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Guido Caprino, voce del verbo ‘mutare’

Dal leghista di ‘1992’ al premier del ‘Miracolo’, l’attore siciliano è un campione di trasformazioni. Fino all’ultima: lo chef tinto di dark di ‘Per niente al mondo’. Un’altra delle presenze assolute di un antidivo che ama l’assenza

Foto: Vision Distribution

Guido Caprino non recita mica. Lui muta. In ogni suo film o serie tv, diventa infatti un personaggio altro da sé, che ha qualcosa di suo quanto basta per farti dire “Ma io l’ho già visto quest’attore così bravo”, ma mai al punto da farti mettere bene a fuoco la sua vera identità. Così finisci che lui, Caprino, te lo dimentichi puntualmente: nei film, certo, ma pure dopo. Esci dalla sala o spegni la tv, e nella memoria ti resta marchiato a fuoco il suo personaggio, come il leghista di 1992, il mitico Ispettore Manara, il Cyrano di Tutti per 1 – 1 per tutti, il premier Fabrizio Pietromarchi della serie Il miracolo di Niccolò Ammaniti o il disperato chef Bernardo del suo ultimo film Per niente al mondo, nelle sale dal 15 settembre. Invece quelle due paroline, ossia “Guido” e “Caprino”, restano sempre un po’ inafferrabili, eteree, come se non fossero per davvero il nome e cognome di una persona reale. Quando glielo abbiamo detto, lui l’ha presa, tutto sommato, bene: ha deciso di attaccarsi alla bottiglia. «Ora vado a ubriacarmi, perché mi hai appena fatto il complimento più bello al mondo!».

Perché il personaggio viva e resti impresso, è importante che il pubblico si dimentichi dell’interprete?
Per me è fondamentale distruggersi: sono cresciuto con l’idea che se non si soffre non si fa nulla di buono.

Hai avuto un’infanzia molto serena, deduco. Insomma, in dolore veritas?
Sì, ed è stato così soprattutto in Per niente al mondo: la storia è un viaggio attraverso il dolore e le viscere dell’inferno. Ci tengo però a precisare una cosa. Il fatto che il pubblico non mi noti – il che mi piace molto – non vuol dire che l’attore sia passivo. Al contrario, bisogna vivere dentro il personaggio portando sempre qualcosa di personale alla storia. Bisogna andare verso di lui. Altrimenti diventa un ruolo di facciata, che annoia.

Guido Caprino in una scena del film. Foto: Vision Distribution

Un equilibrio dai contorni quasi shakespeariani, della serie “essere o non essere”.
Recitare è complesso: è una sorta di viaggio quasi schizofrenico e di analisi su se stessi, nel quale rievochi delle cose tue per usarle nel personaggio e alla fine non sai né come ti chiami, né niente… però alla fine funziona. Ogni film in qualche modo ti spiazza, allontanandoti dalla tua routine, o perlomeno i ruoli che di solito scelgo io hanno sempre questa componente di presenza assoluta. Bernardo è stato per esempio impegnativo emotivamente: è un uomo innocente, accusato di un reato che non ha mai commesso. Se ce lo immaginiamo geometricamente, Bernardo è come un retta che va piegandosi per poi implodere. Si accartoccia su se stesso, caricandosi addosso il peso dell’ingiustizia. Ho cercato di rendere quest’idea anche fisicamente, lavorando sulla postura e sul corpo per dare un senso di crescente pesantezza.

Però questo fatto che il personaggio si prende tutta la scena ha anche un rovescio della medaglia assai negativo.
Dici?

Sì. Voglio dire: dove sono le bimbe di Caprino?
… le coooosa?!

Ok, sarò brutalmente diretta: hai molta meno fama di quella che meriteresti.
A me va benissimo così. Per esempio, sai qual è il momento più difficile della mia vita?

No.
Le conferenze stampa dei miei lavori. Perché sei tu, lì così, seduto… non lo so, sarà che non ho questa considerazione così alta di me, ma in queste situazioni mi sento nudo. Preferisco di gran lunga mettermi a nudo dietro un personaggio. Quanto alla mia vita personale, mi viene naturale proteggerla anche se non è che abbia chissà che cosa da celare.

Con i social come sei messo?
Faccio fatica a starci dietro, anche perché il tempo è poco e preferisco fare altro. E poi questa cosa che il numero dei follower stia diventando un elemento di valutazione in fase di casting mi fa andare su tutte le furie. Dovrebbe prevalere la meritocrazia! Temo che questa faccenda dei social sia una mina che potrebbe esploderci tra le mani da un momento all’altro.

Pensavo che i follower fossero un parametro utilizzato solo per gli attori giovani, non per i nomi affermati come te…
Aspetta, aspetta… mi stai dicendo che sono vecchio?

No, figurati, io ho 42 anni…
Ecco, quindi non dovrebbero nemmeno farti entrare in discoteca! (ride, nda) Comunque ho capito cosa volevi dire. Non so se c’è un discrimine tra categorie di attori, io nel dubbio mi sono tolto di mezzo: non ho social, quindi non ho follower. Risolto il problema.

Comunque visto che hai tirato fuori la questione, parliamone: l’anno prossimo fai 50 anni. Stai già lavorando al bilancio esistenziale di rito?
Non è minimamente nelle mie intenzioni fare alcun bilancio su nulla: continuerò come se niente fosse, tirerò dritto senza troppe paranoie. Anche perché non sai mai come vanno a finire queste cose: magari mi viene una crisi e non parlo più per tre anni! (ride, nda)

Guido Caprino con Boris Isaković. Foto: Vision Distribution

Tempo fa hai dichiarato: «Cerco sempre dei personaggi che non si somiglino tra loro». Ma la tv e il cinema italiani ne offrono davvero così tanti da poter addirittura scegliere?
Mah, guarda. A me piace aspettare. Non ho fretta di fare le cose.

Stai dicendo che sei uno dei pochi attori a non avere l’ansia da telefono che non squilla?
Chiunque faccia questo mestiere ce l’ha. Cerco però di distrarmi e per farlo nel tempo ho coltivato passioni che fossero altrettanto forti. Per esempio, come spesso ho dichiarato, amo molto la campagna, mi piace viverla e farla vivere.

Eh…
Che c’è, non va bene?

È che dài, vai a zappare proprio tu a cui nessuno potrà mai dire: braccia rubate all’agricoltura!
Hai visto, eh, che umiltà che ho! (ride, nda) In realtà mi preparo anche a quella evenienza.

Hai paura che il successo possa di colpo sparire?
In tutta onestà, non mi sento minimamente al sicuro. Non do nulla per scontato, men che meno il successo: vivo ogni ruolo come se fosse l’ultimo, dando tutto. La mia più grande paura è di sbagliare qualcosa, di non convincere, e che da lì possa iniziare il mio declino.

Di certo, sei l’unico attore siciliano che non ha pagato la tassa del personaggio mafioso. Come ci sei riuscito?
Ti dirò, adesso è un ruolo che interpreterei volentieri perché ha un fascino che antropologicamente mi interessa molto. All’inizio però è vero, ho rifiutato: mi era arrivata qualche proposta ma è chiaro che c’era il rischio che poi me ne proponessero altri dieci simili. Ecco, di questo sono molto orgoglioso: ho fatto delle scelte rischiose, dicendo dei no, perché volevo essere onesto con me stesso. Sicuramente ho accettato dei ruoli popolari – nell’accezione positiva del termine – perché mi divertivano. Io sono fatto così: non lavoro tanto per lavorare. Il ruolo deve conquistarmi, devo provare trasporto per il mio personaggio.

Il ruolo che secondo te ti ha fatto svoltare?
Quello di Dario nella serie In Treatment. Devo molto a Saverio Costanzo, così come a Sky e a Lorenzo Mieli, che hanno creduto in me, continuando a offrirmi personaggi uno più bello dell’altro.

Hai anche interpretato Bertolucci nel film Il mio Godard. Con la morte di Godard, cosa perde il cinema?
Dirò una serie di luoghi comuni ma, in questo caso, sono la verità: Godard era un pilastro sacro del cinema. Mi piacerebbe che organizzassero più retrospettive su di lui perché non era semplicemente un regista visionario e controcorrente: era un uomo libero, il maestro di un’epoca dove si potevano raccontare storie con coraggio e senza troppe paure o mediazioni.

Oggi invece?
Adesso c’è la tendenza ad assecondare continuamente il pubblico. Intendiamoci: gli spettatori sono sacri, se non ci fossero io non sarei nemmeno qui a parlare con te. Però un conto è raccontare storie, un altro vendere film. Il cinema è un’industria, certo, e magari io ho un’idea ancora un po’ romantica della Settima Arte, ma mi piacciono quei film che ti fanno uscire dalla sala con delle domande che prima non avevi. Una volta era così, si rischiava su storie che si sentiva il bisogno di raccontare, assumendosi anche le responsabilità del caso.

Una curiosità: credi che, se fosse esistito oggi, il tuo leghista Pietro Bosco si sarebbe alleato con la Melo…
… no!

Ammazza, che prontezza!
(Ride, e ci basta come risposta, nda)

Il 25 settembre andrai a votare?
È fondamentale andarci. Votare vuol dire decidere di esserci in questo Paese. Significa partecipare e condividere un modo di essere. Astenersi equivale invece a restare a guardare, senza assumersi alcuna responsabilità.

Quali sono i tuoi prossimi progetti, o forse dovrei dire “mutazioni”?
Una effettivamente è bella grossa, ed è quella del film francese Les derniers hommes, che ho terminato di girare. Uscirà in patria, spero possa avere una distribuzione anche qui in Italia. Inoltre mi calerà nei panni del cattivo nella serie western That Dirty Black Bag.

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