«‘Il colore viola’ è un atto di guarigione sacro e collettivo» | Rolling Stone Italia
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«‘Il colore viola’ è un atto di guarigione sacro e collettivo»

Abbiamo intervistato Blitz Bazawule, il regista del musical ispirato alla storia già portata sullo schermo da Steven Spielberg. Un film che non nasconde le sue radici profondamente black, dalla musica alla danza: «Voglio che il pubblico riconosca che dietro questo film c’è un autore nero»

«‘Il colore viola’ è un atto di guarigione sacro e collettivo»

Fantasia Barrino in ‘Il colore viola’

Foto: Warner Bros.

A Blitz Bazawule non importa nulla delle recenti nomination ai premi ottenute dal Colore viola. Il regista non è preoccupato per l’esclusione del suo musical dalla cinquina dei suoi Golden Globe, né è stupito per le cinque nomination ai Critics’ Choice. Comprende l’importanza di tali riconoscimenti, ma dice che preferisce concentrarsi sul modo in cui gli spettatori accoglieranno questo adattamento musicale già hit a Broadway.

«Onestamente non faccio caso a nulla di tutto ciò», dice Bazawule a Rolling Stone. «Il lavoro che abbiamo fatto, credo, è una sorta di guarigione sacra, questo è l’unico metro che mi interessa».

Il film, prodotto da Oprah Winfrey e Steven Spielberg, vede protagonisti Fantasia Barrino (nel ruolo di Celie), Danielle Brooks (Sofia), Taraji P. Henson (Shug Avery), Colman Domingo (Mister), Corey Hawkins (Harpo), H.E.R. (Squeak), Halle Bailey (Nettie) e molti altri. Al di là dei paesaggi immensi e dei costumi scintillanti, sono gli stili di danza africani e hip-hop del musical e le orchestrazioni solenni a dare nuova vita al racconto dello straziante viaggio di una donna nera verso l’indipendenza nella Georgia degli anni Venti.

Il regista e artista ghanese Bazawule (già dietro Black Is King di Beyoncé) non ha frequentato una scuola di cinema. Era a tutti gli effetti il meno conosciuto tra i 10 candidati per la regia di questo film. Dopo aver ricevuto la sceneggiatura del drammaturgo Marcus Gardley, Bazawule dice di aver capito che un’epopea rivoluzionaria come Il colore viola richiedeva un’attenzione scrupolosa ai dettagli. Per tre mesi ha disegnato il film fotogramma per fotogramma, ha aggiunto voci fuori campo ed effetti sonori e ha condiviso il suo storyboard con i membri della troupe. Alcuni si sono messi a ridere. Altri hanno pianto.

«Se questi schizzi a matita possono provocare queste emozioni nella mia troupe, allora quando loro porteranno il loro genio creativo tutto questo si eleverà ulteriormente», ricorda di aver pensato Bazawule.

Blitz Bazawule dirige Fantasia Barrino sul set del film. Foto: Eli Ade/Warner Bros./Courtesy Everett Collection

Il regista voleva che il film accompagnasse gli spettatori in un viaggio lungo un secolo attraverso la musica afroamericana. Ha reclutato dunque Ricky Dillard per la parte gospel, Keb’ Mo’ per il blues e Christian McBride per il jazz. Il compositore Kris Bowers (Una famiglia vincente – King Richard, Bridgerton) ha fatto da collante ed è stato assunto sei mesi prima delle riprese, per trasformare gli spiritual neri e il blues in orchestrazioni su larga scala. Anche l’hip hop si è insinuato nella colonna sonora.

L’esibizione dei Public Enemy in Ghana nel 1992 ha cambiato per sempre la prospettiva di Bazawule sul genere musicale nato nel Bronx. All’università si era guadagnato il soprannome di “Blitz” per le sue liriche fulminee, e in seguito aveva iniziato a registrare musica rap e a fare tournée come Blitz the Ambassador. Bazawule ha guardato a visionari dell’hip-hop come Mobb Deep e Jay-Z, quando ha collaborato con Bowers per la musica.

Secondo Bazawule, la musica doveva essere organica. Basti pensare alla scena di apertura in cui il battito degli zoccoli dei cavalli si fonde con il delicato suono di un banjo. La macchina da presa si sposta sulle giovani Nettie (Bailey) e Celie (Phylicia Pearl Mpasi) che strillano e sorridono mentre giocano a pattycake.

«Molti musical hanno questo problema: la musica viene “dal cielo”, e se non vedi una fonte che la origina è tutto molto strano», spiega Bazawule. «Una cosa che tutta la mia squadra ha capito essere molto importante è che avremmo creato suoni diegetici e ambientali».

Sebbene il film sia stato adattato dal romanzo epistolare di Alice Walker, vincitore del premio Pulitzer, e dal musical vincitore del Tony Award, Bazawule dice di essere stato costretto a tagliare brani come Somebody Gonna Love You e la dolorosa Celie’s Curse/Mister’s Song, che Mister canta in cerca di perdono.

«Era molto importante non fraintendere il messaggio alla base del film o renderlo troppo “leggero”, solo perché si tratta di un musical», dice Bazawule. «Abbiamo dovuto riflettere su chi ottiene una canzone e sul motivo per cui ottiene una canzone».

Bazawule continua: «Le persone cantano solo quando le parole non sono sufficienti a dire tutto quello che vorrebbero», e il flusso di invettive e atti di violenza di Mister parlava già per lui. Harpo, interpretato dal talentuoso Corey Hawkins, che lotta per affermare la propria virilità, ha invece una nuova canzone, Working, scritta dallo stesso Bazawule.

Durante la costruzione del juke joint (uno di quei locali, gestiti soprattutto da afroamericani nel Sud degli Stati Uniti, dove si suonava, ballava, beveva e giocava, ndt), il martellare, lo scalpellare e il segare creano un ritmo di fondo, e i numeri di danza ricordano lo “stepping” eseguito all’interno delle confraternite e delle sorellanze tradizionalmente nere, dice la coreografa Fatima Robinson.

Robinson, che ha curato le coreografie del Renaissance World Tour di Beyoncé, di Dreamgirls e del videoclip di Are You That Somebody? di Aaliyah, ha cercato movimenti “aperti” e gioiosi dalla danza africana all’hip hop. Più di 50 ballerini hanno riempito le strade saltando, facendo jiving e sculettando, quando Shug è arrivato in città. Durante l’esibizione di Shug su Push Da Button, le luci si spengono e la gente inizia a ballare un’indiavolata danza caraibica.

«Erano cose che si vedevano in un club in Giamaica: uomini che prendevano a calci le donne e donne che venivano prese in braccio e fatte roteare», dice Robinson.

La reazione frenetica all’arrivo di Shug al juke joint è simile a quella di Beyoncé che suona in un club di Houston davanti a 100 persone, aggiunge Bazawule.

Robinson, che conosce Fantasia Barrino da più di vent’anni, ha assunto dei professionisti per insegnare all’ex vincitrice di American Idol a ballare il tip tap, e ha osservato come la protagonista cantasse I’m Here senza interruzioni, ciak dopo ciak.

«È una cantante incredibile, si esibisce con il cuore», dice Robinson. «Se avete mai assistito a una sua esibizione dal vivo, non lascia nulla di intentato».

Danielle Brooks (al centro) in una scena del film. Foto: Eli Ade/Warner Bros./Courtesy Everett Collection

Quando Barrino ha interpretato Celie a Broadway, poco più che ventenne, il peso di interpretare una donna nera maltrattata e analfabeta le è pesato moltissimo, e ha giurato di non interpretare mai più quel ruolo. La cantante e attrice ha dichiarato a Variety che la possibilità di accedere alla voce interiore del suo personaggio nel film l’ha convinta a fare un secondo tentativo.

Quando il pubblico entra nell’immaginazione di Celie, la musica sale lentamente. Poi, quando fa una scoperta o si ricongiunge con i suoi cari, partono decine di diversi pezzi puramente orchestrali.

«Nel corso del film la musica aumenta, non solo nei momenti di maggiore emozione e immaginazione, ma soprattutto quando la protagonista entra in contatto con il suo potere», spiega Bowers.

Ogni volta che Bawazule si mette a guardare un film, dice che può essere difficile capire se il regista è bianco o nero perché «il cinema tende a soffocare un po’ tutto». Quando ha diretto Il colore viola, quasi quattro decenni dopo la versione cinematografica di Spielberg, non intendeva copiare il precedente. Le sue scelte registiche sono state del tutto intenzionali, dice, dagli schizzi dello storyboard alla musica, e spera che il tono del film parli espressamente a un pubblico nero.

«Il cinema è un’arte molto giovane, ed è molto importante che sia liberata e che alle persone sia permesso di presentarsi per quello che sono», dice Bazawule, «contribuendo con il loro superpotere che è il loro background culturale, e le loro scelte».

Da Rolling Stone US