fantastici. Lavorare di nuovo con loro sarebbe un grande onore.

Foto: Davide Alvino



Che posto ha la musica nella tua vita, adesso? Hai detto che avevi una band.

La musica per me è una cosa strana. Forse perché sono un attore, ogni tanto mi convinco di essere un musicista. Ma non lo sono: non so suonare nessuno strumento.



Però canti.

Be’, ci sono cantanti e cantanti (sorride). Io canto un pochino. A Los Angeles avevo una casa con una stanza della musica, sono passati un paio di ottimi musicisti, io avevo molto tempo libero e abbiamo cominciato a scrivere canzoni. Già dai tempi del Covid abbiamo messo insieme un album e l’abbiamo registrato in Norvegia, perché uno di loro era un produttore: spesa minima, buona qualità. Poi cinque concerti in diverse città del nord del Paese davanti a un pubblico meraviglioso, circa 500 persone a sera. Ci siamo divertiti. Ma da quell’esperienza ho capito una cosa: non mi era piaciuta.



Perché?

Trovavo le registrazioni noiosissime. E se non suoni uno strumento dipendi dagli altri: scrivevano loro, io dicevo «suona bene, facciamo così». Ma non erano esattamente le canzoni che avrei fatto io. In quella situazione serve una chimica perfetta, e anche se erano ragazzi adorabili, non credo ci fosse davvero. L’importante è averlo fatto: volevo registrare un album, mi chiedevo come sarebbe stato. L’ho fatto e non mi è piaciuto. Nei Rolling Stones sarebbe stato diverso, con tutti che bevono e si divertono, ma non è il momento della vita in cui sono adesso. Il bello è che l’altro nostro figlio di sette anni chiede sempre di mettere quelle canzoni in macchina, e lui e sua madre le cantano. La vita è questa: provare cose nuove. Solo perché sei conosciuto per qualcosa non vuol dire che tu non possa fare altro. Hai una vita sola, tanto vale provare il più possibile.



Il primo disco che hai comprato?

Fresh Hits 97, del 1997: un CD blu con la scritta arancione, una di quelle compilation. Dentro c’era C U When U Get There di Coolio, e io ero ossessionato da quella canzone. La sentivo alla radio, su MTV, e volevo solo quella. Poi ho visto in Tv la pubblicità della compilation. Ero al supermercato Tesco con mia madre (che strano ricordarmi ancora tutto) e le ho chiesto se, a fine spesa, me lo comprava. Avevo dieci anni.



E adesso che cosa ascolti?

Molte delle cose di sempre: Rolling Stones, rock and roll, un po’ di hip hop dei primi Duemila tipo 50 Cent. Per tantissimo tempo la house non mi piaceva, adesso invece la adoro, soprattutto in palestra. Niente di estremo: house morbida, deep house. Ti fa sentire come se fossi a crogiolarti al sole.



Conosci qualche canzone italiana?

No, nessuna.



Devi rimediare.

Sì, ho bisogno che questi ragazzi mi portino a un concerto.

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Credits:

Photographer: Davide Alvino
Producer: Maria Rosaria Cautilli
Art Director: Pierfrancesco Gallo
Talent & Production Management: Arnold Creative Communication
Talent Production Manager: Chiara Calora

Talent Social Media & Content Creation: Erma Again, Polina Rich

Talent MU &HS: Francesca Chiarenza

Location: si ringrazia Ristorante Giacomo Milano, Studio Fotografico Multiset