Incontri ravvicinati con la famiglia Spielberg | Rolling Stone Italia
True Story

Incontri ravvicinati con la famiglia Spielberg

‘The Fabelmans’ è il film più personale del grande regista. Quello in cui svela per la prima volta (grazie alla magia del cinema) i segreti e i ricordi della sua infanzia. Ne abbiamo parlato con lui e coi suoi meravigliosi attori: Michelle Williams e Paul Dano

La vera/falsa famiglia Spielberg di ‘The Fabelmans’: i genitori sono interpretati da Michelle Williams e Paul Dano

Foto: Universal Pictures

«Ora o mai più. Parole che mi sono detto e ripetuto, proprio per vincere la mia titubanza. Confesso anche che la riuscita di questo film è il frutto maligno della pandemia. Ero solo, inchiodato alla scrivania, e sentivo che dovevo fare qualcosa per forza, altrimenti sarei impazzito. Leggendo quotidianamente di morti, virus, storie umane e di casualità mai viste prima d’ora, ho guardato le reazioni dell’ umanità di fronte a questa epidemia e, per la prima volta, mi sono posto delle domande intime e personali sulla mia famiglia, sui ricordi, le ombre e i dubbi che avevo in serbo da decenni».

Queste le prime parole pronunciate da Steven Allan, per tutti ormai lo “zio Spielberg”, al TIFF22, dove ha presentato, insieme a tutto il cast, il suo il 34esimo film, The Fabelmans (nelle sale italiane dal 22 dicembre), una storia introspettiva semi-autobiografica incentrata sul suo processo di formazione. Ma anche una coming of age story all’interno di una «famiglia molto particolare», la sua, e precisamente sul suo rapporto con il padre Arnold (nel film Burt) e la madre Leah (qui Mitzi), interpretati magistralmente da Paul Dano e da una magnifica – pare scontata una nuova nomination agli Oscar – Michelle Williams, e sul loro divorzio (complice l’amico Bennie, alias Seth Rogen), avvenuto quando il figlio aveva 19 anni; divorzio che lasciato un segno inconfondibile sul ragazzo e su quella passione che sarebbe diventata il suo lavoro.

«Sono sempre stato in grado di mettere una macchina da presa tra me e la realtà, e lo facevo per proteggermi, per impedirmi di rivelare delle mie verità che nulla avevano a che fare con la storia che raccontavo», continua Spielberg. «Cosa che sapevo benissimo non avrei potuto fare in quest’ occasione, visto che stavo descrivendo la mia infanzia, i miei genitori scomparsi, la nascita del mio amore per il cinema, per l’immagine, la crescita intellettiva del racconto. Sì, non ho alcuna difficoltà ad ammettere che in molte occasioni mi sono trovato davanti a ricordi scomodi, dolorosi, vere e proprie sedute terapeutiche, di fronte ai quali non ho potuto fare altro che… piangere. Sì, piangere, cercando di nasconderlo ai miei attori, già aggravati della responsabilità di “ricreare” i miei genitori. Per questo, devo ringraziare Tony (Kushner, il drammaturgo e sceneggiatore che con lui aveva già scritto Lincoln e West Side Story, ndr), che non solo mi ha sempre sostenuto, ma addirittura esortato a scrivere questa storia. Gliene sarò grato in eterno».

Se mai avete alzato lo sguardo il cielo; se avuto paura delle profondità del mare; se avete provato terrore grazie al camion che vi si piazza dietro in autostrada; se siete rimasti estasiati da “Telefono casa”, o dal classico cappello e frusta di Indiana Jones, o dai capolavori preistorici di Jurassic Park, ecco: è in questo film che scoprirete origini e significati dell’amore del regista, i suoi segreti, sogni, allegria, emotività, solitudine, malinconia e speranza verso il mondo della celluloide, specialmente quello percorso fino ad ora con tanto di cinepresa in mano, frutto di un sogno partito da quel piccolo treno che deraglia in quel cinema dell’Arizona che, grazie ai sui film, è diventato il nostro cinema, quello con cui siamo cresciuti. (Giusto per fare una confessione, il mio film preferito di sempre, di tutto il cinema, è E.T. – L’extraterrestre.)

Parliamo dei personaggi: perché hai scelto proprio questi attori per interpretarli?
Spielberg: Volevo un cast autentico, persone che fossero in grado di trasmettermi organicamente i legami più profondi della mia vita, delle persone che mi hanno messo al mondo, che mi hanno cresciuto e dato i valori più importanti; e anche il coraggio di inseguire i tornado, metaforicamente parlando, per tutta la vita. Ho sempre avuto in mente Michelle Williams come mia madre, da quando vidi Blue Valentine di Derek Cianfrance, e ho provato la stessa cosa per Paul Dano, che per me ha lo stesso tipo di pragmatismo e pazienza di mio padre, la sua profonda gentilezza. Questi attori sono sempre stati i miei primi protagonisti. Negli occhi di Gabriel (LaBelle, che interpreta Spielberg da adolescente, ndr), invece, ho letto quel senso di meraviglia provato quando si scopre qualcosa, qualsiasi cosa. Lo stesso che avevo io.

Gabriel, è il ruolo di una vita?
LaBelle:
Sì… per ora sì (sorride). Mi hanno fatto fare un provino senza regista, senza attori, senza alcun copione. Ho capito subito che era qualcosa di importante, ma dopo un paio di settimane e nessuna chiamata, me l’ero quasi dimenticato. Poi un giorno mi chiama il mio agente, mi chiede di collegarmi su Zoom e invece di lui mi trovo davanti Steven Spielberg, a dirmi che, su duemila attori, ha scelto me; e che addirittura avrei interpretato lui, nella storia della sua vita. Se pensavo di aver paura durante la chiamata su Zoom, immaginatevi una volta sul set, davanti a Seth, Michelle e Paul, diretto da Spielberg!

Gabriel LaBelle è il giovane Steven Spielberg nel film. Foto: Universal Pictures

Michelle, perché hai detto sì al ruolo di Mitzi?
Perché Steven mi ha chiesto di interpretare sua madre, la persona più importante della sua vita, dandomi accesso ai suoi pensieri e segreti più profondi. E se da un lato è il sogno di qualsiasi attore, dall’altro il fatto che interpretassi una madre mi ha coinvolta al 100%. Per me il ruolo della madre è il ruolo più bello, dolce, ma anche difficile, a volte letale, che si possa fare: essere genitori è come morire e rinascere allo stesso tempo, mi rigenera come essere umano (Williams è appena diventata mamma per la terza volta: è il secondo figlio con il regista Thomas Kail, dopo Matilda, oggi17enne, avuta dall’ex compagno Heath Ledger, ndr). La cosa più importante che ho imparato da Mitzi? Ridere il più spesso possibile. E anche amarmi di più, prendermi del tempo per me.

Paul, come sei venuto a sapere del film?
Dano: Al nostro primo incontro non avevo idea di cosa volesse Steven né che mi avrebbe chiesto di interpretare suo padre, anche se chiacchierando con lui ho capito che voleva fare un film intimo, piccolo, un progetto mai intrapreso. Arnold è tutto quello che non sono io: lui era ingegnere, matematico, inventore, a 12 anni ha costruito un’antenna trasmittente ed è diventato radioamatore… esattamente l’opposto di me. Grazie a Steven e a tantissime conversazioni, oggetti personali, diari, fotografie e filmati, alcuni mesi dopo ero pronto.

Seth, cosa si prova a distruggere il matrimonio dei coniugi Spielberg?
Rogen:
(Classica risata roca) Non ho visto lo “zio Benny” in questi termini; anzi, al contrario, sono l’uomo che portava luce e sorriso nella vita di Mitzi, il tutto senza mancare di rispetto al suo migliore amico. È stato difficile interpretarlo, farlo piacere al pubblico, far capire l’amore che c’era tra loro, la loro vita fatta di sguardi e ricordi prima del divorzio… ricordi che hanno fatto piangere Steven sul set più di una volta, lo confermo.

Mr. Spielberg, due parole sulle sequenze di cinema vero e proprio, le tecniche mostrate nel film, i trucchi per gli effetti speciali, l’uso di una carrozzina per le carrellate, i mortaretti…
Spielberg: Nel 1961 non c’erano strumenti professionali: si usavano colla e sputo, cercando di capire come mettere insieme le cose. Andavo sempre al cinema, per me era la Bibbia, la scuola dove osservare e studiare, imparare. A quei tempi i cinema erano tabernacoli, palazzi straordinari. Parlando delle esplosioni nel film, ho capito che se si prendeva una tavola, si scavavano due buche e si metteva una tavola in cima all’altra, bastava far correre il ragazzo/attore per far sì che il terriccio venisse lanciato in aria, creando l’idea di un’esplosione. Tutto quello che vedete nelle ricostruzioni dei miei primi film all’interno di The Fabelmans è esattamente quello che è successo davvero, ho riportato tutti gli strumenti e le idee che io e i miei amici avevamo per raggiungere risultati fantastici e veritieri.

Paul Dano, Mateo Zoryan Francis-DeFord e Michelle Williams. Foto: Universal Pictures

Tutti noi abbiamo preferenze assolute quando parliamo dei tuoi film. Quali sono i tre film della tua vita?
Spielberg: Il primo è Lawrence d’Arabia, maestoso, epico; è l’esempio di come si possa fare un film e impadronirsi del pubblico. Poi La vita è meravigliosa, il classico di Natale americano, dove si gioca tutto sull’emozione e sulla possibilità di avere/dare una seconda chance al prossimo. E infine metto La finestra sul cortile di Hitchcock, il curiosare della macchina da presa, il rivelare lentamente, il far dedurre simile alla voglia del pubblico di sapere e capire cosa succede durante la visione di un film. Ma non posso non menzionare i film di John Ford, Antonioni, Polański, Louis Malle…

Cosa direbbero i tuoi genitori di The Fabelmans?
Spielberg:
Mia madre ne sarebbe felicissima: dopotutto era un’artista, una pianista, una danzatrice. Ha sempre avuto un animo creativo, mi ha sempre spinto a rivelare questi miei sensi di colpa, come per liberarmene, per farmi star meglio. Mio padre avrebbe forse due reazioni diverse: di tristezza di fronte alla fine del suo matrimonio, ma anche di coraggio per come sia lui che mia madre si sono ritrovati dopo l’amore con Bennie, felice anche lui per l’amicizia che entrambi hanno saputo ricreare durante gli ultimi anni della loro vita.

Possiamo definire The Fabelmans un film rappresentativo del credo cinematografico di Spielberg?
Spielberg: Non saprei… posso dirti con sicurezza che questo film è per me un modo per riportare in vita mia madre e mio padre. E ha anche avvicinato le mie sorelle a me più di quanto avessi mai creduto possibile. È questa per me la cosa per cui è valso davvero la pena fare questo film.