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Il cervello dietro ‘Barbie’: dentro la mente brillante di Greta Gerwig

Una delle registe più talentuose di Hollywood ha trascorso gli ultimi anni a... Barbieland. L’autrice di ‘Lady Bird’ e ‘Piccole donne’ racconta tutto, ma proprio tutto (senza spoiler, però), sul film più rosa e atteso degli ultimi vent’anni (almeno)

Foto: Ellen Fedors x Rolling Stone

Quando Greta Gerwig era nella fase di pre-produzione di Barbie (in uscita il 20 luglio), i dirigenti della Mattel inevitabilmente hanno voluto parlare con lei. Che ha dato loro un’anteprima del look del film (molto, molto rosa) e delle ispirazioni (praticamente una sorta di realismo magico “elfico” aumentato esponenzialmente). Poi li ha conquistati con un monologo: roba del tipo l’influenza dei pittori spiritualisti, Barbie simile a un antico mito religioso, riferimenti a Scarpette rosse, Scala al paradiso e Il paradiso può attendere. «A quel punto, quando eravamo alla terza ora di conversazione», ricorda Gerwig con una risatina, «tutti si sono resi conto che nessuno ci aveva mai pensato quanto lo avevo fatto io. Hanno visto che mi sveglio ogni mattina e mi faccio prendere dal panico per le proporzioni e la saturazione del colore. E dicevano: “Noi non dobbiamo farci prendere dal panico, l’ha già fatto lei”. E penso che questo abbia dato loro un certo sollievo».

In una mattina soleggiata di fine maggio, Gerwig è seduta a un tavolo da conferenza nella suite dell’ufficio in affitto a Manhattan dove sta terminando la post-produzione del film, con indosso una delle tute da lavoro in denim che ha iniziato a mettere ogni giorno durante le riprese (quella di oggi è nera), i capelli raccolti in modo morbido. Sono le 10:30 e ha un bambino di tre mesi a casa (più un figlio di quattro anni e un figliastro di 13), quindi sta facendo colazione solo ora, mentre si imbarca in altre due ore di discorsi eruditi su Barbie.

Ben prima di Barbie, Gerwig ha avuto una delle carriere più folgoranti della Hollywood del XXI secolo. Prima, ha portato un nuovo tipo di naturalismo da commedia alla recitazione cinematografica, dai primi trionfi mumblecore (cinema indie di inizio anni 2000 con film a bassissimo budget e sceneggiature improvvisate che riguardano rapporti fra trentenni, ndt) come Hannah Takes the Stairs a una serie di brillanti collaborazioni con il suo partner, Noah Baumbach, tra cui Lo stravagante mondo di Greenberg, Frances Ha e Mistress America. Ha co-sceneggiato gli ultimi due film prima di diventare autrice in proprio nel 2017, scrivendo e dirigendo la commedia per adulti Lady Bird e la versione revisionista di Piccole donne del 2019.

Barbie, interpretato da Margot Robbie e Ryan Gosling (e scritto insieme a Baumbach), è il suo progetto più grande e mainstream. Ma lei insiste nel dire che lo percepisce in quel modo. «Non ho mai fatto parte di niente del genere», dice. «Ma è divertente, perché è come se le fondamenta fossero le stesse. Anche se è Barbie ed è un marchio conosciuto a livello internazionale, il film è molto personale, intimo. Come Lady Bird o Piccole donne».

So che tendi a resistere alle interpretazioni autobiografiche, ma quando Barbie dice: “Non voglio più essere un’idea”, qualcosa mi ha ricordato il tuo passaggio da attrice molto discussa a sceneggiatrice-regista.
Sai cosa? Non mi è mai venuto in mente, ma ora che lo dici, ovviamente sì! Quando dirigi qualcosa, devi essere un po’ ingenuo nei confronti di te stesso o un po’ inconsapevole. E hai perfettamente ragione: non ne avevo idea, ma è vero. È assolutamente così. Sono cresciuta a Sacramento, e Lady Bird si svolge a Sacramento. Ma tante delle cose personali che emergono dai tuoi film, non sono mai quelle più ovvie per te. Quelle in cui ti senti davvero inconsciamente compreso sono tipo queste. Te ne rendi conto e pensi: “Non mi sono nascosta da nessuna parte”. E questo fa sempre parte della gioia di fare arte per gli altri, è che a volte le persone lo capiscono più di te. Ed è inquietante…

Scusa!
No, va benissimo.

Come sei arrivata a decidere l’arco narrativo di Barbie nel film?
Spero che due elementi abbiano reso quel viaggio sorprendente ma inevitabile. Sono partita da quest’idea di Barbieland, questo luogo senza morte, senza invecchiamento, senza decadimento, senza dolore, senza vergogna. Conosciamo la storia, l’abbiamo sentita, è vecchia, sta anche in molta letteratura religiosa. Cosa succede a quella persona? Deve andarsene. E deve affrontare tutto quello che non ha mai conosciuto in quel posto. E questo è il primo elemento.

C’è una scena adorabile in cui Barbie vede una donna anziana – qualcosa che non aveva mai visto a Barbieland – e le dice che è bellissima.
Adoro quella scena. E la donna più anziana sulla panchina è la costumista Ann Roth, una leggenda. È un momento a sé stante, che non porta da nessuna parte. E nei primi montaggi, guardando il film, in diversi mi hanno suggerito: “Potresti toglierla. E la storia andrebbe avanti lo stesso”. Ho risposto: “Se taglio questa sequenza, non so di cosa parla il film”.

Sì, ho pensato che fosse un momento-chiave per il viaggio di Barbie.
È così che l’ho immaginato. Per me, questo è il cuore del film. Il modo in cui Margot interpreta quella battuta è così gentile e così spontaneo. Ci sono elementi più “scandalosi” nel film, al punto che in tanti mi hanno detto: “Oh, mio ​​Dio, non posso credere che Mattel o Warner Bros. ti abbiano permesso di farlo”. Ma per me è incredibile che sia rimasto questo piccolo cul de sac che non porta da nessuna parte, è vero, ma che in realtà rappresenta il cuore del film.

È un’esplosione di colore, che rinfranca dopo anni di blockbuster estivi sempre più desaturati.
Non ho mai voluto che i miei gusti da adulta prevalessero su ciò che amavo da bambina. Quando avevo otto anni volevo il gioco più grande, più rumoroso e più scintillante che potessi trovare. E devo onorare questo ricordo, anche se desidero che il film sia bello, ovviamente. Ma non voglio che sia sopraffatto dal buon gusto degli adulti perché, rispetto all’obiettivo, è semplicemente falso. E quindi abbiamo scelto questi colori brillanti e saturi. Il risultato è stato che il set era un generatore di dopamina. La gente entrava e sorrideva.

È facile sottovalutare quanto sia stato difficile per Margot esprimere quello che vediamo sullo schermo, specialmente nei momenti più “Barbie”. Come avete lavorato a quella performance?
Margot e io abbiamo parlato molto dell’importanza di trovare quel mood: non è che Barbie non sia intelligente, è che, all’inizio, non ha una vita interiore. Trovare quel tipo di trasparenza come attrice è stata la base di partenza per Barbie. E poi il disagio di sentirsi disconnessi dal tuo ambiente, di percepire qualcosa che si fa strada dentro di te che non è uguale a tutti gli altri. Margot è un’attrice molto tecnica. Ma mentre Barbie cambia, Margot permette al pubblico di vederla sperimentare qualcosa di puro senza mai “esibirsi”. Sta permettendo a sé stessa di essere vulnerabile. Ed è pazzesco perché interpreta una bambola, eppure è una performance squisitamente umana. Doveva semplicemente permettere che accadesse. È una persona capace di arrivare alla profondità delle cose, e penso che stesse cercando un’altra marcia dentro di sé.

Raccontami come hai fatto invece ad avere Ryan Gosling nei panni di Ken e a spingerlo ad essere la versione più ridicola di Ryan Gosling che si possa immaginare.
Be’, è sempre stato Ryan Gosling, ed è stato un viaggio molto lungo. Margot e io non avremmo accettato un no come risposta. Dal momento in cui Margot è venuta da me e ho saputo che stavamo facendo tutto questo per lei, ho capito anche che lo stavamo facendo per Ryan. E non lo conoscevo affatto, non l’avevo mai incontrato. Ma ne ero sicura e, non appena ci ho pensato, mi ha reso davvero felice. Chi altro avrebbe potuto farlo? È una combinazione unica tra Marlon Brando, Gene Wilder, John Barrymore e John Travolta.

Non è mai stato così divertente sullo schermo.
L’ho sempre considerato un attore segretamente comico. Ma nel suo tipo di commedia ci si prende incredibilmente sul serio come attori, non lo si fa mai solo per ridere. Su Ken abbiamo fatto un lavoro approfondito come non mi era mai capitato con niente e nessuno in vita mia. Durante la loro ultima scena insieme, nella camera da letto dove arrivano a un’intesa, lui si gira e dice: “Non esiste Ken, sono sempre Barbie e Ken”. È esausto e il suo volto è rigato di lacrime: pensavo che se ciò che fanno gli attori è interpretare empatia a nostro vantaggio, non so se qualcuno abbia mai investito di più nel far capire alla gente la situazione di quest’uomo. È stato straordinario. Con entrambi ho sentito che avrei potuto dirigere film per molto tempo, e non vedere mai nulla di così unico e gloriosamente folle.

Come hai creato il momento in cui Barbie scopre finalmente che alcune donne nel mondo reale la odiano e la trovano un modello opprimente?
Sembrava che dovessimo dare una sorta di contro-argomentazione a Barbie, darle un vero potere intellettuale ed emotivo. E Mattel in questo è stata incredibilmente aperta. Ho detto: “Dobbiamo andare a fondo, perché altrimenti sarebbe una bugia. E non possiamo fare in modo che lo sia”. Penso che abbiano sentito il messaggio forte e chiaro.

Il femminismo in questo film viene fuori in modo naturale, semplicemente inserendo Barbie e Ken nel mondo reale. Nel momento in cui arrivano a Venice Beach, Ken sente che le persone lo guardano improvvisamente con rispetto e Barbie non ha le parole per dirlo, ma sente di essere stata oggettivata. È venuto tutto così semplice come sembra?
Penso al film come a un’opera “umanistica”, prima di tutto. Il modo in cui Barbie si comporta in Barbieland è totalmente in continuità con il suo ambiente. Anche le case non hanno muri, perché non bisogna mai nascondersi, non c’è niente di cui vergognarsi o imbarazzarsi. E trovarsi improvvisamente nel mondo reale e desiderare di potersi nascondere, questa è l’essenza dell’essere umani. Ma quando stavamo girando a Venice Beach, con Margot e Ryan in abiti da pattinaggio totalmente fluo, è stato interessante, perché tutto quello che hai descritto stava succedendo davanti ai nostri occhi. La gente andava da Ryan, gli dava il cinque e diceva: “Fantastico, Ryan, sei figo!”. E invece non diceva niente a Margot. La guardava e basta, era semplicemente surreale. In quel momento lei era a disagio. E, come regista, volevo proteggerla. Ma sapevo anche che la scena che stavamo girando era quella in cui lei si sente vulnerabile. Ed è stata esposta, sia come celebrità che come donna. A essere onesti, Ryan ha detto: “Vorrei non indossare questo giubbotto” (ride). Ma era un tipo di disagio diverso.

Quando ti sento usare la parola “umanistico”, sento il bisogno di respingere gentilmente il termine a nome dei fan che adoreranno questo film e percepiranno il suo messaggio come sfacciatamente femminista.
Certo, sono una femminista. Ma questo film ha anche a che fare con l’idea che qualsiasi tipo di struttura di potere gerarchico non sia così eccezionale. Vai da Mattel ed è tipo: “Oh, Barbie è presidente dal 1991. Barbie era andata sulla luna prima che le donne potessero avere le carte di credito”. Abbiamo in qualche modo estrapolato quest’idea da Barbieland, che è questo mondo al contrario dove le Barbie governano e i Ken sono una sottoclasse. Qualunque cosa sia Barbieland, è una struttura inversa, quasi come succede nel Pianeta delle scimmie. Vi rendete conto di quanto tutto questo sia ingiusto per i Ken? È insostenibile!

L’idea del personaggio di Kate McKinnon – la Weird Barbie con cui si è giocato troppo – è nata da una tua esperienza d’infanzia?
Sono cresciuta in un quartiere dove c’erano molte ragazze più grandi di me, quindi avevo un sacco di Barbie di seconda mano alle quali avevano già tagliato i capelli quando le ho ereditate. Era una cosa che si doveva inserire nel film. Quella Barbie era quasi un canale spirituale per il mondo dei nostri giochi d’infanzia. Ricordi quel libro, The Giver di Lois Lowry, in cui il donatore ha tutti i colori, i sentimenti e il resto? Questo è più o meno quello che pensavo del personaggio di Kate, possiede quest’aura di conoscenza che nessun altro ha.

Greta Gerwig fotografata in esclusiva per ‘Rolling Stone’ da Ellen Fedors

Ci sono clip online di te e Kate insieme sul palco in una produzione alla Columbia University.
Abbiamo vissuto insieme, eravamo nello stesso gruppo di improvvisazione. Ho sempre pensato che Kate fosse la persona più divertente e talentuosa che conoscessi. Poi hai quel momento in cui pensi: “Be’, forse era solo il college”. Ma avevo ragione! Quando stavo facendo il casting e l’ho chiamata, abbiamo riso tutto il tempo perché in quel momento entrambe abbiamo avuto la stessa sensazione sulla direzione che le nostre vite hanno preso: io sto davvero dirigendo questo film e lei è davvero un genio comico che è stato riconosciuto come tale. Ora siamo adulte e mi ha fatto impressione chiederle: “Vuoi interpretare questo ruolo?”. Era come se fossimo entrate in una macchina del tempo quando avevamo 18 anni e ne fossimo uscite a 39. La realtà è che siamo ancora le ragazze che fanno musical, non siamo diventate più sofisticate di quanto lo fossimo a 18 anni.

Ora che sei entrata in questo mondo di mega franchise, come bilancerai la tua carriera di regista in futuro, tra grandi film commerciali e opere più piccole?
Probabilmente ogni regista ha in testa una lista fantastica di quali film vuole girare. E ci sono alcuni progetti che mi piacerebbe fare e che richiedono una tela più grossa. Nello stesso tempo, però, ho visto tanti registi muoversi tra film più grandi e film più piccoli: Chloé Zhao con Nomadland ed Eternals; e poi Steven Soderbergh e Christopher Nolan, che si gioca quest’estate con me. Ha realizzato la trilogia del Cavaliere oscuro – e sono film meravigliosi – e poi ha fatto The Prestige, che non è un film piccolo, ma non è nemmeno la stessa cosa. Voglio mettermi alla prova in tanti mondi diversi. Questo è il mio obiettivo.

Sei un membro della Directors Guild, della Writers Guild e della Actors Guild. Il sindacato degli sceneggiatori è già in sciopero, e anche le altre due associazioni non sembrano troppo contente. Si vocifera di uno sciopero di tutte e tre le guild.
Sono davvero orgogliosa di essere un membro del sindacato. E sono al 100% a favore dello sciopero, in qualunque modo ci arriveremo. Sto vivendo questo momento come tutti gli altri, soprattutto per quanto riguarda il discorso sull’Intelligenza Artificiale, che è terrificante ed eccitante insieme. Non so cosa dire al riguardo. Immagino chiaramente sia uno strumento che si spera possa essere utilizzato per aiutarci. Ma credo che sia importantissimo proteggere i creativi – scrittori, registi e attori – perché quello che sono in grado di fare non può essere prevalicato. Dobbiamo stabilire alcune regole di base molto rigide per andare avanti. Perché, altrimenti, il mondo diventa una fotocopia di una fotocopia di una fotocopia.

Sarebbe stata una domanda folle prima di Barbie, ma vorresti dirigere un film di supereroi o un action?
Sì, naturalmente. Dovrebbe essere qualcosa che sento vicino o giusto per me. Un film d’azione ben girato e ben eseguito è semplicemente incredibile. È come una danza. Non ho mai fatto niente del genere, ma anche su scala più piccola, quando ho lavorato con il coordinatore degli stuntman sulla coreografia dei combattimenti per Barbie, è stato davvero affascinante.

Penso che Barbie, in un certo senso, sia già un film di supereroi.
(Ride) Sì, in un certo senso. È iconico allo stesso modo. Ed è una specie di mito.

Da Rolling Stone US

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