‘Il suono di una caduta’: quello che le bambine non dimenticano | Rolling Stone Italia
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‘Il suono di una caduta’: quello che le bambine non dimenticano

Premiato a Cannes e candidato a otto EFA, l’esordio di Mascha Schilinski attraversa quattro generazioni di donne in una fattoria sospesa nel tempo. Un'epopea di 155 minuti radicale e ipnotica, che dà forma ai traumi invisibili

‘Il suono di una caduta’: quello che le bambine non dimenticano

Hannah Heckt (Alma) in 'Il suono di una caduta'

Foto: Fabian Gamper/Studio Zentra

È stato uno dei film più acclamati del Festival di Cannes 2025, non a caso vincitore del Premio della giuria, candidato poi a otto European Film Award. Il lungometraggio di Mascha Schilinski, uno degli esordi più sorprendenti degli ultimi anni, adesso arriva anche in Italia (dal 26 febbraio nelle sale distribuito da I Wonder Pictures). Non è un’opera semplice da raccontare Il suono di una caduta, una storia che si dipana attraverso quattro generazioni di donne che portano con loro la memoria di un trauma, tutto ambientato in una fattoria che è anche testimone della Storia. Per comprendere bene la portata di quest’epopea, apparentemente una produzione imponente vista la durata fiume di 155 minuti e le difficoltà ben note che porta un film che abbraccia un arco temporale così ampio, è importante partire da alcuni numeri, che mi ha snocciolato la regista quando l’ho incontrata a Berlino, poche ore prima della cerimonia di premiazione degli EFA.

«Sì, è stata piuttosto impegnativa. Ci sono voluti cinque anni, ed è il mio primo film dopo la scuola di cinema, un progetto ambizioso con un budget limitato, perché in Germania, in questi casi, il budget a disposizione è vincolato. Avevamo meno di due milioni e solo 33 giorni di riprese. E questo, insieme a tutti i bambini che hanno ruoli importanti, è stato molto impegnativo, perché potevano girare solo tre ore al giorno. Ma sentivamo tutti il forte desiderio di realizzarlo. I miei produttori mi hanno dato libertà e tanta fiducia, nonostante sia stata una sfida. Era difficile trovare finanziatori e partner, data l’insolita struttura del film: non c’è un personaggio principale e non è una trama in tre atti. In Germania credono nei reset, e questo film in un certo senso stravolge tutte le regole della cinematografia. Grazie all’entusiasmo della troupe, davvero fantastica, siamo riusciti a non scendere a compromessi».

IL SUONO DI UNA CADUTA | Trailer Italiano Ufficiale HD

Probabilmente molto cinema italiano dovrebbe imparare da queste parole, ma meglio concentrarci su Mascha, che a questo racconto inizialmente non riusciva a trovare una forma, dato che le prime idee erano state un romanzo e addirittura un’installazione di videoarte. «Louise Peter, la co-sceneggiatrice del film, e io siamo amiche da quando eravamo adolescenti, e abbiamo discusso per molto tempo di questioni delicate, come ciò che è scritto nei nostri corpi e ciò che ci determina prima ancora della nostra nascita. Abbiamo raccolto storie su fenomeni relativi al trauma transgenerazionale, ma non sapevamo bene come trasformare questo materiale in un film, perché ciò che ci interessava riguardava cose invisibili o per cui non esiste un nome. Tutto è diventato molto più tangibile quando abbiamo trovato il cortile della fattoria, e abbiamo capito che poteva essere un contenitore per le domande che volevamo esplorare. In questo luogo speciale, abbandonato da cinquant’anni, in cui si può camminare da una stanza all’altra, lasciate esattamente com’erano dal precedente proprietario, complete di mobili e tutto il resto, abbiamo capito che potevamo realizzarne un film».

Puoi parlarmi del titolo? Qual è il suo significato profondo?
Abbiamo avuto un titolo provvisorio per quasi quattro anni: Il dottore dice che starò bene, ma mi sento triste. Lo adoro, ma sono l’unica. I distributori non lo volevano perché è troppo lungo. Alla fine abbiamo scelto Sound of Falling come titolo originale quando si è prospettata l’opportunità di andare al Festival di Cannes. Sound of Falling ha molti aspetti interessanti che si adattano al tono del film. Quando le cose cadono, non si sente alcun suono, come una testimonianza invisibile, cose che sono note e non dimenticate, ma invisibili. Parliamo di traumi intergenerazionali, e nel trauma le cose vengono incapsulate, tagliate fuori. Quindi ci si ritrova con dei frammenti di immagini, di odori, ma anche di suoni.

La regista Mascha Schilinski. Foto: Fabian Gamper

Mi piace molto il modo in cui hai trattato i ricordi, il montaggio del tempo, le immagini. Ci ho visto qualcosa di Edgar Reitz e di Béla Tarr.
In realtà non riuscivo a pensare ad alcun riferimento per la struttura che abbiamo costruito. Quindi alla fine le cose più importanti sono state le fotografie che abbiamo trovato in questo villaggio, in questa casa, in quella regione, nei giornali. Un’ispirazione importante è stata l’opera di Francesca Woodman, una grande fotografa statunitense. Ha vissuto a New York negli anni ’20 e si è suicidata quando era molto giovane. Nel suo lavoro c’è un modo quasi allucinogeno di affrontare la morte. Questo è diventato il riferimento più importante.

Il suono di una caduta è un film molto impegnativo, lungo due ore e mezza e con un ritmo molto particolare.
È successo tutto durante la scrittura. Mentre scrivevamo abbiamo attinto alle nostre immagini interiori, ma volevamo anche raccogliere immagini collettive e collegarle tra loro. Eravamo interessate al flusso di queste immagini inconsce, e volevo guardarle attraverso una lente d’ingrandimento, per catturare quel momento in cui qualcosa si rompe leggermente dentro le persone, si frammenta e si scheggia. Serviva un ritmo molto lento per esprimerlo, per ingrandire qualcosa che altrimenti rimarrebbe invisibile.

Foto: Fabian Gamper/Studio Zentra

Quanto ci è voluto per montare il film?
Dieci mesi, ed è stato interessante. Il film ha una struttura fatta di tagli netti e transizioni morbide che evidenziano questo scorrere del tempo. Era come se tutti i personaggi scorressero il proprio materiale alla ricerca di un puzzle che non esiste. Era così nella sceneggiatura, che ha richiesto tre anni e mezzo per far sì che tutto fosse al posto giusto. Ma una volta arrivati in montaggio, solo con il girato a disposizione, si trattava di trovare il giusto equilibrio. Mentre montavamo la prima bozza, seguendo la sceneggiatura, non si capiva che si trattava di una sola fattoria, ed è stato inaspettato. Quindi abbiamo dovuto capire quanto tempo servisse con alcuni personaggi in determinate stanze che si vedevano in momenti diversi, per esempio.

Hannah Heckt, la bambina che interpreta Alma, ha un ruolo molto difficile, osserva la morte diverse volte. Come hai lavorato con lei per proteggerla e ottenere questa magnifica interpretazione?
C’è stato un enorme processo di casting. Ero sicura che dovevamo prima trovare Alma e poi costruire il resto attorno a lei. C’è voluto un anno, abbiamo provinato centinaia di bambine e poi abbiamo scovato lei, che è semplicemente incredibile, e molto intelligente. Adoro lavorare con i bambini perché hanno questa qualità di sapere esattamente cosa è giusto o sbagliato in una scena. Hanno un istinto immediato, e non è stato così difficile come si potrebbe pensare, perché i bambini hanno già le loro idee sulla morte. Ma volevo assicurarmi che potesse entrare e uscire dal personaggio agevolmente. Così ho creato un rituale che facevamo ogni mattina, le mettevo la mano sulla testa e dicevo: “Ok, ora stiamo lavando via Hannah e ti trasformi in Alma”. E ha funzionato così bene che un giorno lei e sua madre sono partite per il fine settimana e dopo due ore ho ricevuto una telefonata: “Dobbiamo fare inversione perché io sono ancora Alma. Hai dimenticato di lavarla”. Sono tornate, l’ho fatto e ha detto: “È stato bello. Ora sono Hannah. Ora posso godermi il weekend”. All’inizio gli attori adulti erano scettici rispetto a questa tecnica, ma dopo una settimana sono venuti da me sussurrandomi: “Mascha, puoi fare la doccia magica anche con me?”. E la mattina Hannah lo faceva con me.

Foto: Fabian Gamper/Studio Zentra

Una costante del film è una canzone: Stranger di Anna von Hausswolff. L’avevi in mente dall’inizio o c’erano altre alternative?
Durante il montaggio avevo in mente una canzone completamente diversa, che mi piaceva moltissimo, ma non siamo riusciti a ottenere i diritti. Ero devastata, perché pensavo che senza quel pezzo l’intero film non avrebbe funzionato. Poi i produttori mi hanno presentato Martin Hossbach, il music supervisor, che mi ha dato una playlist da cui scegliere. Stranger era la quarta traccia, ed era la migliore: ho capito subito che era quella giusta.

C’è qualcosa di autobiografico nel film?
Sì, certo. Louise e io da bambine siamo state profondamente segnate dalla morte. Abbiamo raccolto dalla nostra infanzia le domande che oggi ci poniamo come madri. Quella che raccontiamo non è una storia che fa parte di noi, siamo cresciute entrambe a Berlino Ovest. C’erano però alcuni elementi e piccoli dettagli che ti portano a farti due domande molto importanti: chi sono, in realtà? E cosa sto facendo qui?