Gomorra Origin Story
O di come Marco D’Amore è tornato dentro la serie delle serie per raccontare le radici e l'inevitabilità del male, con un prequel che è un passo "di lato" anche doloroso sull'educazione criminale di Pietro Savastano
Foto: Marco Ghidelli/Sky
Il suo primo giorno dietro la macchina da presa per L’Immortale, con la sedia da regista sempre irrimediabilmente vuota per stare dentro all’azione, Marco D’Amore aveva pensato: «Io qua m’accappotto». È da lì che riparto subito, chiedendogli cosa abbia pensato a questo giro, dopo che di acqua sotto i ponti ne è passata parecchia. «Questa sensazione di accappottamento è sempre più presente», risponde senza esitazioni. «Però credo di aver capito che è pure l’unica vera forza che mi motiva. Quando, alla fine, ho accettato di dirigere Gomorra – Le origini, puoi immaginare quanta gente abbia provato a distogliermi dall’intento: “Ma chi te lo fa fare? L’hai già fatto, è troppo difficile”. E mi è venuto in mente un verso di un pezzo stupendo di De Gregori: “Tra bufalo e locomotiva la differenza salta agli occhi: la locomotiva ha la strada segnata, il bufalo può scartare di lato e cadere”. Ecco, secondo me Gomorra – La serie è la locomotiva che va dritta come un treno, e adesso noi siamo il bufalo che può cadere». Fa una pausa, lo sento sorridere dall’altro lato del telefono: «Però vuoi mettere la libertà del bufalo di scartare di lato?». E se vi stavate chiedendo com’è andata con la sedia: «È rimasta vuota anche stavolta, te lo garantisco» (ridiamo).
Quattro anni dopo il suo finale, Gomorra è Storia della Tv, per come ha rivoluzionato anche il modo in cui il mondo guarda alla serialità italiana (fun fact: tra i suoi fan conta DiCaprio e Fassbender, e leggenda vuole che David Bowie abbia regalato a Madonna il cofanetto della prima stagione). E ora, grazie al prequel Le origini (dal 9 gennaio su Sky e NOW), fa un ulteriore passo (sempre di lato): non è solo un’operazione di espansione dell’universo, ma un vero e proprio cambio delle regole del gioco, per capire come quel gioco è cominciato. Siamo a Napoli nel 1977: prima della droga, prima della guerra totale, prima che i personaggi diventassero (pardon) icone. Ci sono l’infanzia, la povertà, il desiderio, l’illusione. C’è l’educazione criminale del futuro boss, Pietro Savastano (che qui ha il volto di Luca Lubrano). E, come suggerisce il sodale di Marco, Francesco Ghiaccio (alla regia degli ultimi due episodi), c’è un autore che, dopo essere stato figlio, protagonista e mito, ha scelto di diventare padre creativo di una saga bigger than life. Che di vite, a D’Amore, ne ha già fatte vivere almeno tre.

Luca Lubrano (Pietro Savastano). Art Direction: Alex Calcatelli per LeftLoft. Foto: Marco Ghidelli/Sky
Nella nostra cover story sul finale di Gomorra del 2021 dicevi: «Ciurlare nel manico non porta a nulla di buono. Abbiamo esplorato tutto quello che potevamo esplorare». E infatti, quando ti hanno proposto Le origini, so che la prima risposta – e forse anche la seconda e la terza – è stata “no”.
Ho detto “no” per un anno.
Che cosa ti faceva paura?
Ci sono diverse ragioni. Una è personale: in dieci anni Gomorra l’ho attraversata a 360 gradi – come attore, regista, direttore artistico. In questo universo ho esordito alla regia, e alla sceneggiatura, con il mio film L’Immortale. A un certo punto ho sentito le armi scariche rispetto a cosa potessi ancora donare a quel progetto. Avevo timori, prima di tutto rispetto alle mie capacità.
Dall’altra parte, e qui parlo da spettatore, non sono moltissime le operazioni su prequel o sequel che riescono davvero. Alcune sono deludenti, altre, come dicevamo, ciurlano nel manico. Temevo un’operazione nostalgia.
Poi però?
Dopo un anno mi hanno fatto un blitz. Stavo lavorando a un film con Cattleya, sono andato in ufficio convinto di parlare di quello e invece mi hanno inchiodato e mi hanno fatto leggere una specie di pilot.
Il film qual era?
Un film che non si è fatto più (ride). Perché poi ci siamo ingarellati in quest’avventura che si è presa un anno e mezzo di vita.
E in quell’ufficio cosa è successo?
Mi hanno detto: “Leggi queste pagine”. In un paio d’ore ho cominciato a respirare un’atmosfera familiare, perché i prodromi vengono dal successo dell’Immortale, dal racconto di Ciro di Marzio bambino. E mi so’ fatto prendere. Poi hanno accolto una mia richiesta: essere nel gruppo di scrittura. Per me è una conditio sine qua non. Se non metto mano alla sceneggiatura, non riesco a stare dentro le cose.

Ciro Burzo (Tresette), Luigi Cardone (’A Macchietta), Luca Lubrano (Pietro), Francesco Pellegrino (Angelo ’A Sirena) e Antonio Buono (Mimì). Foto: Marco Ghidelli/Sky
Prima dell’ultima puntata di Gomorra, nel dicembre 2021, scrivevi per noi: «Ciro non è galera, Ciro è libertà». Quando hai capito che l’unico modo per evolvere non era scappare da Gomorra, ma conoscerla così bene da poterne cambiare la grammatica?
Questo è un merito che va riconosciuto anche a chi ci sta alle spalle. È un’esperienza che ormai dura da parecchio, prima della quale, nel mezzo della quale e dopo la quale ce ne saranno altre, ma in tanti anni di lavoro io un terreno così fertile di sperimentazione non l’ho mai trovato, a partire dalla possibilità che mi hanno concesso di stravolgere la serie fin dalla sua grammatica cinematografica. Stefano Sollima aveva scritto un dogma per Gomorra – La serie. Non voglio scomodare Lars von Trier, però il principio era quello: niente flashback, macchina sempre a spalla, fotografia fredda e nessuna concessione al calore emotivo che certe umanità potrebbero esprimere. Io avevo già tradito quel dogma con L’Immortale, pur rimanendo però fedele a un linguaggio per tutta la parte che riguardava il mio personaggio da adulto. Qui sono potuto andare altrove e, al di là di rendere giustizia a un progetto clamoroso, per me è stata la possibilità di misurarmi davvero con quello che voglio fare: il linguaggio attraverso cui voglio raccontare una storia, i personaggi, come voglio mettere in scena le situazioni, come voglio inquadrarle. Avere una possibilità del genere è raro, soprattutto in un apparato così importante e che chiaramente vuole fare anche i numeri.
Le origini racconta un’altra Napoli, quella di fine anni Settanta, una città piena di promesse ma allo stesso tempo segnata dalla povertà. Come sei riuscito a filmarla?
Napoli e la sua provincia di quegli anni sono state molto raccontate. Per prima cosa, al di là di attingere al mio bagaglio culturale, ho recuperato una serie di documentari che ho condiviso con i miei collaboratori e che raccontano nello specifico la provincia: dal giornalismo d’inchiesta di cui Joe Marrazzo è stato un vero antesignano ai documentari firmati da Luigi Comencini e da Luigi Necco. Molti di questi lavori parlano dei bambini negli anni Settanta, oltre a tanto materiale fotografico incredibile. Tutto questo mi ha dato soprattutto la dimensione del mondo in cui la serie si sarebbe innestata. Poi c’è quello che facciamo sempre, insieme a Leonardo Fasoli e Maddalena Ravagli: raccogliere vicende dalla viva voce di chi quegli anni li ha vissuti, mettere insieme biografie, storie e fatti realmente accaduti che diventano poi materia viva per i nostri personaggi e per le nostre vicende. La matrice, quindi, è sempre la realtà, concedendoci però quella meravigliosa libertà poetica di poter romanzare gli eventi e scrivere la nostra storia. Infine c’è anche un piano più personale: io sono nato nel 1981 e un certo tipo di infanzia me la ricordo molto bene. A due chilometri da casa mia vedevo ragazzini scalzi, periferie indigenti. Quel mondo ce l’ho anche un po’ nella memoria.

Antonio Incalza (Fucariello), Luca Lubrano (Pietro) e Antonio Del Duca (Lello). Foto: Marco Ghidelli/Sky
E nella serie si dice subito: un bambino su sette moriva per denutrizione e per le precarie condizioni igieniche.
È un dato incredibile che io spero faccia compiere allo spettatore anche un passaggio nel presente. Per ragionare su quanto, in certe latitudini del mondo, oggi si viva ancora quella povertà e fare i conti su che tipo di umanità stiamo costruendo. Ci mette davanti al fatto che certe infanzie deturpate non possono certo produrre bellezza o bontà, ma portano derive molto spesso tragiche.
Oltre a essere ovviamente un discorso sulle origini del male e sul fascino del male che tanto è stato contestato anche a Gomorra, il prequel è anche una riflessione proprio sull’inevitabilità di quel male. Penso ai ragazzini che dicono, e cito: “Chi è come noi qui i sogni se li scorda, non siamo padroni delle nostre scelte, delle nostre vite, siamo come schiavi”.
Non voglio fare paralleli troppo alti con certe antologie, però secondo me questo è veramente un affresco sulla perdita dell’innocenza e su quanto certe condizioni di partenza influenzino le scelte degli esseri umani alle prese con la difficoltà di avere possibilità. Ha a che fare ovviamente con il contesto urbano in cui si vive, con il contesto familiare di cui si è privati, con un contesto sociale che porta già da ragazzini a entrare in contatto con degli adulti che rappresentano un esempio negativo, ma che alla fine è l’unico che rimane.
Nella storia ci sono tre gruppi di personaggi: i reietti, i poteri forti e quella gioventù che a sognare almeno ci prova. Con Le origini senti di aver fatto fare alla mitologia di Gomorra un passo in una zona più dolorosa?
È decisamente più dolorosa, e lo dico provando a non essere troppo duro con i nostri personaggi. In Gomorra incontri Ciro, Genny, Pietro, Imma che sono già degli adulti, e di conseguenza sei molto meno propenso a comprendere, non dico a giustificare, perché sono degli adulti che, quasi con una ferocissima consapevolezza, perpetrano il male. Invece qui entri in contatto con l’età più delicata. Nutro un’illusione, non è nemmeno una speranza: chi vedrà Gomorra – Le origini e conosce Gomorra – La serie sa già dove andranno a concludersi quelle esistenze. Io vorrei che però lo spettatore si mettesse sul fiato di questa storia e guardando Pietro, Imma, Scianel, Fucariello sperasse per loro in una fine diversa.

Tullia Venezia (Imma) e Luca Lubrano (Pietro). Foto: Marco Ghidelli/Sky
A proposito: in particolare sui personaggi che già conosciamo (ma non solo), avete fatto un casting notevolissimo. In Luca Lubrano, per esempio, ho rivisto delle espressioni di Fortunato Cerlino, le sue stesse smorfie.
È stato un grandissimo lavoro fatto spalla a spalla con Davide Zurolo, il mio casting director ormai da quando ho cominciato. Abbiamo cercato proprio questo: di non cadere nell’ossessione della verosimiglianza, ma di generare un principio per cui si potesse intravedere, in questa gioventù, gli adulti che abbiamo già raccontato, però partendo da presupposti, da punti di vista e da umanità completamente diverse. Questo lascia allo spettatore la possibilità di ragionare su che tipo di stravolgimento abbiano vissuto per diventare poi gli adulti che hanno conosciuto in Gomorra. E, lasciamelo dire, secondo me sono strepitosi, ’sti ragazzi.
Ma hai fatto vedere qualcosa in anteprima a Salvatore Esposito, a Fortunato Cerlino, a Maria Pia Calzone, a Cristina Donadio?
Ovvio!
E che hanno detto?
All’inizio sono stati i primi – soprattutto Salvatore, che ormai è proprio il mio partner in crime – ad avvertirmi: «Stai attento, calcola bene la portata dell’operazione, ragionaci». Lo facevano perché mi vogliono bene. Io li ho tenuti al passo su tutto poi gli ho fatto vedere la serie. E sono usciti pazzi.

Tullia Venezia (Imma). Foto: Marco Ghidelli/Sky
Hanno incontrato anche i ragazzi?
Sì, abbiamo fatto degli incontri: Pietro ragazzino con Pietro adulto, Imma ragazzina con Imma adulta. Ma non prima del set: ho voluto creare una distanza.
E cosa ti è rimasto più impresso di quei momenti?
È bellissimo leggere negli occhi dei ragazzi l’emozione di trovarsi davanti ai personaggi-matrice del loro lavoro. Ma la cosa più tenera, che crea quasi una vertigine con la vita, è sentire che Fortunato, Maria Pia, Cristina, per un attimo, abbiano rivisto se stessi da ragazzi. E poi sono rimasti in contatto: con Luca, con Tullia Venezia. Cristina ha mandato a Fabiola Balestriere delle foto di lei da giovane per dirle: «Guarda quanto ci somigliamo, abbiamo gli stessi capelli».

Fabiola Balestriere (Annalisa/Scianel). Foto: Marco Ghidelli/Sky
Entriamo nella grammatica con l’aspetto visivo: i colori, la luce, gli spazi, un mondo anche più arcaico, da un certo punto di vista. Come l’avete creato?
Chiaramente i riferimenti legati al cinema che ha raccontato gli anni Settanta stanno nella mia memoria di spettatore devoto, e quindi abbiamo pescato molto da lì. Però quello che abbiamo provato a fare, visto che sono anni già tanto raccontati – se ci pensi, nel giro di tre mesi e mezzo solo in Italia escono tre progetti ambientati negli anni Settanta: Il Mostro, che è già fuori, Gomorra – Le origini e Portobello del maestro Bellocchio sul caso Tortora – è stato ragionare sulla possibilità di restituire i colori, la temperatura, perfino il freddo di quell’epoca, cercando però di giocare con un immaginario più moderno. Ti svelo una cosa che non ho detto a nessuno: il riferimento che ho dato al direttore della fotografia è stato Lawrence Sher sul primo Joker di Todd Phillips. Se ti vai a rivedere tutto con quell’occhio lì, ci sono tanti, tanti elementi – soprattutto negli spazi aperti – che hanno forti analogie con quel capolavoro.
Ma lo senti ancora Todd Phillips? Perché ricordo che eravate in contatto…
L’ultima volta l’ho sentito un anno e mezzo fa, quando gli ho mandato Caracas. Ci eravamo visti a Venezia, anche in occasione della presentazione di Joker, e lui ovviamente – nonostante fosse nel pieno del casino, perché noi siamo usciti poco dopo – l’ha visto e mi ha scritto che gli era piaciuto tantissimo.
Stavo ripensando a tutta la serie in questa chiave di Joker, ed è molto vero.
Anche loro raccontano un’epoca, però senza patine, con grande modernità. È tutto vivo, anche perché io volevo dare calore. In Gomorra – La serie invece c’è un acido che permea la vicenda, che rende quasi tutti gli ambienti simili tra loro, così come i personaggi, persino nei costumi, perché non si concedono il lusso della vita. Qui, invece, c’è una dimensione diversa delle umanità che raccontiamo. E anche la criminalità è diversa: in Gomorra è sistemica, organizzata. Io l’ho sempre intesa come una grande serie di guerra, in cui – con distinzioni molto precise – gli attori coinvolti sono, a seconda dei gradi, generale, soldato semplice… Nelle Origini invece c’è una dimensione della criminalità completamente diversa, innanzitutto perché i traffici sono diversi. Non è ancora arrivato quel cambio epocale, economico, politico e sociale che è la droga. Non esistono ancora organizzazioni così militarizzate e c’è una declinazione di una malavita più piratesca, guascona persino, sbruffona… una cosa che i personaggi di Gomorra non si concedono.

Ciro Burzo (Tresette), Francesco Pellegrino (Angelo ’A Sirena) e Mimì (Antonio Buono). Foto: Marco Ghidelli/Sky
Quanto era importante rompere quell’immaginario consolidato anche musicalmente per raccontarne le radici? Avete rinunciato ai Mokadelic e c’è invece Pasquale Catalano che, nello score, non mima gli anni Settanta ma imposta un discorso più emotivo, più sulle corde della serie.
Quello è un altro principio di smarcamento doloroso. Perché, secondo me, i Mokadelic non hanno semplicemente scritto la colonna sonora di Gomorra – La serie: hanno creato un personaggio a sé stante. La loro musica parlava. Partiva una nota e sapevi che stava per succedere l’inferno; ne partiva un’altra ed era la fine. Io ho necessariamente dovuto guardare altrove: conosco Pasquale, il suo percorso e la sua esperienza profonda della città da tanto tempo, volevo che questa fosse una serie melodica. Volevo la melodia. Perché avevo la necessità di riscaldare la storia anche attraverso la musica.
So che il brano-tema è tuo, c’è anche questo fischio molto morriconiano, da fan di C’era una volta in America.
Sì! (ride) È successo che – e questo ti racconta quanto sono stato dentro al progetto – in una notte di follia, su una base ritmica di Pasquale, ho scritto il tema, l’ho fischiato, l’abbiamo registrato e poi lui lo ha fatto evolvere in maniera mirabile. Per me la musica è tutto. Ma anche quella diegetica: tutto il mondo rock anni Settanta che appartiene al personaggio di Angelo ’A Sirena. E poi ci sono nascosti, in alcune voci distorte, tanti classici napoletani, quasi come se quella musica bellissima non potesse arrivare a compimento, come se fosse strozzata. Perché non c’è la possibilità di un’aria così leggera.
Dal punto di vista della colonna sonora e delle canzoni c’è proprio un discorso sulla memoria collettiva di quegli anni. Da (Shake, Shake, Shake) Shake Your Booty a Ll ’america: un mix che racconta molto bene Napoli, anche nel suo contrasto con l’America.
Ci sono due grandi omaggi a James Senese, che sono stati pensati molto prima della sua scomparsa. Io avrei tanto voluto che fosse con me a goderseli. Purtroppo non è andata così, ma in qualche modo James c’è. “Chi se ne fotte dell’America“.

Flavio Furno (O’ Paisano). Foto: Marco Ghidelli/Sky
E poi c’è ’O Paisano, interpretato da Flavio Furno. Senza fare spoiler, però, c’è questa idea di un profeta, di questa sorta di nuovo umanesimo camorrista. Che mi dici di lui e di questa storyline?
Flavio e io siamo legati da una storia veramente bizzarra. Perché nel 2013 eravamo i due attori che, dopo mesi di provini, erano arrivati in finale per Ciro di Marzio. È come se io gli avessi sottratto un’esperienza che poi si è rivelata pazzesca. Da quel giorno, però, non ci siamo più rivisti. Nel frattempo, per ogni stagione, Flavio veniva convocato per fare un provino su uno dei protagonisti e non è mai stato preso. Quindi quando è arrivato all’audizione per Le origini – non ti dico scazzato, ma quasi – c’era anche una certa distanza tra me e lui. Poi lui ha fatto un provino della Madonna. È un attore clamoroso. Da quel giorno siamo diventati fratelli e gli ho detto: «Te la sei scampata per dodici anni, e adesso so’ cazzi tuoi». Non lo vorrei dire, perché sono scaramantico, ma secondo me Flavio tratteggia un personaggio strepitoso.
E Veronica D’Elia, alias la sorella Anna?
È un’attrice che conosco da quando era ragazzina, e tra l’altro ha fatto anche Caracas con me. Insieme a Donna Concetta, Scianel e Imma, si iscrive a pieno titolo in questo mosaico sensazionale di personaggi femminili che Gomorra ha sempre avuto e che non sono mai secondari, non sono mai assuefatti al profumo dell’uomo, ma vanno dritte per la loro strada e si impongono.

Veronica D’Elia (Anna). Foto: Marco Ghidelli/Sky
Cosa succederà prossimamente per Gomorra – Le origini? Immagino (e spero) che ci sia l’idea di andare avanti.
C’è, siamo già all’opera. L’unico diktat che ci ripetiamo come un mantra è che vale la pena continuare solo se ne vale davvero la pena. Se riusciremo a tirare fuori, da questi mesi di lavoro a tavolino, una seconda stagione che non solo rispetti la serie originale ma che dia ancora più potenza al racconto dopo questa prima, benissimo: siamo pronti.
E, oltre a questo, tu cos’hai in programma?
Ho finito di girare un film qualche giorno fa, che è stato annunciato da 01: Piccolo miracolo, con Greta Scarano. Poi, passata questa bellissima tempesta di Gomorra – Le origini, sparisco per qualche mese dalla circolazione. Me ne vado in giro a respirare un po’ d’aria diversa, per nutrirmi un po’.
Lasciamoci con una suggestione: cosa vorresti che le persone vedessero in Gomorra – Le origini?
Innanzitutto, mi piacerebbe che riuscissero a fare questo lavoro immaginario di transfer tra un’epoca che apparentemente sembra distante e un presente che, invece, purtroppo racconta tante dinamiche rimaste identiche. Poi che il pubblico riconoscesse ancora una volta a questa serie una qualità altissima, e che quindi premiasse il lavoro strepitoso di tutti quelli che hanno partecipato nei vari reparti – non abbiamo detto delle ambientazioni! Lo facciamo ora. E, dall’altra parte, che finalmente potesse essere orgoglioso del fatto che un prodotto italiano vada in giro per il mondo a raccontare il talento, la creatività, la fantasia, la dedizione di un sistema cinema che ufficialmente “non esiste”, che viene bistrattato sempre di più, ma che continua comunque a raccogliere successi e stima all’estero.











